COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA
sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori
AUDIZIONE DI MARIA ANTONIETTA GREGORI, FEDERICA ORLANDI, MARIA CRISTINA ORLANDI, NATALINA ORLANDI E PIETRO ORLANDI
3a seduta: giovedì 9 maggio 2024
Presidenza del presidente DE PRIAMO
I N D I C E
Audizione di Maria Antonietta Gregori, Federica Orlandi, Maria Cristina Orlandi, Natalina Orlandi e Pietro Orlandi
Sigle dei Gruppi parlamentari del Senato della Repubblica: Civici d’Italia-Noi Moderati (UDC-Coraggio Italia-Noi con l’Italia-Italia al Centro)-MAIE: Cd’I-NM (UDC-CI-NcI-IaC)-MAIE; Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE: FI-BP-PPE; Fratelli d’Italia: FdI; Italia Viva-Il Centro-Renew Europe: IV-C-RE; Lega Salvini Premier-Partito Sardo d’Azione: LSP-PSd’Az; MoVimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista: PD-IDP; Per le Autonomie (SVP-PATT, Campobase): Aut (SVP-PATT, Cb); Misto: Misto; Misto-ALLEANZA VERDI E SINISTRA: Misto-AVS; Misto-Azione-Renew Europe: Misto-Az-RE.
Sigle dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati: FRATELLI D’ITALIA: FDI; PARTITO DEMOCRATICO – ITALIA DEMOCRATICA E PROGRESSISTA: PD-IDP; LEGA – SALVINI PREMIER: LEGA; MOVIMENTO 5 STELLE: M5S; FORZA ITALIA – BERLUSCONI PRESIDENTE – PPE: FI-PPE; AZIONE-POPOLARI EUROPEISTI RIFORMATORI-RENEW EUROPE: AZ-PER-RE; ALLEANZA VERDI E SINISTRA: AVS; ITALIA VIVA-IL CENTRO-RENEW EUROPE: IV-C-RE; NOI MODERATI (NOI CON L’ITALIA, CORAGGIO ITALIA, UDC, ITALIA AL CENTRO)-MAIE: NM(N-C-U-I)-M; MISTO: MISTO; MISTO-MINORANZE LINGUISTICHE: MISTO-MIN.LING.; MISTO-+EUROPA: MISTO-+EUROPA.
Intervengono la sorella di Mirella Gregori, Maria Antonietta Gregori, le sorelle di Emanuela Orlandi, Federica Orlandi, Maria Cristina Orlandi e Natalina Orlandi, e il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro Orlandi.
I lavori hanno inizio alle ore 13,40.
SULLA PUBBLICITÀ DEI LAVORI
PRESIDENTE. Comunico che della seduta odierna sarà redatto il resoconto stenografico e che, ai sensi dell’articolo 12, comma 5, del Regolamento interno, la pubblicità dei lavori sarà inoltre assicurata attraverso l’attivazione dell’impianto audiovisivo a circuito chiuso per la parte relativa alle audizioni.
Ai sensi del comma 6 del già citato articolo 12, apprezzate le circostanze, mi riservo di disporre l’interruzione anche solo temporaneamente di tale forma di pubblicità.
Ricordo, inoltre, che gli auditi rispondono delle opinioni espresse e delle dichiarazioni rese e che possono richiedere in qualsiasi momento alla Commissione la chiusura della trasmissione audio-video e la secretazione dell’audizione o di parte di essa, ove ritengano di riferire fatti o circostanze che non debbano essere divulgati.
Infine, sensi dell’articolo 12, comma 2, del Regolamento interno, la Commissione, su richiesta del Presidente o di due componenti, può deliberare di riunirsi in seduta segreta tutte le volte che lo ritenga opportuno.
Poiché non vi sono osservazioni, così resta stabilito.
PROCEDURE INFORMATIVE
Audizione di Maria Antonietta Gregori, Federica Orlandi, Maria Cristina Orlandi, Natalina Orlandi e Pietro Orlandi.
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione di Maria Antonietta Gregori, Federica Orlandi, Maria Cristina Orlandi, Natalina Orlandi e Pietro Orlandi.
Previo confronto fatto in Ufficio di Presidenza, io do un indirizzo, nel senso che ritengo che tutti gli aspetti di dettaglio potranno essere frutto delle domande, che sicuramente non mancheranno, ma che una breve relazione possa essere importante, almeno da da parte nostra, per capire che cosa, dopo tanti anni, vi attendiate e cosa sostanzialmente chiediate a questa Commissione, che alcuni di voi hanno fortemente voluto.
Tra l’altro, mi fa anche piacere ricordare Andrea Purgatori, che sicuramente, tra i tanti giornalisti che hanno seguito questa vicenda, si era speso proprio per questa Commissione e per questa vicenda, in particolar modo quella della famiglia Orlandi ma anche con la famiglia Gregori.
Poi anche, ovviamente, chiedo quali spunti riteniate anche e soprattutto su territori non battuti, su cose che magari, secondo voi, non sono state adeguatamente approfondite. Poiché questa Commissione, come appunto definito nella legge istitutiva della Commissione, riguarda la scomparsa di due ragazze, avvenuta più o meno nello stesso periodo, 41 anni fa, per noi queste due ragazze hanno pari dignità.
Le due vicende hanno pari dignità: questo non lo dico perché qualcuno lo metta in dubbio, ma perché sappiamo bene che, mediaticamente, la vicenda Orlandi ha avuto una grandissima eco, mentre abbiamo avuto meno attenzione mediatica sull’altra vicenda.
Noi siamo una Commissione d’inchiesta, però, e non un programma televisivo o un media, detto con tutto il rispetto. Dobbiamo attenerci, dunque, a quello che ci viene richiesto, cercando di fare il massimo per accendere luci di verità su questa vicenda. Proprio per questo, svolgiamo insieme le audizioni relative a entrambe le ragazze.
Dico anche che, qualora il pur lungo tempo che ci siamo dati per questa audizione non fosse sufficiente, noi chiaramente andremo avanti con una coda di audizione per chi dovesse ancora intervenire. Ovviamente, siamo ben consapevoli che chiedere agli auditi di relazionare in pochi minuti su una vicenda che dura da quarantun anni, è una richiesta che neanche il più abile sintetizzatore riuscirebbe a soddisfare.
Propongo ora di procedere all’audizione della signora Maria Antonietta Gregori e poi a quella dei familiari di Emanuela Orlandi.
Maria Antonietta GREGORI.
Signor Presidente, innanzitutto ringrazio tutti, la Commissione e tutti i suoi membri.
La famiglia Gregori – purtroppo sono rimasta solo io – è grata a voi perché finalmente qualcuno si interessa veramente alla storia di mia sorella. Per noi è l’ultima spiaggia, perché dopo questa Commissione penso che, se non si riesce a capire che fine ha fatto mia sorella o scoprire quantomeno la verità di quello che è successo, non si potrà fare più niente. Per questo io metto il mio cuore in mano alle vostre mani e spero che si arrivi a qualcosa.
Quello che è successo, penso che in grandi linee lo sappiate. Il 7 maggio, due giorni fa, sono trascorsi quarantuno anni dalla scomparsa di mia sorella. È stata fatta scendere con l’inganno da casa e non è più tornata; è scesa così come stava: non aveva documenti, non aveva borsa. Quindi, non era nulla di già premeditato e, come diceva prima il Presidente, ci sono dei punti che non sono stati vagliati.
Io mi sono fatta un piccolo promemoria, così mi aiuta con i quarantuno anni trascorsi. Ci sono personaggi che si sono avvicinati alla famiglia, ci sono stati depistaggi, sciacalli, questo in tutti questi quarantuno anni: lettere anonime, qualsiasi cosa, come è successo alla famiglia Orlandi, con persone che sono state sentite, verbalizzate, che poi, nel corso del tempo, hanno cambiato opinione e messo anche a verbale.
C’è questo Alessandro, quello che ha citofonato a mia sorella; ora, non si sa se fosse veramente lui o se qualcuno che ha usato il nome di Alessandro, visto che mia sorella aveva una “cotta“, come si diceva prima, per questo ragazzo, ma non era corrisposta. Quando le hanno citofonato, lei era titubante. Al citofono gli ha detto: “no, se non mi dici chi sei non scendo“. Dopo un tentennamento ha detto: “ah sì Alessandro, il mio compagno di scuola“. Questo è quanto ha detto a mia madre. È scesa e non è più tornata.
Vi premetto che, prima di tornare a casa, chi ha citofonato ha aspettato che mio padre rientrasse a casa e poi ha chiamato mia sorella; questo per farvi capire che, secondo noi, secondo la famiglia Gregori, mia sorella e noi eravamo stati seguiti i giorni precedenti.
Hanno citofonato, lei è scesa; lei era passata già prima al bar della sua amica sotto casa nostra. Stavano sempre insieme, era diventata praticamente una terza sorella per noi, Sonia De Vito. È passata prima, è salita a casa è riscesa e, invece di andare all’incontro con questo fantomatico Alessandro, è ripassata di nuovo da Sonia. Lei è l’ultima persona che ha visto mia sorella.
All’alert di mia madre dopo due ore e mezza, visto che prima non c’erano telefonini, non c’erano telecamere, si usava solo il gettone, mi ha chiamato e mi ha detto: “guarda, tua sorella non è rientrata“. Mi ha raccontato la storia e la prima cosa che ho fatto, tornando a casa, perché sono corsa subito via dal lavoro, è stata passare da Sonia, perché tanto sapevo che sarebbe passata da lei.
Quando sono stata lì, lei mi ha detto, appunto: “sì, è passata, mi ha detto che avevano appuntamento a Porta Pia e poi andava a suonare la chitarra a Villa Torlonia“. Io sono rimasta così, perché mia sorella non suonava la chitarra. Le ho detto: “ma sei sicura?” Questo è stato messo a verbale. Questo è stato messo a verbale da lei e ha cambiato più volte il verbale nel corso del tempo.
Io sono andata a fare la denuncia la sera stessa, alle 8 o alle 9, ora non ricordo bene l’ora, già stavamo al Commissariato. Lì ci dissero: “state tranquilli che domani mattina vostra figlia torna a casa, sarà una scappatella“. Ma non ci siamo fermati. Abbiamo fatto il giro degli ospedali, abbiamo fatto il giro di tutto il vicinato e sono andata io, con la denuncia a mano, a Villa Torlonia, ma l’ho trovata chiusa. In quel momento è passata una volante della polizia e l’ho fermata. Eravamo io, i miei amici e il mio ragazzo; io ero ancora minorenne, ma, nonostante tutto, ho fatto quello che mia madre e mio padre, distrutti dal dolore, non hanno potuto fare. Quindi, mi sono fatta aprire la villa con il custode e con la polizia.
Siamo andati con le torce, a cercare se c’era il corpo di mia sorella. Questa cosa è stata detta anche il giorno dopo, ma nessuno è mai andato a vedere giù in fondo, negli scavi di Villa Torlonia, che stavano ristrutturando, se ci fosse, sotto terra, il corpo di mia sorella. E questo è uno dei punti che è rimasto così. Da lì niente, abbiamo fatto una corsa agli ospedali per vedere se qualcuno avesse portato il corpo di una ragazza, una ragazza ferita, ma non c’è stato niente, se non il silenzio totale per tutti i mesi che sono passati, finché non scompare Emanuela Orlandi.
Da lì diciamo che non so se sia stato un depistaggio, ma sono state più o meno abbinate le ragazze e sapete tutti bene poi com’è andato a finire il filone. Io mi sono segnata le persone, quelle importanti, che poi hanno cambiato la versione: perché Sonia De Vito è stata anche accusata di reticenza; poi è stata prosciolta. Alessandro De Luca ha rilasciato due testimonianze, una diversa dall’altra, perché in un verbale dice che erano pochi mesi che non vedeva mia sorella e in un altro due anni.
Sto sintetizzando un po’, così riuscite a capire. C’è un documento del SISDE, nel bar di Sonia. Un agente del SISDE un giorno andò lì e sentì parlare Sonia De Vito, che diceva: “lui non lo conoscevamo, lui conosceva noi. Come ha preso Mirella, poteva prendere anche me“. Ma nessuno è andato mai a prendere Sonia e a chiederle una spiegazione di cosa stesse dicendo.
C’è Raoul Bonarelli, un altro personaggio che frequentava il bar di Sonia De Vito e abitava alle spalle di casa nostra. Raoul Bonarelli faceva parte della scorta del Papa dell’epoca, che mia madre incontrò nel dicembre dell’85, quando venne in visita in parrocchia Papa Giovanni Paolo II. Ebbe un incontro privato con il Papa, ma, quando arrivò il Papa con la scorta, lui vide il viso di mia madre e mia madre vide lui, riconoscendolo come quello che ogni tanto parlava con le ragazze al bar in qualità di cliente.
Mia madre il giorno dopo è andata subito a fare verbalizzare questa cosa, ma venne chiamata per il confronto otto anni dopo. Da lì a poco, mia madre se n’è andata. Quando io l’ho accompagnata a fare il confronto non mi hanno fatto entrare, ma poco prima che entrasse dentro era sicura che quello fosse il personaggio che stava sotto casa. Quando è uscita, mia madre aveva cambiato volto. Le ho detto: “come è andata?” e lei mi disse: “guarda, no, mi sono sbagliata, non era lui“. Io le ho detto: “ma come? Eri convinta fino all’ultimo“. Io ho sempre avuto, in cuor mio, la sensazione che lì dentro fosse successo qualcosa. È cambiata la versione di mia madre ed è impossibile, perché una madre le cose le vede, le sente.
Poi c’è l’intercettazione di Bonarelli, che viene udito per un interrogatorio per la famiglia Gregori; ma lui non sa che era per la famiglia Gregori, ma era per la famiglia Orlandi. Nell’intercettazione lui dice, parlando con la moglie: “no, io sono andato per quell’altra, non era per gli Orlandi. Poi che ne so, saranno stati quei tre, quattro praticoni dei preti della parrocchia“.
Anche lì, non si è fatta luce. Qui ci sono persone che parlano e poi non c’è un seguito a tutto ciò che dicono; perché non hanno chiamato Bonarelli e gli hanno chiesto: chi sono questi tre, quattro praticoni dei preti? È rimasta così anche questa storia.
Forse la cosa più importante nella storia di mia sorella è la descrizione dei vestiti. Nel settembre dell’83 ci fu una telefonata, dove io lavoravo, in cui mi dettero la descrizione esatta delle marche dei vestiti che mia sorella indossava il giorno della scomparsa. È una informazione che potevamo sapere solo noi, perché le targhette interne le conosce solo la famiglia; non le può sapere la gente che vede da fuori che cosa indossi.
Lì abbiamo avuto paura, perché abbiamo pensato che, sì, forse era qualcosa di più grande. Se poi era vero che fosse un americano o no la persona che ci ha chiamato, noi non lo sappiamo. Fatto sta che mia sorella è passata tra le mani di qualcuno. Non si potevano sapere queste cose. Quella è l’unica prova certa cui poi non c’è stato assolutamente un seguito.
Il lavorante, il barista che stava al bar da Sonia, è l’ultima persona che ha visto mia sorella e l’ha vista uscire e dirigersi verso Porta Pia. Quindi lei è andata a un appuntamento. E non sappiamo con chi. Il giorno prima della scomparsa di mia sorella, leggendo gli appunti che mi sono fatta per farvi un riassunto, c’è stata l’inaugurazione del negozio.
Noi abbiamo un bar. In questa inaugurazione sono apparsi due individui di colore medio orientale. Mia madre li ha visti, io non me ne sono accorta. Guardarono mia sorella e volevano fare delle foto. Mia madre li ha cacciati dicendo: “questa è una festa privata, non abbiamo bisogno di fotografi“. E se ne andarono.
Vi fu poi una telefonata all’avvocato Egidio, che ci rappresentava e che, tra l’altro, era anche l’avvocato della famiglia Orlandi, presentato dal SISDE a noi ed anche a loro. Quindi, è stato un avvocato messo lì “apposta“, cosa inquietante perché, quando mia madre andava insieme a mio padre, trovava sempre o un carabiniere o un agente del SISDE affianco all’avvocato mentre parlava con i miei genitori.
Vi fu questa inaugurazione e poi, in un secondo tempo, telefonarono all’avvocato dicendo che, per Mirella Gregori, si erano accorti che quel giorno c’era stata una baruffa, un piccolo bisticcio, tra lei e il suo ragazzo; in effetti era così, c’era stato. Ma anche lì è rimasto tutto così, insoluto.
Quanto a Mirella all’Avon, come Emanuela Orlandi Mirella faceva propaganda Avon, perché all’epoca si faceva. Anche lì, erano tutte ragazze che venivano poi chiamate a fare delle riunioni ed in queste riunioni dovevano vendere i prodotti. Ora, non so se c’entri qualcosa, però ritorna l’Avon, come ritorna con Emanuela Orlandi.
Poi abbiamo avuto l’annuncio del Papa e, quando lo abbiamo sentito in televisione, abbiamo avuto paura, perché sentire il Papa che parla del caso di Mirella Gregori insieme a quello di Emanuela Orlandi ci ha veramente destabilizzato. Pensavamo che allora veramente tutta la storia dei Turkesh fossero vere.
Questi sono i punti fondamentali. La persona ambigua può essere Sonia: perché non ha detto la verità? Noi non l’abbiamo mai incolpata dicendo è stata lei; però, che conoscesse la persona che doveva vedere mia sorella, sì, lo abbiamo sempre pensato, perché, dal momento che è scomparsa mia sorella, lei non è più salita a casa, non è più venuta. I genitori le hanno proibito di salire perché forse avevano paura che la figlia fosse martoriata dagli interrogatori.
Non abbiamo mai capito perché non sia più salita a casa. Queste sono le cose più basilari e i punti che non sono stati approfonditi. Io spero che con questa Commissione si riesca a sapere la verità.
Se non possiamo portare un fiore a mia sorella, perché penso che dopo quarantuno anni sarà difficile, forse sapere la verità sarà l’unica cosa che mette pace nell’animo. Sapere che è andata così, invece di stare così, con una vita sospesa. Sono quarantuno anni che abbiamo una vita sospesa noi familiari. Mio padre e mia madre non ci sono più e, quindi, sono io che porto avanti questa storia.
PRESIDENTE. Ringrazio davvero la signora Gregori.
Procediamo ora dando la parola ai familiari di Emanuela Orlandi.
Maria Cristina ORLANDI.
Signor Presidente, nel ringraziare voi tutti, spero che questa Commissione porti dei passi avanti affinché si arrivi alla verità. Sono emozionatissima, perché non sono mai apparsa quasi mai in TV o ho fatto mai interviste con giornalisti.
L’unica cosa che posso dire è che all’epoca avevo 13 anni e ricordo ben poco di tutte le varie piste che ci sono state e si sono accavallate anno dopo anno. Ricordo l’incontro che dovevamo avere quella sera stessa con Emanuela, a cui non si è presentata. Quindi, siamo rimasti lì in attesa sperando in un incontro con lei, ma non ci fu. Quando tornammo a casa, avvisammo che non si era vista e, quindi, da lì sono partiti, in cerca di Emanuela, i fratelli più grandi.
Passo quindi la parola a loro perché non potrei dire altro se non quello detto da loro, quindi potrei invertire parole o modificare dei fatti che non ho vissuto appieno.
Federica ORLANDI.
Signor Presidente, io sono stata l’ultima ad aver sentito Emanuela per telefono. Della telefonata si è parlato, ma la racconto nuovamente. Io ero a casa e i miei erano usciti. È arrivata la telefonata di Emanuela, che chiamava dalla scuola di musica ed era quasi in uscita, perché erano le sette di sera quando mi ha chiamato. Voleva parlare con mamma, perché prima di entrare a scuola era stata avvicinata da un ragazzo, una persona che le aveva proposto un lavoro per conto dell’Avon per il sabato successivo alla Sala Borromini.
Lì si sarebbe tenuta una sfilata delle sorelle Fontana e, in quell’occasione, vi sarebbero stati dei ragazzi che facevano pubblicità attraverso volantini Avon. Questa persona evidentemente l’aveva rassicurata molto, perché le aveva detto: chiama anche tua madre. Io magari ti aspetto, quando esci ti do tutto il materiale, così lo puoi far vedere ai tuoi. Questo mi disse Emanuela e anche che il compenso era di 350.000 lire.
Io, per questo, sono rimasta perplessa. Pensavo più a un truffatore, che ci fosse un qualcosa sotto. Infatti, le ho detto di tornare a casa, che ne avremmo parlato con mamma, visto che lui le avrebbe lasciato un numero di telefono. Così è andata.
Poi, la sera, lei non tornando, sono andati a fare la denuncia, che non hanno accettato perché era troppo presto. Abbiamo passato giorni girovagando tutti alla ricerca di Emanuela, del corpo di Emanuela, perché effettivamente sul momento abbiamo pensato tutti a un maniaco, ad una storia sessuale. Il primo luglio abbiamo messo i manifesti ed il 25 c’è stato il primo interessamento del SISDE.
Natalina ORLANDI.
Signor Presidente, sono Natalina, la sorella più grande. La sera stessa, quando è avvenuta la scomparsa di mia sorella, io stavo lavorando, qui alla Camera. Sono uscita alle 20 passate, sono arrivata a casa e mia madre, dalla finestra, mi dice: Emanuela non è rientrata. Aveva appuntamento con Cristina e non l’ho vista più; doveva uscire da scuola, provate a sentire qualcuno e andate un po’ in giro.
La prima cosa che abbiamo pensato è stata di chiamare gli ospedali, che poteva essere successo un incidente, che l’avevano portata da qualche parte, anche perché avevamo saputo che a piazza Navona c’era un concerto sponsorizzato dai Radicali e perciò ci sarà stata confusione, forse avevano deviato gli autobus. Abbiamo pensato un po’ di tutto, prima di pensare al peggio.
Immediatamente siamo andati alla polizia, già con le foto, ma non hanno raccolto la denuncia, dicendo che era troppo presto. Hanno preso le foto dicendo: vedrete che sicuramente rientra. Naturalmente, non abbiamo creduto a questo atteggiamento così tranquillo, di chi non la conosceva e di chi non ci conosceva. Ci hanno detto: voi siete del Vaticano e dovete andare a fare la denuncia presso gli uffici della Polizia di Stato che stanno lì, di fronte al Vaticano.
Sono andata io a fare la denuncia e questi erano quasi sorridenti, rivolgendosi a noi in questi termini: ma non vi state a preoccupare, non era neanche una gran bella ragazza. Però, hanno preso la denuncia, perché noi insistevamo, ma all’epoca il regolamento non era uguale per tutti, non era quello che c’è adesso. Io poi sono entrata a far parte dell’associazione Penelope, che si occupa di scomparsi, e abbiamo fatto grosse battaglie per far accettare una legge che riguarda gli scomparsi.
All’epoca, non c’era la regola che bisognava fare la denuncia quarantott’ore dopo, ma tutti quanti sapevano questo. A parte la denuncia, poi si sono mossi tutti, perché dopo due giorni abbiamo avuto casa invasa da Servizi segreti, Polizia, Carabinieri. Perciò, un’enorme confusione, ognuno che faceva la sua indagine, la suora che ci chiamava dalla scuola di musica dicendo: io ho qui la Polizia, i Carabinieri, ma a chi devo dare le cose, alla Polizia o ai Carabinieri? Questo perché all’epoca non c’era l’accordo che dovessero lavorare insieme.
I Servizi segreti stavano a casa nostra dalla mattina alla sera. Quotidianamente andavamo in giro con loro, a cercarla per corso Vittorio, soprattutto nelle zone intorno alla scuola. Loro, nel frattempo facevano amicizia con noi, ci facevano raccontare, come farebbe qualsiasi persona che fa un’indagine. Forse ci siamo fidati troppo di tutti? Con il senno di poi, probabilmente dico sì.
Noi avevamo molta fiducia nelle istituzioni. Mio padre è vissuto in Vaticano, perciò aveva molto fiducia in quello che lo circondava. Avrebbe messo la mano sul fuoco, anzi tutte e due, su tutti quelli che stavano con lui. Poco prima di morire, ha detto: non pensavo che mi avessero tradito!
Noi poi ci siamo assunti l’impegno, soprattutto Pietro, perché noi siamo solo di supporto. Abbiamo cercato di fare di tutto. Poi si sono accavallate talmente tante storie che la vicenda è degenerata in una confusione totale.
Pietro ORLANDI.
Signor Presidente, mi allineo ai ringraziamenti per questa Commissione. Sono contento, perché ho molta fiducia in questa Commissione, anche se tante persone hanno sempre detto che le Commissioni d’inchiesta non hanno fatto mai nulla. Le cose possono cambiare e una Commissione può fare tantissimo.
Io sono convinto che quello che non è stato fatto in passato, questa Commissione lo possa fare, soprattutto per approfondire quelle situazioni che non sono state mai approfondite, non per incapacità, ma per volontà: e ce ne sono tantissime. Certo, come si diceva prima, è difficile raccontare tutto in quindici minuti, però, partendo da quel famoso personaggio dell’Avon, è abbastanza evidente che quello lo considero il primo depistaggio.
Una persona che vuole rapire una ragazza, infatti, non lascia tutti quegli indizi. Non dice: telefona a casa e chiedi a tua madre se ti può accompagnare, io ti aspetto fuori e ti do i documenti. In più, lo fa davanti al Senato, perché questo incontro è avvenuto davanti al Senato, dove c’erano vigili, dove c’erano poliziotti.
Le prime testimonianze, che abbiamo preso noi, proprio perché – come ha detto mia sorella – quando abbiamo fatto la denuncia ci dissero di andare in giro e, se trovavamo degli indizi, di riferire. Quindi, abbiamo noi incontrato quel primo vigile e quel primo poliziotto, che hanno raccontato di aver visto questa ragazza. Il vigile ha detto di ricordarlo perché questa persona stava proprio davanti al Senato, con la macchina quasi sul marciapiede. Mi disse: “io mi sono avvicinato. Mi dispiace di non aver preso la targa, perché mi sono avvicinato, gli ho detto lei qua non può stare e si deve allontanare. Per questo lo ricordo e ho visto questa scena, questo personaggio, questa ragazza, questa borsa”.
Quindi, bene o male era in linea con quello che Emanuela aveva detto la sera prima a Federica nella telefonata. Io lo considero un primo depistaggio, perché per tanto tempo e tanti mesi si è seguito questo famoso uomo dell’Avon e, nonostante tutto, anche adesso, dopo quarant’anni, quando si racconta questa storia, il primo indizio è il famoso uomo dell’Avon che ha fermato Emanuela.
I Servizi segreti sono venuti a casa nostra il 25 giugno, quindi tre giorni dopo. Perché? Magari l’avrete anche già sentito. Questo personaggio dei Servizi, che si chiamava Gangi, un ragazzino di ventun anni, aveva anche conosciuto Emanuela, casualmente, perché amico della cugina di Emanuela. Ogni tanto, andando a trovare mia cugina al paese dove stavamo in vacanza, aveva incontrato anche Emanuela.
Ci ha raccontato che quella sera del 25 giugno, verso mezzanotte, stava in ufficio quando è arrivata la segnalazione della scomparsa di questa ragazza. Lui allora ha detto al suo capo che la conosceva e se poteva andare a dare un’occhiata. Quindi, si è presentato quella prima sera in quel modo.
Due giorni dopo è tornato con un ufficiale dei Carabinieri di stanza al SISDE, Gramendola, che si faceva chiamare Leone come nome d’arte. Da quel giorno, stava sempre a casa nostra. Considerate che noi lasciavamo le chiavi di casa sempre attaccate alla porta, come nei paesi, perché per noi il Vaticano è sempre stato un paese, nonostante sia lo Stato più potente al mondo. Quindi, avevamo le chiavi attaccate alla porta e loro venivano tranquillamente, aprivano la porta, entravano e per noi erano le persone che ci stavano aiutando. Ricordo perfettamente che in quei giorni dalla cameretta di Emanuela hanno preso tutto (diari, qualunque tipo di foto di Emanuela). Noi consegnavamo tutto, certo non pensavamo che queste foto potessero tornare utili in futuro e quindi davamo tutto. Loro arrivavano a casa e, quando arrivavano loro, per noi erano la salvezza, le persone che in quel momento ci stavano aiutando.
Un particolare, proprio dei primi giorni, è venuto fuori soltanto due o tre anni fa. Ufficialmente, la prima telefonata dei presunti rapitori – chiamiamoli presunti – è arrivata il 5 luglio, dopo il famoso appello di Giovanni Paolo II durante l’Angelus del 3 luglio. Invece, tre anni fa è emerso che la prima telefonata dei presunti rapitori alla sala stampa vaticana è arrivata la sera del 22 giugno, quando noi ancora eravamo lontanissimi dall’idea che Emanuela potesse essere scomparsa.
Tra le 20 e le 21 chiamano la sala stampa vaticana, cercando il cardinal Casaroli che era il segretario di Stato all’epoca e si trovava in Polonia quel giorno, perché il Papa quel giorno era in Polonia, in un viaggio trionfale legato a Solidarnosc. Casaroli non c’era e allora chiamano monsignor Panciroli, capo della sala stampa vaticana, che stava in Polonia. Panciroli chiama la segreteria di Stato. In quel momento, erano soltanto tre: il cardinal Silvestrini, che era una sorta di Ministro degli esteri, e due monsignori, poi diventati cardinali, monsignor Sandri e monsignor Viganò.
Loro ricordano questo fatto, tant’è vero che ci hanno detto che all’epoca pensarono fosse uno scherzo. Silvestrini ha detto: sarà lo scherzo di qualcuno, perché effettivamente noi eravamo ancora all’oscuro di tutto. Però, evidentemente, non l’hanno più preso come uno scherzo. Io ve lo assicuro: a giugno sono trascorsi quarantuno anni e questo fatto lo abbiamo saputo tre o quattro anni. Per tanti anni, io mi sono stupito sempre di questo: possibile che il Papa fosse in viaggio in Polonia, in un viaggio trionfale, che noi non avessimo ancora fatto la denuncia, perché solo il giorno dopo Natalina è andata, ma qualcuno aveva già avvisato l’entourage del Papa in Polonia del fatto che Emanuela non era tornata a casa quella sera?
Mi sono sempre stupito in questi anni. Possibile che chiamino il Papa per dirgli che questa ragazza aveva fatto tardi, che non era rientrata? A me sembrava una cosa assurda.
Questo fatto lo abbiamo saputo perché anche ad alcuni colleghi di papà che erano in viaggio con il Papa era arrivata questa voce. Tra l’altro, si erano preoccupati perché non era arrivato il nome e ognuno pensava alla propria figlia: sia l’aiutante del Papa che il comandante della gendarmeria. Questa cosa mi aveva stupito, ma ora ho capito che, già da quella sera, in Vaticano si erano preoccupati di questa situazione, al punto da avvisare Giovanni Paolo II in Polonia. Questa è la cosa che mi ha stupito in tutti questi anni e abbiamo saputo questo fatto soltanto pochi anni fa.
Altra cosa importante che è avvenuta in quel primo mese ce la riferì il monsignor Morandini, che era amico di mio padre e veniva in quei giorni sempre a casa nostra. Lui aveva un parente molto stretto, che stava al Ministero dell’interno. Lui disse questa frase: c’è stato un invito, a livello di Presidenza del Consiglio, tra Presidenza del Consiglio e Stato Vaticano, rispetto a questo rapimento, di non aprire una falla che difficilmente si potrà chiudere.
Questo avveniva un mese dopo, ad agosto, e mi ha dato l’idea che, sia dentro che fuori dal Vaticano, molte persone fossero già a conoscenza di quanto potesse essere accaduto.
Poi c’è stato l’episodio del Papa quando è venuto a casa nostra. Come sapete, quando è esplosa la questione legata allo scambio con Alì Agca, sono intervenuti tutti, il SISDE, il SISMI, la Digos, i Carabinieri, la Polizia, perché era diventato un caso internazionale. Due giorni dopo l’appello del Papa, arriva la prima telefonata ufficiale dei presunti rapitori che chiedono lo scambio con Alì Agca e lì la famiglia è stata messa un po’ da parte.
Quasi come se non fosse più Emanuela la vittima di questo rapimento. Da quel momento, la vittima principale era diventata Giovanni Paolo II, l’idea era solo quella. All’epoca, era quasi certo per tutti che gli attentatori fossero partiti da Mosca. Quindi, fallito l’attentato al Papa da Mosca, sembrava altrettanto certo che da Mosca fosse partita l’idea di rapire una cittadina vaticana per ricattare il Papa. Quello era un pensiero comune, sia dentro al Vaticano che fuori dal Vaticano e degli inquirenti.
La stessa cosa ci disse il Papa quando venne a casa nostra sei mesi dopo. Egli disse questa frase: esiste il terrorismo nazionale, esiste il terrorismo internazionale; quello di Emanuela, purtroppo, è un caso di terrorismo internazionale, ma io sto facendo quanto è umanamente possibile per arrivare ad una soluzione positiva.
Quindi, il fatto che ci dicesse questa cosa il Papa, che in quel momento per noi era il punto di riferimento massimo, significava che chiaramente stessero facendo qualcosa e che avrebbero riportato Emanuela a casa.
Quando parlo del punto di riferimento massimo come lo intendevamo noi, per approcciare questa situazione bisogna capire come eravamo.
Considerate che noi vivevamo in quella bolla di vetro che era il Vaticano. Mio nonno è entrato in Vaticano nel 1920, con Pio XI, mio padre è nato in casa in Vaticano, noi dall’infanzia abbiamo vissuto in Vaticano. Io ricordo di aver conosciuto sei Papi. Era come un paese, il Vaticano era parte della famiglia, nel senso che la nostra famiglia era estesa agli altri personaggi, fino al Papa.
Quindi, quando avvenne questo fatto per noi veramente cambiò tutto. Tutto quello che ci circondava assumeva un altro punto di vista, sembrava tutto completamente diverso e a me dispiace essere stato tradito da quella parte che io consideravo la mia famiglia. Mia sorella prima ha detto che mio padre, prima di morire, disse: “sono stato tradito da chi ho servito“. Per molti può essere una frase normale, ma mio padre era un vaticanista nel vero senso della parola e, per arrivare a dire quella frase, magari aveva capito qualcosa. Vuol dire che per la prima volta, da parte di mio padre, c’erano stati dei dubbi su quello che poteva essere successo e in qualche modo aver coinvolto personaggi all’interno.
Da questa Commissione, mi aspetto domande, che magari mi farete dopo, ma sono tante le cose che potrebbe fare e che non sono state fatte prima a livello di Stato. Ci sono tanti piccoli particolari e cercherò di riportarli velocemente. Uno riguarda, per esempio, la prima inchiesta. Avrete sentito parlare della famosa audiocassetta chiamata “audiocassetta delle torture“, dove si sente questa ragazza che urla. All’epoca io non l’ho sentita. La sentirono mio padre, mio zio, Natalina, ed era una cosa terrificante. Io ricordo questa cosa, che mio padre disse: “però ci sono un paio di frasi di senso compiuto che sembravano di Emanuela”. Però poi si sentivano uomini che parlavano ed era molto disturbata come audiocassetta, come se ci fosse più ragazze, secondo me, che urlavano come se fossero sotto tortura.
La cosa strana è che pochi giorni dopo chiamano mio padre e gli dicono: stia tranquillo, abbiamo verificato, sono solo spezzoni di un film porno e quindi è sicuramente un mitomane che si è divertito alle vostre spalle. Purtroppo capitano e quindi non ci pensate più, perché non c’entra niente con Emanuela. Quindi, abbiamo dimenticato completamente quella pista e soltanto quando si è chiusa l’inchiesta del 2015 ho avuto l’accesso come familiare ai documenti che stanno in Procura e ho trovato le relazioni su quell’audiocassetta dei primi giorni.
Quell’audiocassetta fu affidata agli analisti del SISMI, non gli ultimi arrivati, e nella relazione del SISMI c’è scritto che quella voce, con un’altissima probabilità, appartiene ad Emanuela e si percepisce un reale dolore da parte della persona coinvolta, addirittura con attrezzi elettrici. E la cosa che mi ha sempre colpito è questa: loro dicono che è la voce di Emanuela ma a mio padre dicono di stare tranquillo perché Emanuela non c’entra niente.
Naturalmente, non sono riuscito a trovare questa audiocassetta. Ho avuto l’accesso all’archivio della procura. È tutto su CD-ROM ma soltanto parti di questo. Io ne ho trovato uno di tre minuti e mezzo, dove si sente la voce di queste ragazze e si percepiscono, in un altro CD, le voci di alcuni uomini, ma leggerissime. Mio padre ricordava tante persone. Io ovviamente ho cercato quell’audiocassetta perché, dopo quarant’anni, con la tecnologia di oggi da quell’audiocassetta potrebbe uscire qualunque altra cosa, però non sono riuscito a trovarla da nessuna parte. Ho anche ascoltato persone che lavorano in questura, poliziotti che avevano lavorato all’epoca e l’unica possibilità potrebbe stare negli archivi della questura, cui naturalmente non ho accesso e dove sicuramente potrebbe accedere la Commissione. Quindi, su situazioni particolari, legate anche allo Stato italiano, agli apparati dello Stato italiano, la Commissione potrebbe sicuramente attivarsi.
Prendo spunto proprio da un’intervista del presidente De Priamo dell’altro giorno, dove ha detto che noi non dobbiamo sovrapporci a quello che in questo momento sta facendo l’inchiesta vaticana e la Procura di Roma, per dire che questa cosa è impossibile, perché, secondo me, qualunque pista voi prendiate in questo momento non si sovrapporrebbe a nulla, né al lavoro che fa l’inchiesta vaticana né a quello che fa la Procura.
Vi sono dei fatti, però, secondo me importanti, che non sono stati mai approfonditi, nonostante li abbia riferiti a Diddi, il promotore di giustizia vaticano. Tra l’altro, ho portato qui e ho chiesto l’autorizzazione a lasciare l’esatta copia dei documenti consegnati a Diddi quando sono stato ascoltato lo scorso anno. E la stessa copia l’abbiamo data alla Procura di Roma. Siccome da un anno a questa parte sono emerse altre cose, ho fatto un altro fascicolo, con alcuni fatti emersi che reputo importanti.
Sarebbe difficilissimo per una Commissione, infatti, partire dall’anno zero e ripercorrere tutti i quarant’anni, perché ci sono troppe piste, troppe situazioni, ma ci sono fatti recenti che, secondo me, se approfonditi possono veramente permetterci di fare dei passi avanti importanti, perché ci sono indizi con riscontri veramente importanti. Poi magari, se volete, vi parlo in maniera più approfondita di tutte queste tre piste.
Sono tre situazioni relativamente recenti, risalenti al 2012. Una riguarda il magistrato che si occupava dell’inchiesta, il dottor Capaldo, che ha avuto un incontro nel 2012 con due emissari del Vaticano, il capo della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani e il suo vice Alessandrini: quella chiamata poi “famosa trattativa“. Poi magari approfondisco l’argomento, ma lì c’è stata una sorta di ammissione da parte del Vaticano di essere a conoscenza di alcuni fatti. Quindi, mi auguro che il magistrato Capaldo sia uno dei primi ad essere ascoltato, insieme a Giani e Alessandrini, che sono cittadini italiani.
L’altra pista è la famosa pista di Londra, di cui qualcuno avrà sentito e riguarda quelle famose spese sostenute per Emanuela, che sono state definite subito, il giorno dopo, come false e ridicole. Nessuno le ha più seguite e invece sono degli elementi importanti. Nel corso di quest’anno ho proseguito quella strada e purtroppo, tramite investigazioni personali, sono giunto a dei fatti, a dei documenti che meritano un vero e proprio approfondimento.
Ho portato tutto il memoriale, l’ho riscritto, con tutti i documenti, le lettere tra il cardinal Poletti e il sottosegretario a Londra, tutte lettere relative a questo fatto.
L’altra pista è quella che riguarda i famosi messaggi Whatsapp che ho ricevuto qualche anno fa tra due persone vicine a papa Francesco su telefoni riservati della Santa Sede, dove si parla di documenti di Emanuela, che sono documenti importanti che bisogna fotocopiare. In questi whatsapp si parla di georadar, di come pagare i tombaroli, che non si possono pagare in maniera pulita.
PRESIDENTE. Scusi, qui la devo interrompere. Ha ricevuto dei messaggi da chi?
Pietro ORLANDI. Le persone erano due persone che facevano parte dell’ufficio COSEA, Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Balda.
Questo era un ufficio particolare, istituito nel 2013 da papa Francesco, che doveva interessarsi delle criticità in Vaticano. Tra questi due personaggi originano questa sorta di messaggi, perché hanno trovano dei documenti relativi ad Emanuela in una cassa contenente cose riguardanti Emanuela. Mi hanno detto anche dove sarebbe questa cassa, è deposita a Santa Maria Maggiore.
Naturalmente, sono cose che ho detto a Diddi quando sono stato ascoltato l’anno scorso, chiedendo che venisse ascoltata quanto prima Francesca Immacolata Chaouqui, che mi ha detto queste cose. Lei mi aveva dato gli screenshot di questi messaggi, però, da un anno a questa parte ancora non è stata convocata.
Queste sono le tre piste che secondo me, in questo momento, meriterebbero un approfondimento che nessuno ha mai fatto e che penso questa Commissione sia in grado di fare.
PRESIDENTE. Colleghi, propongo di procedere con le domande rivolte a Maria Antonietta Gregori e di ascoltare le risposte della stessa, per poi procedere alla seconda fase di domande, così da non creare confusione tra i due casi.
Poiché non vi sono osservazioni, così resta stabilito.
GRIMALDI (AVS). Signor Presidente, ho una sola domanda, rivolta a entrambe le famiglie: se voi stesse famiglie siete d’accordo a una Commissione che unisca i due casi, perché non è detto, anche in base alle vostre analisi, che per voi sia giusto che siano unite, se non per il fatto della scomparsa e della giovane età delle vostre familiari, per gli anni, per il contesto storico culturale. Cito l’Avon, perché è uno degli elementi di collegamento fra le due vicende.
Visto che abbiamo sentito, almeno dalla ricostruzione della famiglia Orlandi, come possibile oggetto di depistaggio, chiedo quanto invece per voi sia lo stesso e quanto, invece, quello fosse un possibile, anche per noi nella ricostruzione, oggetto di adescamento.
Arrivo al punto delle domande. Intanto, visto che io sono nato nel 1980 e tra l’altro non sono romano, per noi è fondamentale, non solo per i non romani, ma per chi non ha vissuto quel contesto storico, capire quei famosi 3 o 4 chilometri quadrati dove viveva Mirella, sua sorella.
È importante, infatti, magari anche sganciarla dalla parte d’inchiesta su Emanuela Orlandi, perché è possibile che, fra le relazioni del bar, le frequentazioni e tutto quello che c’era attorno, il tema dell’adescamento, se c’è stato, sia comunque molto diverso da quello di Emanuela Orlandi. Potrebbe essere così, laddove i due casi potrebbero essere uniti in un tentativo successivo, di depistaggio piuttosto che di allontanamento.
La domanda che le faccio è se ritiene vi sia stato un adescamento, se sia il caso di Mirella possa essere legato alla possibilità di un adescamento, per motivi sessuali, di sfruttamento o di tratta. Questo tema quanto è nei vostri pensieri? Quanto è suffragato da cose che non ci ha detto nella sua audizione, relativamente ad incontri, frequentazioni?
Chiedo inoltre, perché così ci portiamo avanti anche nella vicenda Orlandi, conto di alcune delle vicende che le accomunano, cioè persone che si sono avvicinate, come ci ha descritto prima, ed adulti interessati in un modo ossessivo, strano o particolare?
Maria Antonietta GREGORI. Onorevole Grimaldi, credo che si debba ripartire da zero per quanto riguarda Mirella e scindere questa volta dalla vicenda di Emanuela Orlandi. Se poi, nel corso dei lavori della Commissione, ci saranno dei punti in comune, verranno fuori sicuramente.
Uno potrebbe essere Raoul Bonarelli; uno potrebbero essere le telefonate che abbiamo ricevuto al negozio e che ci chiedevano la liberazione di Ali Agca tramite la intercessione di Pertini. Noi siamo state da lui ricevute, io e mia madre, e ci ha detto che avrebbe fatto tutto quello che poteva essere in suo potere per aiutarci come famiglia.
Ci sono dei punti in comune: l’Avon e Raoul Bonarelli. Però, siccome è stato detto che, precedentemente alla scomparsa, avevano visto un ragazzo biondino, che ripercorre pure sotto al bar di Sonia (il ragazzo degli aperitivi, così è stato chiamato), parlare con mia sorella alcuni giorni prima, un mese prima all’incirca, potrebbe trattarsi anche di un femminicidio, perché magari all’epoca non non se ne parlava così tanto. Mia madre aveva forti supposizioni sulla tratta delle bianche, perché in quel periodo sono scomparse tante ragazze, più o meno della stessa età e tipologia di Mirella ed Emanuela. Sono tutte ipotesi, però sarebbe magari opportuno ripartire da zero per quanto riguarda la famiglia Gregori e vagliare tutto quello che non è stato vagliato.
PRESIDENTE. Signora Gregori, anche se ovviamente è passato molto tempo, questa è una domanda che ripeterò un po’ a tutti, perché per noi sono preziose queste audizioni, proprio perché vogliamo fare un lavoro serio.
Le chiedo se può ritornare a quello che ricorda di quella giornata, a come si svolse, ad eventuali persone incontrate o che sono transitate a casa sua, a quello che ricorda di quel 7 maggio; ancora, se ci può riferire dell’istituto scolastico che frequentava Mirella e, sempre a proposito di quel periodo, se magari ci fosse un diario dove potesse essere annotato qualcosa.
Infine, anche alla luce di quello che lei ha detto, ritiene che la persona che lei ha citato, Sonia De Vito, potrebbe in qualche modo conoscere ulteriori dettagli, quantomeno su quella giornata, e quindi possa essere diciamo di utilità, quello che lei possa conoscere, per la nostra Commissione?
MORASSUT (PD-IDP). Signora Gregori, mi pare di poter dire che Mirella facesse una vita molto raccolta tra la scuola, forse più di una comitiva e questi due bar, il suo bar di famiglia e l’altro di Sonia De Vito.
La prima domanda è se ci può descrivere l’ambiente dei due bar, il suo, ma soprattutto quello della signora De Vito, che appare come una persona che giustamente la Commissione dovrà eventualmente audire. Che tipo di di locale era? Che tipo di frequentazioni si svolgevano in questo bar? Qual era l’orario di apertura nel corso della giornata?
La seconda domanda riguarda questo colloquio, questo confronto diretto che sua madre, pochi mesi prima di scomparire, ebbe con Bonarelli, dal quale uscì dicendo: mi sono sbagliata. Questo confronto avvenne in Procura? Ha mai visto una verbalizzazione di questo confronto? Ha avuto mai la possibilità di leggere le carte relative a questo confronto a due che si svolse in Procura tra sua madre e il signor Bonarelli?
Terza domanda: sembra che Mirella avesse avuto, nei giorni precedenti o addirittura nei mesi precedenti, e avesse riferito di situazioni, se non di pedinamento, ma di accompagnamento di qualcuno che si avvicinava e cercava di conoscerla, di prendere contatto con lei, addirittura fino al culmine delle due persone, di cui lei ha riferito, nel bar il giorno dell’aperitivo.
L’ultima domanda è proprio semplice. Io chiesi anche qualche tempo fa a Pietro Orlandi come sia venuta fuori la vicenda, perché l’accostamento tra i due casi è molto iconico, essendo legato al fatto che, a un certo punto, l’opinione pubblica vede due manifesti. Io non ricordo quando apparvero insieme e chiedo anche se c’è una cronologia delle due manifestazioni.
Maria Antonietta GREGORI. Sono stati messi insieme dopo tanti anni.
MORASSUT (PD-IDP). Quindi la foto di Mirella non comparve nell’83 sui muri di Roma, ma fu messa dopo.
IAIA (FDI). Signora Gregori, lei ha rappresentato una serie di ipotesi. Dal suo punto di vista, quale ritiene possano essere le piste investigative che maggiormente dovrebbero essere approfondite, seguite da questa Commissione? Se lei dovesse fare una selezione fra le varie ipotesi, quale indicherebbe alla Commissione come filone di approfondimento?
Lei ha poi indicato una serie di testimoni, tra cui Sonia De Vito, che noi dovremmo audire, e altri testimoni. Le chiedo di voler essere precisa indicando i nomi di questi testimoni e poi, brevemente, spiegare anche per quale ragione lei ritiene sia importante audire da parte di questa Commissione questi testimoni riguardo sua sorella.
Abbiamo sentito la famiglia Orlandi riferire che, sin dall’inizio, dopo poche ore hanno avuto l’interessamento da parte dei servizi segreti. Nel vostro caso, poiché non mi pare che lei abbia fatto riferimento a questo, le chiedo se vi sia stata la stessa attenzione. Anche voi avete avuto contatti con i servizi? Siete stati in qualche maniera interessati dai servizi riguardo questa vicenda e, se sì, in che maniera?
Lei ha parlato degli scavi di Villa Torlonia, dove nessuno, almeno nell’immediatezza, ha fatto delle ricerche. Sono passati quarant’anni: la Procura, gli investigatori, le forze dell’ordine hanno mai effettuato ricerche in questi scavi?
Da ultimo, chiedo da chi vi fosse stato indicato l’avvocato Egidio e quali erano le vostre impressioni. Voi avevate fiducia nella condotta di questo avvocato? Qual era l’attività da lui svolta?
Maria Antonietta GREGORI. Nella giornata del 7 maggio, che ho descritto velocemente prima, mia sorella è andata a scuola, è tornata a casa, ha risposto al citofono ed è scesa. Come ho detto prima, è passata prima dalla sua amica, da Sonia De Vito, le ha parlato del più e del meno, poi è salita a casa, senza neanche pranzare.
È tornato mio padre dal lavoro ed è arrivata questa citofonata. Mia madre stava cucinando; lei è andata a rispondere ed è stata titubante. Questo è il racconto di mia madre, perché io stavo al lavoro. Appunto, si sentiva Mirella dire: se non mi dici chi sei non scendo. Ha avuto un attimo di tentennamento, poi ha detto: ah sì, Alessandro. Va bene, dammi cinque minuti, mi rivesto e scendo subito.
Ha detto a mia madre: è Alessandro, l’amico mio di scuola. Mia madre ricordava questo Alessandro, perché sicuramente mia sorella gli aveva parlato di questa piccola infatuazione che aveva per lui. È scesa così, senza documenti, senza borsa, senza niente. È andata giù ed è passata da Sonia.
Ora, perché mia sorella è passata da Sonia, se c’era al citofono colui che la aspettava? Questa è una domanda che ci siamo fatti. Mia sorella non era una stupida, non era una ragazza facile. Noi abbiamo sempre pensato che chi ha citofonato o era Alessandro o era qualcuno che sapeva che a mia sorella piaceva Alessandro, per far sì che scendesse.
È passata da Sonia ed è stata un quarto d’ora dentro. Questo lo ha visto Giuseppe Calì, che potete anche audire. È il barista del bar, che lavorava lì e le ha viste che stavano in fondo, a parlare tra loro due. E sembra che Sonia le desse dei consigli. Dopodiché, dopo un quarto d’ora Mirella è uscita dal bar, che sta su via Nomentana, e si è diretta verso Porta Pia. Calì è l’ultima persona che l’ha vista, che girava verso Porta Pia per l’appuntamento. Da lì, a detta di Sonia, doveva andare a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Poi sono passate all’incirca due ore e mezza e mia madre mi ha chiamato.
Lei già aveva capito che era successo qualcosa, perché noi eravamo delle ragazze responsabili, non avevamo grilli per la testa. Mia sorella aveva 15 anni e all’epoca, 41 anni fa, le ragazze erano molto semplici. La nostra era una famiglia perbene, che ha avuto due figlie in tarda età, perché mia madre, quando ha avuto noi, era già abbastanza grande. Non poteva avere figli e poi, invece, siamo arrivate noi due.
Quindi, mi ha chiamato io di corsa e io sono andata a casa, ma sono passata prima da Sonia, perché tanto sapevo che Mirella sarebbe passata lì. Sonia mi ha detto queste parole: è andata a un appuntamento a Porta Pia, dopodiché andava a Villa Torlonia a suonare la chitarra.
Io sono rimasta così, poi ho fatto un giro nel quartiere dove vivevamo. Abbiamo incontrato i negozianti e anche la suora della chiesa di fronte, se per caso Mirella fosse andata in chiesa. Insomma, le provi tutte, perché non pensi a un rapimento, non pensi a un adescamento, non pensi a nulla; pensi solo a cercare tua sorella. Però, non abbiamo avuto seguito.
Poi ci siamo decisi ad andare alla polizia. A via dei Villini c’è il commissariato e siamo andati lì. Anche lì, però, ci hanno detto di non preoccuparci. Hanno però accettato la denuncia subito, la sera stessa, a differenza degli Orlandi, sempre dicendoci di non preoccuparci: domani mattina torna, vedrà che è una scappatella. Ma così non è stato.
Da lì, io mi sono mossa coi miei amici e il mio ragazzo. Mia madre l’ho fatta tornare a casa, perché, le ho detto, se Mirella torna non trova nessuno e non ha le chiavi. Siamo andati a Villa Torlonia a fare questa ricerca, ma era chiusa e ci siamo fatti aprire il parco da una volante della polizia.
Sono andata a cercarla giù in fondo, dove c’erano questi scavi, ma non abbiamo trovato nulla. Nessuno dopo è andato a cercare, neanche nei mesi seguenti. Nessuno ha fatto mai niente e quello è un pallino che c’è sempre rimasto, perché poi, se hanno costruito sopra e sotto c’è il corpo di mia sorella, non lo sapremo mai.
Questa è stata la giornata. Dopodiché ospedali fino alla mattina e mia madre che è stata per quasi due anni alla finestra, ad aspettare che mia sorella tornasse. Si era fissata che, poiché non aveva le chiavi, lei doveva aspettarla alla finestra. L’istituto che Mirella frequentava era un Istituto tecnico commerciale femminile. Per quanto riguarda i diari, non ricordo precisamente. Io all’epoca avevo 17 anni. Se ci fosse stata mia madre qui velo avrebbe detto. Sono venuti a prendere i diari a casa. Avevo due diari e non si sa che fine hanno fatto questi diari. Si sono qualificati come i carabinieri, sono entrati, hanno preso questi due diari e sono andati via.
Non incolpo Sonia, però noi abbiamo sempre pensato che Sonia conoscesse chi doveva incontrare, perché era la sua amica del cuore, le avrà fatto una confidenza: c’è Alessandro. Ho conosciuto uno più grande di me. Qualcosa deve aver detto a Sonia; è impossibile che non sappia niente. Io comunque già avevo un ragazzo, essendo più grande, quasi maggiorenne. Quindi lei, si confidava molto con Sonia e stavano sempre insieme.
Ripeto che io non colpevolizzo Sonia, ma penso anche al fatto che il SISDE abbia ricevuto quella confessione. Senza sapere che era un uomo del SISDE, perché Sonia ha detto quella frase?
Il nostro ambiente è un ambiente normale, turistico, perché vicino a via XX Settembre, tra via XX Settembre e la stazione Termini. All’epoca c’era un mercato tutti i giorni. Quindi, gli avventori possono essere di tutti i tipi: dai turisti alle persone che viaggiano e alle persone che frequentano la zona della stazione Termini. Quindi, può anche essere entrato qualche balordo, ma noi non possiamo identificarlo sotto quel punto di vista.
Il bar di Sonia era frequentato più che mai dai poliziotti di via dei Villini e anche da gente un po’ meno raccomandabile, perché rimaneva aperto fino a notte tarda: quindi donne un po’ leggere e personaggi strani. Questo all’epoca, l’anno 1983. Il fatto che fosse aperto fino a tardi non era di buon auspicio. Noi, invece, chiudevamo la sera alle 20, appunto perché vicino alla stazione Termini.
Sul colloquio con Bonarelli, sono stata io ad accompagnare mamma, ma non sono entrata. C’è un verbale. Il giudice all’epoca era la dottoressa Rando e, quando c’è stato questo confronto, lei scrive sul verbale che Bonarelli non ha nulla a che fare con mia madre. Però non vi è altro. Io non so cosa sia successo là dentro, lo ripeto.
L’adescamento potrebbe essere una ipotesi e noi non l’abbiamo mai messo da parte, in quanto un’amica di Mirella, Simona De Santo, ha detto che qualche mese prima, a Santa Maria Maggiore, all’uscita dalla scuola, proprio sulla piazza c’era una macchina che le seguiva. Da questa macchina? hanno provato a chiamare mia sorella, ma mia sorella non dava confidenza. Lei si è accorta di questa cosa e hanno tirato dritto.
Questo biondino che girovaga, come il biondino degli aperitivi, che non sappiamo chi sia, lo hanno visto anche vicino a scuola. Vi sono stati due personaggi che sono andati alla scuola, l’istituto “Padre Reginaldo Giuliani“, e hanno chiesto alla custode la classe di mia sorella, la 2a D. Hanno chiesto proprio di mia sorella, però non c’era nessuno a scuola. Non so, comunque, con quale scusa cercassero mia sorella.
Le piste investigative potrebbero essere tante, possono essere quelle per un femminicidio. Non saprei dirvi dove iniziare a cercare una pista, perché in questi quarantun anni di ipotesi ne abbiamo fatte veramente tante.
I testimoni potrebbero essere Sonia, Alessandro, Giuseppe Calì, che è quello che al bar lavorava.
Il papà di Sonia era un personaggio un po’ ambiguo, cosa detta anche da Giuseppe, che se lo chiamate ve lo conformerà. Aveva sempre sotto al bancone una rivoltella. Quindi, a noi ha destato sempre un po’ di soggezione questa cosa. Diciamo che, al cospetto del mio bar, che sta vicino alla stazione, era quasi peggio il suo piuttosto del mio che chiudeva alle 8.
Quanto a qualche altro testimone dell’epoca, c’erano le amiche di scuola: Simona Bernardini, Simona De Santo, Massimo Forti, che era il ragazzo che frequentava mia sorella.
L’attenzione dei servizi non ricordo com’è stata, perché c’era mamma quando sono venuti a casa e le hanno detto, appunto, che, siccome già seguivano la famiglia Orlandi e visto che erano arrivate queste telefonate per la liberazione di Ağca e ci chiedevano di Pertini, se volevamo essere seguiti da Egidio, che era un avvocato internazionale.
Ovviamente, come genitori hanno detto subito di sì. Siamo stati travolti da Gennaro Egidio, che comunque chiamava in continuazione mio padre e mia madre, li faceva andare là e – come ripeto – c’era sempre un personaggio affianco a lui e non era mai solo. La cosa che abbiamo saputo poi negli anni, che ho detto pure a loro che non lo sapevano, è che gli Orlandi non hanno mai pagato una lira, perché ci pensava il SISDE.
Mia madre e mio padre hanno pagato per la famiglia Orlandi e per la famiglia Gregori, perché mio padre e mia madre si sono indebitati per pagare l’avvocato Egidio, perché era di fama internazionale. Questo l’abbiamo saputo dopo.
PRESIDENTE. Chiedo scusa, perché dice che pagavate anche per la famiglia Orlandi?
Maria Antonietta GREGORI. Perché le parcelle erano abbastanza salate. Era una battuta che facevo io: visto che loro non pagavano, abbiamo pagato per tutti e due.
Pietro ORLANDI. Signor Presidente, quando a mio padre proposero questo Gramendola e questo Egidio, dicendo che era la mano di Dio che arrivava in aiuto, mio padre andò da Egidio, tornò indietro, chiamò Gramendola e gli disse: guardi, questo avvocato non me lo posso permettere, perché chiede un sacco di soldi. Gramendola rispose: mi dia il foglietto e di questo voi non ve ne dovete preoccupare.
Quindi, non sappiamo se lo pagavano i Servizi o se lo pagava il Vaticano, perché il giorno stesso si è presentato il monsignor Re dicendo: dove avete trovato questo personaggio? Chi è? Perché vi fidate? Come mai è uscito fuori questo avvocato? Come se non lo conoscessero. Invece, poi è venuto fuori che l’avvocato Egidio era l’avvocato che si era occupato dell’omicidio Calvi per conto del Vaticano a Londra. Quindi, il mio dubbio potrebbe essere anche che lo pagava il Vaticano.
MARATTIN (IV-C-RE). Signora Gregori, che contatti aveva, se li aveva, sua sorella con gli ambienti vaticani?
La seconda domanda riguarda le telefonate. La prima domanda originaria riguardava la telefonata che arrivò sul suo luogo di lavoro nel settembre 1983. Lei ci ha detto: hanno descritto gli abiti che aveva mia sorella il giorno della scomparsa. Cos’altro hanno detto esattamente? Hanno chiamato, hanno semplicemente semplicemente descritto gli abiti o cosa?
Domanda connessa: a me pare di aver capito che il primo vero collegamento fra i due casi oggetto di questa Commissione siano state le telefonate, che voi avete ricevuto, in cui l’interlocutore chiedeva la liberazione di Alì Ağca. Queste telefonate, esattamente, quando sono avvenute? E lei mi conferma che è stato quello il momento in cui a chiunque è venuto in mente che i due casi potessero essere collegati?
Terza domanda. È chiaro che la figura di Sonia De Vito è cruciale, però lei ha cambiato versione varie volte. Ci può spiegare meglio che tipo di versione esattamente la De Vito abbia cambiato?
La risposta al collega Iaia sull’intervento dei nostri apparati di sicurezza del SISDE l’ho compresa, ma mi manca quando si sono fatti vivi. Quando è stato, a sua memoria, il momento in cui il SISDE si è interessato della vicenda? Volevo sapere come lo contestualizziamo rispetto alle altre tappe di questa vicenda.
Penultima domanda. Lei prima ci ha detto una cosa abbastanza sconvolgente: si sono presentati a casa vostra due individui che si sono qualificati come appartenenti all’Arma dei carabinieri e hanno preso i diari di sua sorella. Voi non avete mai chiesto ai Carabinieri conto di questi individui? Ci può dare qualche elemento per capire, intanto, se questi individui fossero effettivamente appartenenti all’Arma dei carabinieri e, nel caso, dove questa Commissione possa eventualmente andare a cercare questi diari?
Ultima domanda. Lei ci ha detto che un agente del SISDE sentì al bar Sonia De Vito dire: come ha preso Emanuela poteva prendere anche me.
Questo agente del SISDE era lo stesso ragazzo di 21 anni che venne da voi la sera prima? Immagino che il SISDE vi abbia detto che aveva iniziato un’attività investigativa all’interno di quel bar. È all’interno di quell’attività investigativa che ha sentito questa frase? Anche qui, chiedo se può periodizzare quando sia avvenuta.
MALPEZZI (PD-IDP). Signora Gregori, rispetto ai diari, noi non sappiamo chiaramente neanche chi li abbia presi. A voi risulta che non siano in archivio in nessuna questura e non sono mai apparsi?
Oltre all’elenco delle persone che lei giustamente ci ha detto che varrebbe la pena di audire, ritiene opportuno contattare anche Raoul Bonarelli? Mi sembra che sia uno dei nomi apparso anche nella questione che riguarda la scomparsa di Emanuela Orlandi.
Chiedo poi se per caso le persone che affiancavano l’avvocato Egidio a tutti i colloqui si siano mai presentate o meno e quindi se ha ricordo eventualmente di qualche nome.
BIZZOTTO (LSP-PSd’Az). Signor Presidente, abbiamo capito che il ruolo di Sonia è centrale e quindi sicuramente avremo modo di sentirla, ma volevo capire se l’ha più rivista. Adesso cosa fa? Come si è comportata negli anni successivi? E poi chiedo delle altre amiche che aveva e che adesso sono cresciute, ovviamente. Sappiamo che, dopo tanti anni, magari qualche silenzio scompare o qualche ricordo riappare. In quei giorni le aveva viste? Sonia, ad esempio, come appariva? Era una normale quindicenne?
Al di là di quella quella frase rubata: poteva succedere a me, come la vedeva in quei giorni? Preoccupata per la scomparsa? Non si rendeva conto, così come le altre amiche, che comunque erano quindicenni, compagne di classe o altro? C’è qualche persona da risentire o comunque che ha qualche notizia da fornirci?
Si è fatta una domanda sul motivo per cui si è inventata la questione della chitarra? Essendo amica, infatti, sapeva benissimo che la chitarra non c’entrava niente.
PARRINI (PD-IDP). Signora Gregori, le chiederei uno sforzo in più: non di dirci il giorno esatto, perché non è possibile, ma di aiutarci a capire se l’interessamento dei Servizi segreti per la vostra vicenda è precedente o successivo a quello per la vicenda Orlandi.
Pietro Orlandi prima ci ha detto, se non ho capito male, che il primo rappresentante del SISDE, Gangi, si fa vivo il 25 giugno. Due giorni dopo la vostra casa inizia ad essere frequentata giornalmente dai servizi. È il 27 giugno, quindi un mese e venti giorni dopo la scomparsa di Mirella. Sarebbe importante capire se l’interesse dei Servizi per la vostra vicenda è posteriore o anteriore.
L’altra domanda che faccio è se lei ricorda che effetto fece, non tanto su di lei, in quanto aveva diciassette anni e quindi non un’età tale da poter dare luogo a riflessioni da adulto, ma sui suoi genitori il fatto che si manifestassero, non soltanto le Forze dell’ordine, ma i Servizi. Fu una cosa che suscitò impressioni particolari? Come veniva spiegata? Perché non è immediatamente comprensibile come mai questo avvenga.
Lei ha detto che sono trascorsi, dalla segnalazione di sua madre che l’uomo poteva essere Raoul Bonarelli al confronto, otto anni: ho capito bene?
Maria Antonietta GREGORI. Sì.
PARRINI (PD-IDP). Questo glielo chiedo perché sarà una domanda che farò anche a Pietro Orlandi. Noto tre elementi di connessione e Bonarelli è uno di questi, perché, come sa, c’è un’intercettazione di un colloquio tra Bonarelli e Cibin del 1993, che credo ci occuperà in qualche modo e di cui parleremo.
L’ultima questione su cui avevo una domanda da fare è quella che riguarda i diari, anche perché, se non ho capito male mentre parlava prima Pietro Orlandi, una cosa simile è accaduta per quanto riguarda Emanuela: i rappresentanti dei Servizi hanno preso i diari della ragazza. Poi lo chiederò a Pietro Orlandi, ma in ogni caso questi diari voi non li avete più visti e non risultano agli atti delle indagini.
L’interesse per i diari è ovvio, perché, se si parla della scomparsa di una ragazzina, il diario può rappresentare davvero una fonte per capire molte cose o per capire alcune cose.
Maria Antonietta GREGORI. I contatti con il Vaticano non li abbiamo mai avuti. Non abbiamo avuto nessun contatto con il Vaticano, perché mia sorella frequentava la scuola, casa, gli amici, le gite, la discoteca alle quattro del pomeriggio e si usciva alle sei. Quindi, non abbiamo mai avuto nessun contatto con il Vaticano.
La descrizione degli abiti è quella che ci ha più destato paura, perché, dopo averci detto tutte le etichette interne, il colore, le scarpe con la marca che sta sulla soletta delle scarpe, la persona al telefono ci disse: tu torna al posto tuo dietro alla cassa e il ragazzo deve tornare dietro al bancone. In quel momento, quando ha attaccato, la prima cosa che ho fatto è stata uscire fuori, perché ho avuto la sensazione che ci fosse qualcuno fuori che mi spiasse.
C’era una cabina, che poi è stata tolta, quando si usavano i gettoni, però non ho visto nessuno. Allora ho pensato che potesse essere un avventore venuto prima, che ha visto i nostri movimenti e poi ha deciso di fare questa telefonata.
Quando sono state accomunate le ragazze: c’è stata un’intervista di Panorama che parlava della tratta delle bianche e, oltre a Emanuela, c’erano altre ragazze, tra cui Mirella Gregori scomparsa il 7 maggio. Ora, non so se sia partito tutto da quello o se poi, nel corso dei depistaggi famosi delle telefonate, hanno inserito anche Mirella. In una telefonata che hanno fatto a Egidio, infatti, gli hanno chiesto: Mirella Gregori, vogliamo avere più informazioni. Comunicato che c’è stato. Quindi, non saprei come.
La versione della De Vito cambia perché lei, prima dice una cosa, e poi, messa a confronto con me quel giorno (perché nei miei diciassette anni sono andata più volte dai Carabinieri a fare i confronti e a parlare), ha rinnegato tutto ciò che mi ha detto: sia dell’appuntamento a Porta Pia, sia di Villa Torlonia e tutto il resto. Ma, da sorella, sono sicura al 100 per cento che quello che dico adesso sono le cose che ho detto quarantun’anni fa.
Lei mi ha detto, testuali parole, che Mirella aveva un appuntamento a Porta Pia e poi andava a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Io le ho risposto: a suonare la chitarra? Lei non ha né amici e né suona la chitarra. E lei ha detto: io non so che dirti, a me ha detto così!
Il SISDE viene da noi quando ci chiede di farci rappresentare dall’avvocato Egidio, però non avevamo mai avuto altri approcci con il SISDE e neanche li abbiamo avuti poi in seguito, tranne quando mia madre andava là e c’era questo individuo, che non si sa se era un carabiniere o se era uno del SISDE. Era sempre a fianco di Egidio e non era un segretario, perché mia madre è venuta a sapere dopo di questo personaggio. Perché doveva esserci questa persona a fianco a mia madre?
Ciò risale a dopo la scomparsa. Io non andavo perché ero minorenne, ci andavano mio padre e mia madre, nei mesi di settembre od ottobre del 1983.
Sui diari che sono stati presi vi potrebbe rispondere mia madre. Purtroppo alcune cose le so perché me le ha raccontate lei. Li hanno presi e non sono più comparsi, ma so che la Bruzzone adesso ha scritto un libro su Mirella, è andata in procura e si è fatta dare i documenti. Vi spiego, però, dall’inizio.
Lei mi aveva contattato, mi ha fatto rappresentare dalla Gasperini a livello gratuito, perché voleva andare a fondo su questa storia, due o tre anni fa, e le ho lasciato il mandato. Uno le prova tutte e, lei essendo criminologa, ho pensato: magari riesce in una cosa che non hanno fatto gli altri in precedenza. Ha portato i diari dalla procura, ma non so se sono gli stessi diari che sono stati presi. Lei li ha presi, li ha decifrati, perché mia sorella faceva stenodattilografia e quindi scriveva con segni, come le stenodattilografe in Senato, e li ha tradotti. Praticamente non c’era scritto niente, solo cose che scrivevano le ragazze sui diari, tutto lì. Non so se questi due diari, che adesso sono in possesso della Bruzzone, siano gli stessi diari che sono stati presi.
L’intercettazione che c’è stata giù al bar da Sonia è un documento del SISDE a cui non c’è stato un seguito. È un’intercettazione che è stata trovata da Tommaso Nelli, che ha scritto il libro su Emanuela Orlandi e ha trovato questo documento scartabellando i faldoni di Emanuela, infilato lì. Purtroppo su Mirella, rispetto ad Emanuela c’è poco, mentre su Emanuela ci sono vari faldoni.
C’era questo documento, che nessuno ha mai visto. Quel documento è andato infilato così casualmente nel discorso Emanuela Orlandi, ma faceva parte del caso di Mirella e l’ha trovato lui. È quello dell’intercettazione al bar di Sonia che dice: noi non lo conoscevamo, però, come ha preso Mirella, poteva prendere anche me.
PRESIDENTE. Cercando nel faldone di Emanuela, è stato trovato un documento del SISDE dell’intercettazione al bar dove la De Vito dice così.
MARATTIN (IV-C-RE). Era un’intercettazione o era un agente che aveva ascoltato la conversazione?
Maria Antonietta GREGORI. Era una verbalizzazione.
Raoul Bonarelli, del Vaticano, abitava dietro casa nostra. Sul sentirlo adesso non so, perché vive in Vaticano e ci vorrebbe una rogatoria.
Pietro ORLANDI. Ha solo la cittadinanza vaticana.
Maria Antonietta GREGORI. Adesso è in pensione, ma ha la cittadinanza vaticana.
Dal giorno che è scomparsa non ho più visto Sonia, non è più salita a casa, non è mai venuta a chiedere: Mirella l’avete trovata? Sapete qualcosa? Non l’abbiamo più vista e questo fu un rammarico anche da parte di mia madre, perché ha detto: io l’ho sempre trattata come una figlia, perché non sale? I genitori le avevano proibito di salire, proprio per non mischiarsi nel caso. Tante persone si sono allontanate e poche sono rimaste vicine, forse per paura.
Le amiche ci sono state vicine. Quelle di scuola avevano l’appuntamento con mia sorella perché dovevano andare a fare il regalo per la festa della mamma, proprio perché la domenica dopo sarebbe stata la festa della mamma e lei doveva uscire con le sue amiche di scuola per fare il regalo alla mamma.
Quindi non era premeditato che mia sorella dovesse vedere questa persona, perché alle 16,30-17 si doveva vedere con loro e anche con il ragazzo che frequentava. Una di queste amiche è appunto Simona Bernardini, Rossana, di cui non ricordo il cognome, e Simona De Santo, che erano delle amiche di Mirella. Quindi, non posso neanche rispondere se Sonia fosse preoccupata, perché non l’ho vista, non saprei proprio, non so neanche cosa le balenasse nel cervello.
Di Simona Bernardini so solo che il giorno dopo che è scomparsa mia sorella è andata a casa di Sonia, le ha citofonato, è salita e le ha detto: che fai? Sei a letto, non vieni a cercare con noi Mirella? Ha detto: no, chissà dove si è andata ad impelagare quella ragazza. Questa è stata la sua risposta.
L’interessamento dei Servizi nasce dopo che è scomparsa Emanuela: certo, con la vicenda di Alì Ağca e tutto l’ambaradan che c’è stato. Appunto questi due diari ce l’ha Bruzzone. Ora, se sono gli stessi che ci hanno portato via e stanno in procura, questo non lo so.
MALPEZZI (PD-IDP). Avete i nomi di chi era vicino all’avvocato Egidio?
Maria Antonietta GREGORI. No.
SCURRIA (FdI). Signor Presidente, da romano, posso dire che la storia di queste due ragazze è una storia che è connaturata quasi nella città, ai tanti racconti, alle cose che abbiamo sentito e che abbiamo visto. Poi, oggi è importante aver sentito alcune cose anche più direttamente dalle famiglie, non perché queste non fossero avvenute, ma perché oggi si ha la sensazione, anche con la grande dignità con cui avete portato qui queste storie, dell’importanza di alcuni aspetti che questa Commissione dovrà fare.
Nel suo racconto mi hanno colpito in particolare due aspetti: uno è comune, cioè l’immediato interesse dei Servizi alle vostre vicende, che è un tema particolare, perché non penso che, se oggi scompare una ragazza, dopo poche ore o dopo pochi giorni automaticamente i Servizi si attivano. Talvolta è strano anche se si attivano polizia o carabinieri, figuriamoci i Servizi.
Questo ci dà la dimensione di qualcosa che va capito meglio e, in questo, da capire meglio è la storia di Mirella, che ovviamente conoscevo per quanto avessi potuto informarmi. Una cosa che oggi lei ci racconta è il momento in cui sua madre entra ed esce in modo diverso dal commissariato di piazza Cavour.
È come se lì fosse successo effettivamente qualcosa e qualcosa di talmente forte che neanche le racconta niente. Lei, però, ha avuto la sensazione fisica che è come se sua madre lì avesse capito qualcosa, che forse era troppo grande da poter raccontare. Le volevo chiedere: abbiamo la possibilità di capire o di sapere, andando magari in qualche modo a ritroso nel tempo, i nomi delle persone in quel momento presenti quando sua madre è andata a fare questa deposizione? Ci saranno stati degli ufficiali di polizia.
Maria Antonietta GREGORI. C’è il verbale del giudice Rando.
SCURRIA (FdI). Un’altra cosa strana, tra le tante di questa Sonia De Vito, che lei ci racconta essere una grande amica di sua sorella, è come una grande amica possa non sapere che Mirella non suona la chitarra. Quindi, nel momento in cui glielo racconta, sta evidentemente raccontando qualcosa che è fuori dal mondo.
Voleva dire altro? Voleva far capire qualche altra cosa? Dirlo a lei, che è la sorella e che sa perfettamente che Mirella non suonava la chitarra, lo sapeva anche lei che non sapeva suonare la chitarra, quindi lei ci ha visto un messaggio? Un voler dire qualcosa per far capire non so cosa? È assolutamente una domanda senza senso, però è talmente senza senso quello che le ha detto, che forse una motivazione ci poteva essere.
MARCHETTI (LEGA). Signor Presidente, un grazie soprattutto alle famiglie, per aver tenuto dritta la barra in questi anni e aver voluto a tutti i costi chiarezza. Questo è importante.
Un punto o due mi restano più o meno da chiarire, in attesa di poter audire finalmente Sonia De Vito, che secondo me riuscirà a darci degli elementi. Sarebbe anche importante, signor Presidente, se riusciamo ad avere i verbali, le interviste, dove la De Vito ha fatto, negli anni, dichiarazioni che poi sono state di fatto travisate, cambiate e modificate in corsa, in maniera anche inspiegabile.
Signora Gregori, quando arriva la citofonata, voi avete sentito, perché magari ci sono anche dei citofoni in viva voce, chi parlava dall’altra parte? O avete soltanto la versione della ragazza che dice: è Alessandro, mi ha chiamato, devo scendere. Perché lei inizia con: chi sei, se non mi dici chi sei non scendo. Poi, a un certo punto, l’interlocutore parla, lei si gira verso di voi e dice: è Alessandro, devo scendere. Voi avete sentito dire: sono Alessandro, scendi? O ci rifacciamo soltanto a quella che è stata la dichiarazione della ragazza in quel momento? Questa è una cosa che secondo me è abbastanza importante da capire.
Quindi, voi non conoscevate il contenuto dei diari che sono stati sequestrati? Voi, come famiglia, non avete decriptato, letto o capito cosa contenessero? Se c’erano ricordi, pensieri, quelli di una bambina di quindici anni.
CAVO (NM(N-C-U-I)-M). Signor Presidente, riferisco di quello che a me chiaramente ha colpito di più e vado a chiederne specifica. Sicuramente, quello che emerge è il dettaglio di questa nota del SISDE, che oggi è stata puntualizzata. È la frase che Sonia dice: avrebbe potuto prendere anche me. Credo che sia una nota importante e ancora di più lo è il dettaglio che quella nota arrivi da un faldone del caso Orlandi, con un legame molto forte per questa Commissione.
Chiedo a lei, signora Gregori, visto che questo ci riporta alla centralità di Sonia, senza ovviamente voler andare oltre questo concetto di centralità, chiaramente con un po’ di stupore per il fatto che poi non abbia più avuto contatti con voi e che a lei siano rimasti dei dubbi, quantomeno sulle frasi che le aveva riferito.
Ho capito che Sonia, nella sua totale legittimità, non ha più avuto contatti con voi come famiglia. Lei non ha più provato ad avere contatti con Sonia e cercare di capire meglio, come ovviamente stiamo cercando di fare anche in questa sede, il perché di tante cose che anche a lei non tornavano?
Rispetto a quella frase famosa: “va a suonare la chitarra”, non ha più provato negli anni a chiedere perché una motivazione così impensabile per una persona che non suona la chitarra? Soprattutto, lei pensa che Sonia volesse tutelarsi, in questo atteggiamento, che può aver avuto, di non precisione o anche di riservatezza, a un certo punto rispetto, forse non tanto alla vostra famiglia, quanto al caso in sé?
Ha mai pensato che avesse voglia o necessità di essere tutelata? Quindi, anche una sorta di paura o che, comunque, fosse a tratti in qualche modo spaventata.
La telefonata degli abiti è stata una telefonata anonima. Lo ha già ripetuto più volte e chiedo se vuole ancora dare qualche dettaglio. Chiaramente, è un altro momento centrale di questa vicenda. È una telefonata che può essere ricollegata, nella voce, ad altre telefonate che la vostra famiglia ha ricevuto, se ascoltata direttamente da chi l’ha ricevuta, o è completamente avulsa dalle altre telefonate che avete ricevuto? Potete dirlo con dubbio o con certezza, anche con l’esclusione della certezza?
Lei a sua madre ha mai chiesto perché ha cambiato la versione in quel commissariato? Non ritorno sul caso, perché è stato sufficientemente sviscerato e abbiamo capito di cosa stiamo parlando. Lei si è stupita nel vedere che non era lui, ma le ha mai chiesto: come mai, mamma, hai cambiato versione?
Ho ascoltato Pietro Orlandi, che, per quanto riguarda il caso Orlandi, sull’aspetto Avon ha parlato di depistaggio. Sostanzialmente, mi chiedo se, per voi, la parte Avon che riguardava Mirella, lei ritiene che sia marginale o se invece ritiene che sia più rilevante.
CAMPIONE (FdI). Signor Presidente, intanto grazie ai nostri auditi per essere qui oggi e per averci esposto con tanta precisione come sono andate le cose. Anch’io, da romana, ho vissuto queste due storie con una sorta di identificazione, anche perché si trattava, non solo di due ragazze che comunque come età erano molto vicine alla mia, ma anche perché erano due ragazze normali, cioè due ragazze di due famiglie normali, che vivevano una vita normale e quindi in sostanza potevano essere tranquillamente, sia l’una che l’altra, una di noi.
Premesso questo, mi rivolgo alla signora Gregori. Dalla sua esposizione mi vengono in mente due domande. Una, in parte, è stata già formulata dai colleghi, ma la riformulo, perché secondo me è un momento importante. Al momento di quella telefonata, dove la persona che non si qualificava descriveva la marca dei vestiti di Mirella, oltre a questo elenco sono state fatte delle richieste? Ce le può raccontare nel dettaglio?
Lei dice di aver avuto la sensazione che, nei giorni precedenti la scomparsa di Mirella, voi siete stati seguiti o controllati da qualcuno e sottolinea la circostanza che il citofono ha suonato alla presenza di suo padre. Perché lei sottolinea questo? Lei ipotizza un ricatto nei confronti della famiglia? Perché la presenza di suo padre, secondo lei era importante?
Maria Antonietta GREGORI. Su piazza Cavour, quando è entrata, mia madre era sicurissima e certa, anche perché ha aspettato otto anni per fare il confronto con Bonarelli. C’è un verbale della giudice Rando, dove si legge chi c’era e chi non c’era in quella stanza. Io ho avuto la sensazione, visto che l’ho accompagnata io, che forse ha pensato: mi è rimasta una figlia. Quella è la cosa che abbiamo pensato subito io e papà. Quando è uscita, le ho detto: ma che dici, mamma? Ma se fino a cinque minuti fa eri super convinta? Ha risposto: no, mi sono sbagliata, non era lui, sono passati otto anni.
Però, io e mio padre abbiamo pensato sempre che l’hanno fatta riflettere, chiedendo: ma è sicura? È proprio lui? Lei ha un’altra figlia. Queste sono ipotesi che faccio io. Io non so quello che è successo in quella stanza. Non c’ero e non lo posso dire, ma la sensazione è che le fosse stata forzata la mano facendola pensare all’altra figlia.
PRESIDENTE. Mi scuso se la interrompo, ma penso che questo punto sia importante. Però le ha raccontato che tipo di procedura fu seguita? Le fu fatta vedere una foto?
Maria Antonietta GREGORI. Le hanno fatto vedere il video di quando è arrivato il papa, perché hanno chiesto il video alla chiesa e mia madre ha detto: è questo qui. C’era lui lì. Non lo so che è successo. Se fossi stata dentro, lo potrei raccontare benissimo.
Mi riferisco al video della dell’arrivo del Papa alla parrocchia di San Giuseppe a via Nomentana. Le fu mostrato in quel momento, mentre stavano a Piazza Cavour.
SCURRIA (FdI). Signor Presidente, se lo ritiene opportuno, si può chiedere di avere i verbali di questo momento?
PRESIDENTE. Abbiamo già chiesto tutta la documentazione del procedimento e quindi ci dovrebbero senz’altro essere tutti i verbali.
Maria Antonietta GREGORI. Per quanto riguarda il citofono, no, non si sentiva niente, perché il citofono era vicino all’ingresso e la cucina e le altre stanze erano in fondo. Non si sentiva chi c’era dall’altra parte, però la titubanza di mia sorella che è andata a rispondere mia madre se la ricorda benissimo. È quella che poi ci ha raccontato nei giorni seguenti.
Non conosciamo il contenuto dei diari, però, per quanto mi riguarda, visto che avevo solamente due anni più di lei, so che all’epoca sul diario si attaccavano gli adesivi, si scrivevano frasi e pensieri, si facevano quelle cose che si facevano all’epoca. A lei piaceva molto scrivere e quindi scriveva frasi e pensieri lunghi. Quelli li ho ritrovati quando me li ha fatti rivedere la Bruzzone, che mi ha detto che avevano decifrato anche tutte le cose scritte in stenografia.
Non c’è niente di di concreto. Sono tutti i pensieri, sul fatto che le piaceva Alessandro, ma che non era corrisposta. Poi aveva incontrato il suo ragazzo, Massimo Forti, e si era messa con lui: ma erano proprio due mesi.
Sarebbe lo stesso che ha avuto la baruffa quando sono arrivati quei due tipi dentro al bar, e poi, nella telefonata o nel comunicato con Egidio, è stato detto: noi abbiamo visto che Mirella aveva avuto un bisticcio col ragazzo.
I contatti con Sonia non ci sono più stati, perché lei non è più tornata al bar. I genitori non l’hanno fatta più andare e, non ricordo quanto tempo dopo, sono andati proprio via. Se Sonia si è voluta tutelare: sì, può essere che abbia avuto paura; può essere che l’abbiano minacciata. Possono esservi tante ipotesi. È possibile che davvero non sappia nulla.
Io non ho mai incolpato Sonia, ma le ho sempre chiesto di dire la verità. Anche quando abbiamo avuto dei confronti, le ho chiesto: perché cambi la versione? Questo sta tutto a verbale. Lei, però, insisteva sul suo punto.
Sulla telefonata dell’americano con i vestiti, l’accento era americano, come tutte le altre telefonate che sono arrivate per intercedere presso Pertini per la liberazione di Ali Agca. Ha risposto mio padre al telefono; poi, preso dalla paura, non riusciva a parlare ed è andato a rispondere il mio ragazzo, che è il mio attuale marito e che scritto il dettaglio su un foglio, con tutta la descrizione delle marche e dei colori di quello che Mirella indossava. Poi, ha concluso la telefonata dicendo: dai questo ad Antonietta, lei capirà; nel senso che io sapevo quello che indossava mia sorella.
Infatti, quando ci ha portato questo foglio, io ero a casa con mamma e abbiamo avuto paura. Lì abbiamo pensato: o Mirella l’hanno ammazzata e questi sono i vestiti; o hanno spogliato mia sorella e non so quale fine abbia fatto e questi sono i vestiti. Qualcuno deve aver avuto tra le mani mia sorella, altrimenti non era possibile. Uno non può inventare le marche dei vestiti.
Io ho chiesto a mia madre perché ha cambiato versione, ma lei mi ha sempre detto che aveva sbagliato, che erano passati troppi anni e che quindi non era più sicura. Però, io non so quello che le passava in cuor suo, che cosa sia successo. L’Avon io la riterrei un po’ marginale, perché facevo anch’io presentazioni Avon. Era il periodo in cui quasi tutte le ragazze lavoravano in Avon.
Lei, dunque, presa dal fatto che io ero più grande e magari guadagnavo qualcosa, perché poi è piacevole lavorare con i prodotti cosmetici, prendere gli ordini, far arrivare i pacchi, si era un po’ appoggiata a me, che lo facevo già. Però, non credo si possa arrivare a dire che sia una parte integrante della scomparsa di mia sorella.
Quanto alla sensazione di essere seguiti, lo dico pensando al momento della scomparsa, al giorno della scomparsa. Perché hanno aspettato che rientrasse mio padre e poi hanno citofonato? Potevano farlo tranquillamente, ma avrebbero incontrato mio padre, in quel momento, che citofonava a casa Gregori. Quindi, hanno aspettato che rientrasse e poi hanno citofonato.
ASCARI (M5S). Signor Presidente, innanzitutto grazie per gli importantissimi spunti che avete dato, anche da poter approfondire. Io volevo concentrare una maggiore attenzione sulla citofonata, in particolare su Alessandro, il nome che è emerso e che corrisponde a una persona.
Può chiarire dove Mirella lo ha conosciuto e, in particolare, il livello di conoscenza e di frequentazione? Una infatuazione è una cosa anche molto personale. Vuol dire che, in qualche modo, potevano appunto vedersi ed incontrarsi.
Lei ha avuto modo poi di interfacciarsi personalmente con questo Alessandro? Vorrei chiederle, appunto, di fare un riferimento alla Commissione sull’alibi rilasciato dal ragazzo. Il ragazzo era vicino o lontano rispetto alla vostra abitazione? Infine, se può indicare le persone eventualmente indicato da questo Alessandro. Questo è importante perché sarebbe bene avere un approfondimento e maggiori dettagli su questa figura.
Poi, le chiedo, e vorrei qui, davanti alla Commissione d’inchiesta, una risposta formale, se Mirella frequentava la parrocchia. In caso di risposta affermativa, chiedo se il giro di amici stretti da lei fornito siano gli stessi della parrocchia o se ci sono persone, in ambito parrocchiale, che eventualmente andrebbero sentite.
PAROLI (FI-BP-PPE). Signor Presidente, io torno sulla telefonata anonima che ho capito non essere stata l’unica, ma chiaramente quella più importante; quella in cui l’indicazione delle marche degli abiti ha evidentemente dato consistenza alla telefonata. Non era più un mitomane, quindi, non era qualcuno che si inseriva nella vicenda, non so per quale motivo, ma era qualcuno informato.
Mi dispiace insistere, ma non riesco a capire la percezione che avete avuto voi di questa telefonata, oltre che della verosimilità. Esattamente, qual era lo scopo? A cosa voleva arrivare? Indurre una trattativa, attraverso il presidente Pertini, era davvero l’obiettivo o c’era qualcos’altro? La telefonata comunicava le marche dei vestiti e il fatto che non fosse un mitomane, ma qualcuno a conoscenza di qualcosa di decisivo: voi l’avete percepita come una telefonata che aveva quale scopo?
Dopodiché, sua sorella aveva questa storia con questo ragazzo e una infatuazione per questo Alessandro, che a quell’età è una cosa normale. Mi sembra, però, che entrambi siano spariti dalla narrazione e dalle ipotesi, non tanto di reato, ma da ipotesi che potevano far poi nascere una pista credibile o su cui lavorare.
Così come anche a me sembra abbastanza evidente che l’amica Sonia, con quella indicazione della chitarra, volesse in un certo senso coprire un segreto, qualcosa che sua sorella le aveva detto di non dire: io sto facendo, ma non dirlo; oppure devo fare o sono invitata, ma tu dì questo perché è la versione che darò anch’io dopo. Purtroppo, poi, non ha potuto confermarla.
Questi due ragazzi, però, sono immediatamente scomparsi dalla narrazione, dal fatto che, anche attraverso loro, si potesse comunque cercare di capire. Probabilmente, uno ha solo avuto una conoscenza, era una corte non corrisposta e non doveva per forza esserci una frequentazione. Però, mi sembra che sia un po’ scomparso il suo ragazzo, che non poteva non sapere nulla di che cosa passasse per la testa di Mirella.
Una ultima domanda riguarda anche la famiglia Orlandi. L’avvocato Egidio, esattamente, che cosa doveva fare e che cosa ha fatto per voi? Nel momento della scomparsa di una ragazza, che senso aveva un avvocato internazionalista? Soprattutto, che cosa ha fatto? Su che cosa è stato utile o su cosa non è stato utile?
GRIMALDI (AVS). Signor Presidente, mi scusi, volevo fare questa domanda all’inizio, ma poi la signora Gregori ha iniziato a rispondere e io non avevo finito le domande. Arrivo a dei fatti concreti. Nei comunicati e nelle telefonate successive alla vicenda di cui abbiamo parlato, cioè la connessione fra i due casi, che avviene 40 giorni dopo, vi sono due punti che vorrei capire.
Siamo al 4 agosto e il fronte di liberazione turco anticristiano Turkesh, in un comunicato, cita per la prima volta anche Mirella Gregori, dicendo: Mirella Gregori, vogliamo informazioni. A queste condizioni la liberiamo.
Nei comunicati e nelle telefonate successive, l’americano, di fatto, si faceva portavoce dei due casi, ma solo il 24 settembre telefonò al bar della vostra famiglia elencando in maniera precisa gli abiti che Mirella indossava il giorno della scomparsa. La domanda è questa: il 22 giugno c’è quel comunicato, ma, almeno dalla nostra ricostruzione pubblica dei fatti, esso avviene tre giorni dopo che, nella rivista Panorama, per la prima volta pubblicamente, i due casi vengono associati.
Dico questo perché c’era un fatto pubblico e quindi, qualora ci fosse stata una strumentalizzazione, è avvenuta dopo la pubblicazione di un articolo di un grande settimanale.
Intanto, chiedo se questa ricostruzione tiene: 4 agosto, comunicato in cui per la prima volta i casi vengono associati. Ma non è la prima volta e, quindi, voi dovreste aver saputo, come famiglia, visto che era comparso un articolo, tre giorni prima, su un giornale nazionale, che i due casi erano collegati. L’articolo aveva come titolo “Emanuela e le altre“.
Sto dicendo questo perché chi strumentalizza, spesso, se strumentalizza e se depista, da qualche parte si deve agganciare. In questo caso, il contesto c’era, anche editoriale.
Arrivo poi al 22 settembre, perché, fino ad allora, l’americano non cita abbigliamento e vicende che c’entrano in questi articoli. Quindi, la domanda esplicita è: l’informazione sull’abbigliamento non era mai apparsa in nessun giornale? Lo chiedo perché è importante: sia che fosse un mitomane o che appartenesse ai Servizi, chi chiama si aggancia a delle notizie che compaiono.
Quindi, la seconda domanda è: se la ricostruzione di come era vestita non è apparsa su nessun giornale, chi potrebbe averla riferita? Nella vostra ricostruzione si legge che sua sorella, dopo aver ascoltato, si è messa una maglietta: così almeno abbiamo letto dalle ricostruzioni. Quel tipo di abbigliamento chi può averlo visto? Sua madre e Sonia: dico bene?
Se possibile, vorrei anche sapere se conoscevate quell’editoriale, se l’avevate letto, perché, signor Presidente, mi pare ci siano anche dei filoni di cui non abbiamo parlato, quali la vicenda delle tratte, dell’adescamento o addirittura di un serial killer. Ripeto che io non ho vissuto la Roma di quegli anni, ma erano voci diffuse, così come alcune falsità, ad esempio la botola in un determinato negozio.
Vi pongo tali domande perché è importante capire, oltre al ruolo del SISDE, all’attenzione mediatica, che cosa si pensava, di fondo, di questa scomparsa di di due ragazze così giovani, anche in una città quale Roma?
Maria Antonietta GREGORI. Alessandro era un compagno di scuola delle medie. Quindi, l’infatuazione di mia sorella risaliva alle medie, le è rimasta nel cuore e non era corrisposta. Quando l’hanno interrogato, lui ha detto che si trovava con gli amici. Abitava a viale Eritrea o a viale Libia. Ha detto che in quel momento lui si trovava con degli amici e, infatti, sui verbali compaiono anche i nomi degli amici: andavano in giro con il motorino e poi sarebbero andati a giocare, non so se a bowling o a biliardo. Questo sarebbe l’alibi di Alessandro.
La parrocchia mia sorella la frequentava come me. Adesso ognuno fa come vuole, ma prima si facevano la comunione e poi la cresima. Nel tempo che intercorreva tra la comunione e la cresima, c’era l’ACR, il posto dove i ragazzi si riunivano, giocavano a pallone e facevano le gite. Ma mia sorella non era una frequentatrice assidua della chiesa: era limitato a questo.
Lo scopo della telefonata dei vestiti non lo conosciamo, anche perché non c’è stato un seguito. È sempre stata fatta da una persona con l’accento americano, che questo accento fosse vero o meno. Non sono state mai messe a verbale le etichette che mia sorella indossava. Quando mia madre ha fatto la denuncia, ha descritto in che maniera era vestita, ma non ha mai detto con
quali marche. La prima volta che abbiamo sentito questa descrizione è stata nella telefonata: non era apparsa né sui giornali né mai in nessuna maniera.
GRIMALDI (AVS). E Sonia poteva conoscerle?
Maria Antonietta GREGORI. Sonia potrebbe.
Alessandro e Massimo non sono scomparsi, anche perché Massimo è stato interrogato. È venuto a casa a chiedere di Mirella, si è preoccupato di telefonarci quando non la vedeva arrivare all’appuntamento, perché dovevano uscire tutti insieme. Alessandro ha chiamato la sera a casa, perché mia madre lo cercò. In quel frangente di tempo, dalle 3 a quando sono arrivata io a casa, lo ha chiamato, ma non era a casa. Quindi, non ha potuto parlare con lui. Non so se le ha risposto la madre, dicendole: appena rientra Alessandro la faccio chiamare.
Alessandro ha chiamato in serata mia madre dicendo che Mirella quel giorno non l’aveva vista, che lui stava con degli amici e quindi non sapeva rispondere.
Non so se Sonia abbia coperto Mirella. Non lo so e non lo posso sapere. So che, comunque, Mirella a noi non avrebbe mai detto una bugia, perché era una ragazza limpida e non aveva bisogno di dire menzogne. Se poi insieme avessero deciso di fare qualcosa, questo non lo so.
L’avvocato Egidio è stato praticamente un tramite con i rapitori, sia per la famiglia Orlandi che per la famiglia Gregori. Era lui a prendere tutte le telefonate. Era un filtro, faceva tutto lui, perché le telefonate arrivavano tutte a Egidio o almeno gran parte, da metà luglio.
Sulla intervista su Panorama, se non ricordo male, mia madre mi disse che arrivò a casa un giornalista, quello che fece appunto l’articolo, per intervistare mia madre. Le chiese, appunto, se sapeva di altre ragazze scomparse, perché in quel periodo c’era proprio la tratta delle bianche, avallata da Nicola Cavaliere, il capo della Squadra mobile, che affermò anche lui che c’era questa questione della tratta delle bianche, queste ragazze che scomparivano? Sulla cronologia con cui è uscita Panorama, sinceramente io le date non le ricordo. Comunque, agli atti ci sarà tutto.
PRESIDENTE. Prima di passare alla vicenda Orlandi, Pietro Orlandi mi ha chiesto di fare una dichiarazione che credo possa essere utile per la Commissione sulla vicenda Gregori.
Pietro ORLANDI. Signor Presidente, intervengo sul caso di Mirella perché, al di là del fatto che Maria Antonietta è diventata anche lei una sorella, le storie, anche se sono slegate, le abbiamo seguite sempre insieme. Questo perché nelle due inchieste aperte, quella chiusa nel 1997 e quella archiviata nel 2015, erano sempre legate Mirella ed Emanuela.
Quando sono stato nell’archivio della Procura, lì c’è una stanza, dedicata esclusivamente a Emanuela e Mirella. Quindi, c’erano tutti i faldoni di Emanuela e almeno due di Mirella: su Mirella ce n’erano meno, effettivamente, e questo, in particolare, è stato un danno.
Dal momento in cui la vicenda di Mirella è stata legata alla questione internazionale dello scambio con Ali Agca, hanno sospeso tutte le indagini che si stavano facendo in quel momento. Villa Torlonia e gli scavi che erano in corso lì: è stato tutto sospeso.
Quando si parla di Mirella, il 4 agosto, in un messaggio di Turkesh che fa riferimento a Mirella Gregori e alla richiesta di informazioni, gli inquirenti l’hanno legata ad una foto che in quei giorni era uscita su un settimanale (non ricordo se fosse Gente o altro settimanale).
Il Papa ogni tanto incontrava le scuole e, in una udienza dove era presente la scuola di Mirella, c’è una foto di Mirella in primo piano davanti al Papa. Quelle foto erano esposte presso l’Osservatore Romano in Vaticano, perché sono le foto che fa il fotografo del Papa. Quindi, all’epoca molti inquirenti dissero che quello è stato il riferimento e che qualcuno ha usato quella foto per portare la vicenda di Mirella all’interno della storia di Emanuela.
Quanto alle persone vicino all’avvocato Egidio, perché io andavo sempre da lui con tua madre, tuo padre e mio padre, uno era John, il segretario, un inglese.
Maria Antonietta GREGORI. Sì, ma oltre a quello, c’era anche quell’altra figura.
Pietro ORLANDI. Sì, legato ai servizi, non italiani. E spesso c’era Nicola Cavaliere, che all’epoca era capo della Mobile e spesso stava lì con Egidio. Egidio, infatti, aveva i telefoni sotto controllo e quindi spesso prendeva le registrazioni delle telefonate che riceveva e le depositava presso la polizia o i carabinieri.
Maria Antonietta GREGORI. Mamma, però, quando andava da sola, che non c’eravate voi, mi diceva sempre che, oltre a John, che conosceva e sapeva che era il segretario, e oltre a Cavaliere, c’era proprio un’altra persona. Andavano anche separatamente, infatti, non per forza insieme alla famiglia Orlandi.
Pietro ORLANDI. Sì, il fatto che sia stato trovato un documento su Mirella tra quelli di Emanuela è perché, inevitabilmente, per tutti in quel periodo erano due casi legati. Quando sono stati legati dal punto di vista internazionale e del terrorismo internazionale, erano due casi che dovevano andare avanti di pari passo.
Io, in parte, mi sono occupato della vicenda di Mirella, prima per la vicinanza, ma anche perché qualche anno fa mi hanno chiesto la collaborazione ad un documentario sulla storia di Mirella. Ne abbiamo parlato anche insieme a Maria Antonietta. Tra l’altro, in quell’occasione, tre anni fa, io ho cercato questa Sonia, l’ho incontrata e ci ho parlato, perché mi sembrava importante non fare un documentario parlando a caso di una persona senza averla sentita.
In questo documentario, tra l’altro, noi abbiamo cercato proprio i documenti, abbiamo preso i diari di Mirella. Una ragazza della redazione, bravissima, è andata in procura e ha preso i diari, dove c’era questa scrittura particolare.
Maria Antonietta GREGORI. Quelli della Bruzzone.
Pietro ORLANDI. La Bruzzone è dopo. Questo nel 2019. C’era questa scrittura particolare e questa ragazza si è messa a tradurre lettera per lettera. Parlano tutte di questo di Alessandro, dell’innamoramento per Alessandro, pensava sempre a questo Alessandro in questi messaggi criptati.
In quell’occasione, ho avuto dei verbali della polizia e dei carabinieri, che loro consegnano alla Procura in relazione a questo Alessandro. In entrambi i verbali, polizia e carabinieri dicono chiaramente che, secondo loro, in tutti gli interrogatori questo Alessandro ha dichiarato il falso e che, secondo loro, era proprio lui la persona che aspettava Mirella a Porta Pia.
Purtroppo, tutte queste indagini si sono fermate quando il caso è diventato internazionale. Alessandro aveva il suo alibi, fine. Quindi, non hanno più ascoltato nessuno.
Sonia io l’ho voluta ascoltare e le ho fatto queste domande: sia di quell’ascolto a fatto da quell’elemento del SISDE dentro al bar e sia per la questione di questo appuntamento. Sul bar, io riporto quello che mi ha detto lei; riferisco solo le cose che disse lei e che ho detto a Maria Antonietta quando abbiamo fatto questa cosa.
Lei mi disse: non sapevo ovviamente chi fosse questo. Parlando di questa questione, poiché in quei giorni parlavamo solo di Mirella, abbiamo pensato che questa persona, chiunque fosse, che aveva preso Mirella, evidentemente conosceva noi, perché stavamo sempre insieme lì sotto.
Quindi, come poteva aver preso Mirella, avrebbe potuto prendere una di noi. Lei così me l’ha spiegata, che lei lo ha detto in quel senso.
Poi le ho detto se mi raccontava bene di quando l’aveva incontrata. La sua versione evidentemente era già diversa da quella detta all’epoca. Vi assicuro, io non lo conoscevo. All’epoca dei fatti era una ragazza, adesso è una donna e mi ha fatto tenerezza. Piangeva continuamente mentre parlava di questa storia, alla quale lei è rimasta legata dall’inizio.
Maria Antonietta GREGORI. Ma perché non è più salita a casa, se era così costernata?
Pietro ORLANDI. Ha detto: eravamo tre sorelle, vivevamo insieme, quindi questa cosa mi ha completamente bloccato. Le ho detto: ma perché non chiami Maria Antonietta? Parla con Maria Antonietta. Ha risposto che i vostri rapporti si erano chiusi e non sapeva come fare. Io le ho detto che ne avrei parlato a Maria Antonietta, ma di incontrarla, perché a volte ci sono delle situazioni, dei dubbi, che, parlando insieme, si possono risolvere.
Le ho chiesto di raccontarmi quello che ricordava di quel giorno, come era andata. Lei mi ha detto: Mirella è scesa e mi ha detto che si doveva vedere con questo Alessandro a Porta Pia. Questo mi fa pensare: siccome Mirella, quando ha risposto al citofono, tua madre ha sentito che era come non riconoscesse quella persona, se era effettivamente Alessandro l’avrebbe capito subito.
Evidentemente, era una persona che le aveva detto: guarda, ti aspetta Alessandro a Porta Pia. Lei è scesa giù da Sonia e Sonia dice: Mirella m’ha raccontato che l’aspettava Alessandro a Porta Pia, io adesso vado con loro. Questo è quello che mi ha raccontato. Io ripeto quello che m’ha raccontato Sonia. Poi, magari, sta a voi ascoltarla. Lei ha detto: Mirella mi ha detto di questa questione della chitarra, dicendomi che doveva incontrarsi con Alessandro, perché loro poi andavano a Villa Torlonia, a suonare, ma lei tanto non poteva andare perché aveva appuntamento con Massimo, il fidanzato che abitava a Talenti.
Maria Antonietta GREGORI. No, a Centocelle.
Pietro ORLANDI. Mirella dice a Sonia: ho appuntamento con Massimo. Mi vedo dieci minuti con loro a Porta Pia, poi passo da te e vado da Massimo. Poi non è più passata. Questa è la sua versione. Secondo la sua versione, erano gli altri che dovevano andare a Villa Torlonia a suonare questa benedetta chitarra e lei non sarebbe dovuta andare, perché aveva appuntamento con questo ragazzo Massimo.
Secondo me è da ascoltare, perché poi non sta a me raccontare. Mi ha raccontato delle cose personali di quel periodo, che sta a lei poi raccontare a voi. Non sono io il suo rappresentante.
SCURRIA (FdI). Ma il documentario poi è uscito?
Pietro ORLANDI. Sì, è uscito nel 2021.
MARATTIN (IV-C-RE). A seguito di quello che veniva detto, ho una domanda per la sorella di Minerva, Maria Antonietta. Se è così, sua sorella era abituata a uscire senza borsa, senza documenti? Quindi, nel caso il racconto fatto da Pietro Orlandi corrispondesse veramente a quello che è accaduto, se cioè Sonia De Vito ha detto la verità, lei pensa che sua sorella sarebbe salita su a prendere borsa e documenti prima di andare al prosieguo della giornata? Oppure era normale per lei pensare: visto che sono uscita senza borsa, prosieguo senza borsa?
Maria Antonietta GREGORI. No, sarebbe salita. Comunque, lei era convinta di salutare il suo amico Alessandro, di vederlo e poi sarebbe salita perché aveva l’appuntamento con gli amici per andare a fare il regalo. Sonia ha dato un sacco di versioni. Qual è quella giusta? Quella vera?
GRIMALDI (AVS). È vero che con sua madre sua sorella si vantò di essere in grado di trovare denaro necessario all’acquisto della casa? È una cosa smentita da voi, però quando è successa questa cosa?
Maria Antonietta GREGORI. Quella è una cosa che dicono tutti i ragazzi quando sono piccoli. Siccome stavamo in affitto, lei diceva: mamma non ti preoccupare che quando sono grande, ho il diploma e lavoro ti do una mano io a comprare casa. Era una semplice esternazione, ovviamente prima della scomparsa. Il momento esatto non lo so, ma era una cosa che un figlio dice alla mamma: non ti preoccupare.
Poi, eravamo solo noi due ragazze, non c’era un fratello grande. Vivevamo solamente del bar, quindi non eravamo benestanti. Quella è stata un’esternazione che ha fatto Mirella, però i giornalisti hanno calcato la mano e hanno ingigantito la cosa: ma ripeto che era una semplice cosa che un figlio dice alla madre.
IAIA (FDI). Riguardo alla citofonata, il bar di Sonia era sotto la vostra abitazione di allora.
Maria Antonietta GREGORI. Sì, a via Nomentana.
IAIA (FDI). Allora, è pacifico che sia arrivata questa citofonata. Qualcuno ha citofonato, lei scende giù e va direttamente al bar.
Maria Antonietta GREGORI. Scende e giù non c’è nessuno, perché al citofono si erano dati appuntamento a Porta Pia. Però prima passa da Sonia; il nostro civico era il 91 e il bar era al civico 81. Non aveva documenti, non aveva borsa, perché Mirella doveva incontrare gli amici, ma non doveva uscire con loro. Doveva solo salutarli. Sarebbe ritornata a casa perché poi doveva uscire. Era solo un appuntamento di saluti, non era un appuntamento per una uscita.
TRANCASSINI (FdI). Quindi qualcuno citofona, lei scende, non trova nessuno e passa dal bar.
Maria Antonietta GREGORI. Passa dal bar dicendo a Sonia che aveva appuntamento a Porta Pia. Chi ha citofonato le ha detto: ci vediamo direttamente a Porta Pia.
CAVO (NM(N-C-U-I)-M). Ma sarebbe andata senza documenti a Porta Pia?
Maria Antonietta GREGORI. Sì, perché doveva salutare Alessandro. Forse non vedeva l’ora di vedere Alessandro. Poi doveva tornare a casa. Porta Pia è vicina a dove abitavamo noi. Però, per il successivo appuntamento doveva tornare per forza a casa, perché doveva uscire a fare i regali.
Signor Presidente, in conclusione, io voglio davvero ringraziarvi e augurarvi buon lavoro.
PRESIDENTE. Grazie a lei, signora Gregori, anche perché, emotivamente, tutte queste ore possono essere pesanti.
Procediamo ora alle domande per i familiari di Emanuela Orlandi.
Francesco SILVESTRI (M5S). Signor Presidente, ringrazio gli auditi e le famiglie. Ovviamente, è difficile iniziare un ciclo di domande su un caso di quarant’anni fa. Probabilmente, il consiglio di non tentare una ricostruzione dal primo momento, ma di focalizzarci su delle questioni nello specifico, fatto dal signor Orlandi, è un consiglio valido.
La prima domanda è su una delle tre piste che lei all’ultimo ha indicato e che, secondo me, è stata la parte meno discussa, anche archiviata velocemente dalla stampa, ovvero la parte su Londra. Mi incuriosiva, rispetto anche a delle interviste che ho letto, un approfondimento su questo, perché è
stata archiviata da molti, ma non da lei, a tal punto da averla citata qui dentro anche rispetto a un coinvolgimento dei NAR, a una persona e anche rispetto a delle documentazioni, per quello che ho letto in alcune interviste, che lei avrebbe rilevato come importanti per quella pista.
PRESIDENTE. Volevo porre una domanda, in particolar modo a Maria Cristina Orlandi, anche se era molto piccola. L’appuntamento che lei aveva con Emanuela, che purtroppo poi non c’è stato, quando è stato deciso? A casa? Ed esattamente, a che ora era?
Questo mi collega a una domanda che faccio a tutti: sono talmente tanti gli elementi, per cui cercheremo di focalizzarci su tutto, non escludendo nulla; però, credo che comunque sia molto importante, avendo questa opportunità di avere qui i familiari, capire esattamente proprio come si svolse la giornata, per quello che loro riescono a ricordare.
Questo lo chiedo a Federica: chi era presente quel giorno, per esempio, quando è arrivata quella prima telefonata di Emanuela, quell’unica telefonata di Emanuela? In particolare, le chiedo se ricorda bene che Emanuela citò sia Avon che le sorelle Fontana.
A Natalina chiederei soltanto, ma già ce lo ha detto, sostanzialmente come si determinò la circostanza che andasse lei personalmente a fare la denuncia. A tutti chiederei, a chi se lo ricorda, di fornire alla Commissione il maggior numero possibile di persone che all’epoca conoscevano o erano amiche di Emanuela all’interno della scuola di musica.
A questo proposito, invece, a Pietro, sempre focalizzandoci su quello, chiedo: quando lui, non so se con la famiglia o con chi nello specifico, andò lì sul posto, appunto a Sant’Apollinare, ebbe modo di parlare con il personale della scuola, con gli insegnanti? Se sì, cosa percepì dal punto di vista della non presenza, del fatto che Emanuela non fosse tornata? Che tipo di atteggiamento, che tipo di sensazione: come se fosse una cosa normale o come ci fosse una tensione?
Sulla vicenda di quello scambio di messaggi, ha già detto qual era la fonte. Per quanto riguarda, invece, una delle vicende più recenti, cioè questa pista di Londra, quando quella documentazione arrivò, fu immediatamente prodotta agli inquirenti?
Chiedo, infine, se ci sono, su questo o su altre tra le segnalazioni che voi avete sempre fatto nelle vostre denunce, documentazioni che non sono note, se le può produrre alla Commissione, perché noi esamineremo tutto, ma solo se documentato o documentabile. Altrimenti, a mio avviso, rischieremmo di ripetere, purtroppo, errori o anche cadere in trappole che sono state tese alla famiglia stessa: e non lo vogliamo fare.
MORASSUT (PD-IDP). Signor Presidente, cercherò di essere il più possibile sintetico nella enorme materia che stiamo trattando. Quasi subito, la famiglia Orlandi viene consegnata ai Servizi: avete detto una cosa che era nota, però, detta così, è una cosa di una enormità incredibile. La famiglia viene consegnata ai Servizi e pochi giorni dopo le assegnano un avvocato. Questo fa pensare, perché questo è un Paese dove l’efficienza dei Servizi è molto più alta di quello che si possa credere. Abbiamo avuto esperienze che ci hanno dimostrato che, nonostante i depistaggi, questo è stato anche il luogo della Commissione Moro: furono trovati i luoghi dove stava Moro, anche se poi furono depistati, però non è successo niente.
La mia domanda è questa: il link con i Servizi nasce da Gangi. Gangi si avvicina alla famiglia perché si lega a una cugina di Emanuela. Quanto prima nasce questo legame? Gangi, cioè, entra in rapporto con la famiglia quanto tempo prima?
Non vi è parso strano che un funzionario dei Servizi, in fondo non di primissima fila, fosse poi in grado, in quei giorni concitati, di trascinare l’establishment dei Servizi con un avvocato così importante, con un graduato dei Servizi che poi vi ha consigliato l’avvocato? Ecco, far luce su questo passaggio, secondo me, è importante: su come i Servizi entrano dentro casa vostra in quei giorni.
Seconda domanda: questa telefonata del 22, quando papa Wojtyla è in Polonia, è documentata o potrebbe essere documentata? Potrebbe esserci un riscontro di questa telefonata?
Terza domanda: in quel periodo la vostra famiglia era una famiglia nota in Vaticano. C’erano particolari figure del Vaticano, ecclesiastiche, che erano vicine alla famiglia, che vi frequentavano o che potevano avere una confidenza maggiore degli altri? Magari, ripensando, avete potuto ragionare su questo, se c’era una particolare, se non familiarità, ma vicinanza con alcuni elementi del Vaticano?
L’ultima osservazione riguarda questa questione di Londra, perché questa lista spese che a un certo punto viene fuori, che è una lista spese di mantenimento di Emanuela a Londra, viene quasi subito considerata falsa, apocrifa, fabbricata ad arte. Adesso, quindi, che cosa vi fa pensare che, presumo, quel documento sia stato fabbricato appositamente per poter rendere percorribile una pista falsa?
MATERA (FdI). Signor Presidente, ringrazio la famiglia Orlandi e la famiglia Gregori che, dopo quarantuno anni, tengono, giustamente, ancora viva l’attenzione su queste due vicende molto importanti, pur consci che, insieme a tenere viva l’attenzione, ovviamente, conservano e tengono aperta una ferita personale sempre viva.
Le cose sono state già dette e domandate. Volevo focalizzare l’attenzione sul tema dei Servizi, sull’attenzione che nell’immediatezza i Servizi hanno avuto venendo a casa Orlandi perché – se ho capito bene – la denuncia la dottoressa Orlandi ha potuto farla dopo le quarantotto ore e Gangi è arrivato a casa 2-3 giorni dopo.
Eventualmente vi siete chiesti, nell’immediato, come mai vi era quell’attenzione particolare dei Servizi; avete chiesto alla rappresentante dei Servizi come mai, per un caso che poteva essere un caso più routinario di un rapimento, della scomparsa di una giovane donna (ce n’erano stati altri in quel periodo), si interessavano così nell’immediato a questa vicenda in particolare?
Pietro Orlandi ha detto che ci sono tante situazioni che non sono state approfondite; focalizzando poi l’attenzione su tre di esse, magari anche non adesso, le chiedo se ci può comunicare quelle che, secondo lui e secondo la famiglia, sono le situazioni non approfondite, in maniera tale che anche noi possiamo seguire qualche linea con più attenzione rispetto ad altre.
Sulla questione dell’Avon, secondo Pietro doveva essere attenzionata e approfondita; secondo, invece, la dottoressa Gregori, è una questione marginale e non da attenzionare rispetto alla questione della vicina della sorella.
GRIMALDI (AVS). Signor Presidente, sono tante le domande ma poi, come ella ha detto, magari faremo altre audizioni.
Mi rivolgo a tutta la famiglia per chiedere se ricorda chi informò per la prima volta il Vaticano. E, se non è così, chi e quando chiese aiuto al Vaticano. Se quel giorno nessuno della famiglia avvisò il Vaticano e se fosse vera la ricostruzione per cui la sera stessa il Vaticano informò il Papa stesso, il suo staff, allora dovrebbe essere stata la polizia o comunque qualcuno che, nel frattempo, era stato avvertito da voi. Questa è la prima domanda che mi sono posto ricostruendo tutte le cose che si trovano in archivio.
Ci potete dire il contesto sia delle amicizie di Emanuela nella scuola di musica sia, se possibile, le frequentazioni che lei aveva negli ambienti vaticani; ovvero che tipo di confidenza aveva e portava rispetto a quei luoghi di cui sentiva parlare a casa e che voi avete descritto più volte.
Un’altra domanda: nel libro “Atto di dolore” di Nelli si descrive un andamento scolastico del quadrimestre dell’anno in corso, anno in cui poi è scomparsa Emanuela, con un rendimento non così positivo o, almeno, come se la fotografia fosse peggiore dei quadrimestri precedenti. Ripeto, non sono parole mie, sono la ricostruzione di un libro che magari voi non ritenete neanche una buona cosa, e non sto dando nessun giudizio.
Arrivo al punto: si dice che Emanuela aveva totalizzato un elevato numero di ore di assenza, che non so se vi risultano: sembra siano settantuno. Mi sono chiesto: come mai? Vi siete dati una spiegazione? È falso questo dato riportato da Nelli nel libro? Solo per capire se c’era un momento di sofferenza o insofferenza o fotografato della famiglia o non fotografato in generale da una situazione emotiva o sanitaria.
Vi chiedo questo perché io continuo a pensare che il contesto sia un contesto in cui tutte le strumentalizzazioni e i depistaggi possono essere successivi e possono essere anche legati al fatto proprio della vostra famiglia dentro gli ambienti vaticani, ma potrebbe essere anche tutt’altro e quindi non avere nulla a che fare con quegli ambienti.
Dico questo perché noi dobbiamo tenere aperta qualsiasi ipotesi: non lo sto dicendo per delegittimare un’ipotesi, lo sto dicendo per provare a comprendere. Ci potete dire ancora meglio chi erano le amicizie più strette, con chi si confidava di più, anche perché ci può essere utile ancora oggi, a distanza di quaranta anni, audire delle persone che, magari, non sono state audite o non sono state degnamente ascoltate.
In ultimo, chiedo se c’è qualcuno che può ricostruire un cambiamento, nei mesi precedenti, dal punto di vista emotivo. Lo dico così, senza sottintendere: qualora ci fosse stato qualche, non abuso, ma pressione indebita? Tra l’altro, ricordo che oggi il femminicidio è una determinata cosa, che gli abusi oggi sono percepiti come tali, mentre allora era un po’ diverso. Parliamo di una cultura totalmente diversa da quella di oggi, non totalmente, ma comunque molto diversa.
Vi chiedo, rivolgendomi soprattutto alle sorelle, che magari erano più confidenti, se c’era qualche segnale di qualcuno che l’aveva davvero infastidita o se c’è qualcosa che, tutto sommato, non avete, fino adesso, sottolineato in questo senso.
Maria Cristina ORLANDI. Era il giorno per l’appuntamento. Visto che era finita a scuola tutti i pomeriggi ci incontravamo con i ragazzi e la comitiva che avevamo in Vaticano, perché facevamo parte dell’Associazione cattolica. Finita scuola tutti i pomeriggi, più o meno, ci vedevamo per farci una passeggiata o alla Mole Adriana o in Vaticano, rimanendo all’interno, oppure fare la passeggiata via Ottaviano, via Giulio Cesare, da queste parti, vicino al Vaticano.
C’eravamo messi d’accordo per ritrovarci all’appuntamento della Scuola di musica per il giorno dopo. Lo stesso giorno della scomparsa, prima che Emanuela andasse a chiedere a Pietro se l’accompagnava, le avevo già ricordato dell’appuntamento che avevamo dopo. Lei poi è andata da Pietro a chiedere, ma Pietro quel giorno aveva altri impegni e non la poteva accompagnare. Quindi, Emanuela uscì sbattendo la porta, per la discussione minima che avevano avuto.
L’appuntamento era alle 19,15: il tempo necessario per arrivare dalla scuola a Ponte Sant’Angelo. Eravamo lì con la comitiva, ma non tutti della comitiva. Eravamo sicuramente io, Angelo Rotatori e Gaetano Palese. Non mi ricordo se c’erano entrambe le sorelle, Gabriella e Paola Giordani, e non ricordo se c’era qualcun altro sinceramente. Non so se vi fosse Cristina Franzè. Eravamo quelli che ci incontravamo più spesso. Abbiamo aspettato diverso tempo, almeno fino alle 19,45, perché noi dovevamo rientrare per cena massimo alle 20,30.
Abbiamo dunque aspettato tutto quel tempo. Non l’abbiamo vista arrivare e qualcuno diceva: andiamole incontro. Però, alla fine, non le siamo andati incontro, abbiamo aspettato lì e abbiamo pensato che avesse preso l’autobus e fosse torna a casa. Tornando a casa, invece, non era arrivata.
Natalina ORLANDI. Sempre il giorno dell’appuntamento, per quanto mi riguarda, io lavoravo. Da qui si usciva alle 20, con orario spezzato 9-13, 16-20 in genere; oppure, se c’era seduta, si rimaneva anche all’ora di pranzo. Quando sono arrivata a casa saranno state le 20,30. Mia madre stava in finestra e mi ha detto: Emanuela non è tornata, è andata in giro, vedete un po’ dove può stare.
Dopodiché, la famiglia è stata consegnata ai Servizi. Qual è la spiegazione? Io mi sono data una spiegazione semplicissima: c’era scritto Vaticano dietro la famiglia. Perciò, anche polizia e carabinieri non sapevano come muoversi. All’inizio hanno dovuto chiedere i permessi, le autorizzazioni, perché eravamo in un altro Stato.
Poi, si trattava del Vaticano, e doveva essere successo qualcosa di grosso se avevano portato via una ragazza. Infatti, parlando con il responsabile di questi agenti (che poi erano tutti ragazzi giovanissimi questi dei Servizi segreti, erano coetanei), io ho chiesto: ma come fate a entrare nei Servizi segreti? Loro hanno detto che, facendo parte dell’Arma, veniva chiesto loro se volevano far parte di questo gruppo.
Quando chiedevo spiegazioni al responsabile, che era Gramendola, e gli dicevo perché dovrebbero aver portato via Emanuela, lui mi risponde: noi stiamo scandagliando tutta la criminalità normale. Li stiamo mettendo talmente sotto pressione che sicuramente non si tratta di criminalità così spicciola, perché l’avrebbero fatta uscire fuori. Non si possono più muovere qui a Roma, non si può muovere più nessuno.
Gangi io non lo conoscevo, non l’avevo mai visto. Avevamo età completamente diverse con Emanuela. Io già lavoravo, mi dovevo sposare a distanza di due mesi dalla sua scomparsa a giugno, perciò ero impegnata in ben altre cose.
Sul fatto che c’erano tante altre giovani rapite, non era come adesso. All’epoca non si sapeva tanto di queste giovani rapite, né a Roma né in Italia. Nessuno parlava dei rapimenti e delle scomparse dei ragazzi. Adesso tutte le TV, tutti i canali hanno delle trasmissioni apposite, anche quelle non apposite ne parlano, mentre prima non era così. Infatti, ricordo che Federica, per capire se c’erano state altre ragazze scomparse, era andata all’archivio di alcuni giornali, per vedere se c’era qualche cosa che riguardava ragazze scomparse, e aveva trovato il caso di Mirella.
Chi frequentavamo in Vaticano? Il Vaticano è come un paese, un piacevole paese, perché siamo cresciuti tutti là dentro, molto felicemente, e tuttora abbiamo degli ottimi rapporti con le persone che lavorano in Vaticano. Non abbiamo mai avuto contatti con prelati, tranne i preti della parrocchia. Questo almeno noi figli; noi non avevamo frequentazioni. Papà ci lavorava, ed è logico.
Poi, dopo, hanno cominciato ad apparire, a chiamare, però chiamavano principalmente papà. Prima, noi conoscevamo solo il parroco della parrocchia o il direttore della tipografia vaticana, che era un salesiano simpatico, che regalava caramelle a tutti i ragazzi e ragazzini che passavano da quelle parti.
Perciò, con Emanuela non è che io avessi questi grandi rapporti di confidenza, vista la differenza d’età. Ci incrociavamo poco, perché io lavoravo tutto il giorno. Però non ho notato nessun tipo di cambiamento, l’ho vista sempre serena, tranquilla. Non aveva grosse preoccupazioni, se non che era stata rimandata in due materie; anche perché lei andava a scuola al Convitto Nazionale, che è una scuola un po’ severa. Andava a scuola di musica il pomeriggio e aveva degli impegni in parrocchia.
Facevamo il calcolo, con mia sorella, sul libro di questo scrittore, che ha scritto che Emanuela aveva fatto 71 ore di assenza. Abbiamo fatto un calcolo: a scuola prima si stava tra le 5 e le 6 ore più o meno. Perciò, bastavano 10 o 12 giorni d’assenza per arrivare a quella cifra.
Pietro ORLANDI. Ed infatti io l’ho detto a Nelli. Io ho il libretto delle assenze di Emanuela: le giustificazioni sono 14 in tutto l’anno, tutte firmate da mia madre per motivi regolari.
Natalina ORLANDI. Esatto, motivi di salute oppure se doveva andare a fare qualche prova.
Pietro ORLANDI. Eppure, si vuole sempre insinuare su cosa c’era dietro Emanuela: che faceva Emanuela? Perché queste assenze? Domandano in giro con chi parlava. Purtroppo, questo è un altro lato che ha creato tantissima confusione, nel senso che c’è stato un interesse da parte di troppe persone, che hanno fatto i propri interessi personali, soprattutto quelle persone che ne hanno scritto.
Parlo di giornalisti. Il 90 per cento dei giornalisti che ho incontrato io sono bravissime persone, che si sono impegnate e ci hanno aiutato a tenere alta l’attenzione su questa storia. Però ce n’è qualcuno, vi posso anche nominare chi, che da anni mette i bastoni tra le ruote.
Chi scrive un libro sulla vicenda di Emanuela formulando una ipotesi, per confermare come verità la propria ipotesi, è disposto anche ad inventare qualunque cosa. Vi assicuro che ne ho incontrati tanti di giornalisti così. Posso tranquillamente fare il nome di Pino Nicotri, che ha scritto vari libri su Emanuela, inventando continuamente, offendendo a dismisura.
PRESIDENTE. Non diamo giudizi soggettivi.
Pietro ORLANDI. No, signor Presidente, sono giudizi diretti, perché sono non soltanto miei pensieri. Insomma, quando una persona mi dice: tu sei lo stupratore del cadavere di tua sorella, perché faccio le cose per stare al centro dell’attenzione, a me fa un po’ arrabbiare.
Però, andiamo oltre. Anche questo, però, ha creato problemi, in questi quarant’anni, e confusione, perché uscivano notizie, confermate come reali, come vere, ma invece erano assolutamente false. Noi le smentivamo, dicendo: questo non è vero, ma intanto giravano.
Queste sono le cose che hanno creato una gran confusione. La storia delle assenze mi è sempre dispiaciuta, perché io a Nelli ho detto del libretto delle giustificazioni. Gli ho detto: guarda, 14 assenze in un anno, è una cosa normale. Nell’ultimo periodo mi sembra ne avesse fatte una o due. Quindi, quella è solo volontà di cercare di spostare l’attenzione su altre cose
Federica ORLANDI. La telefonata, come ho riferito, parla dell’avvicinamento per pubblicizzare l’Avon: sorelle Fontana, sala Borromini che sta su corso Vittorio. Ripeto che anche io ho fatto la rappresentante dell’Avon, ma non ricordo se in quel periodo la facessi ancora.
PRESIDENTE. Emanuela era tranquilla.
Federica ORLANDI. Sì, era molto tranquilla, anzi contenta.
Pietro ORLANDI. Rispondo su come l’ha saputo il Vaticano. Il Vaticano chiude il cancello a mezzanotte. All’epoca non c’erano telefonini, non c’era niente; quindi, è normale che alle 21 già vi fosse un po’ di allarme in casa. Quando la situazione è diventata seria, noi siamo andati a scuola e la scuola era completamente buia. Ha risposto soltanto il custode, dicendo che erano tutti quanti usciti. Anzi, hanno fatto entrare mio padre a dare un’occhiata, ma non c’era più nessuno, perché la scuola occupa solo il terzo ed il quarto piano di quell’edificio. Sotto ci sono altre istituzioni, sempre legate al Vaticano: adesso non mi ricordo se i Cavalieri di Malta o il Pontificio istituto di Studi Arabi, ma una serie di istituti.
PRESIDENTE. C’erano anche uffici politici?
Pietro ORLANDI. Questo al quarto piano, ma quella è un’altra storia particolare. Qui deviamo, ma la racconto volentieri, perché comunque si lega a una delle vicende. Affianco c’era l’ufficio di Scalfaro che, due mesi dopo la scomparsa di Emanuela, è diventato Ministro dell’interno e poi Presidente della Repubblica. Perché lego questa storia, in qualche modo, a questa vicenda? Perché, come sapete, nel 2012 vi è stata la questione legata alla tomba di De Pedis: quella tomba è stata aperta ed è stato tolta la salma di De Pedis.
Sant’Apollinare, che è una basilica, è un unico corpo con tutto il palazzo della scuola. La prima segnalazione del De Pedis sepolto in Sant’Apollinare risale al 1997. Vi furono addirittura uno sciopero della Polizia ed un’interrogazione parlamentare, perché era assurdo che questo criminale fosse sepolto là dentro.
Però all’epoca il Vicario di Roma, che era il cardinal Poletti, intervenne dicendo che i morti non si possono disturbare. La storia è finita lì e non se n’è più parlato. È riemersa poi nel 2005, quando, nel corso della trasmissione “Chi l’ha visto“, è arrivata una telefonata anonima che diceva: “se volete sapere cosa è successo ad Emanuela, andate a vedere chi è sepolto lì”. Lì era sepolto Renatino De Pedis, per il favore che fece al cardinal Poletti.
Io, da subito, non ho mai pensato che i resti di Emanuela potessero stare all’interno della tomba. Quello era soltanto un messaggio per farci capire cosa poteva esserci dietro il rapimento di Emanuela. Ed il riferimento non era solo a De Pedis, ma a quel legame, secondo me fondamentale, che c’è sempre stato e che ha occultato la verità sulla scomparsa di Emanuela.
È il legame tra Stato, Chiesa e criminalità che, in quella situazione della sepoltura, è ben rappresentato, perché l’autorizzazione a far seppellire De Pedis lì, a toglierlo dal Verano e a portarlo a Sant’Apollinare, è arrivata prima dal Vicario di Roma, il cardinal Poletti. Poi serviva anche una sorta di autorizzazione da parte del Ministero dell’interno, che doveva fornire un curriculum vitae della persona che ne attestasse le opere di bene fatte in vita per meritare quel tipo di sepoltura.
Ora, perché prima abbiamo parlato di Scalfaro? Scalfaro è diventato Ministro dell’interno due mesi dopo, ma io vedo quella sepoltura come una sorta di consenso quasi amichevole.
PRESIDENTE. Chiedo scusa se la interrompo. Premesso che sta dicendo cose che ha già detto in altre circostanze, le ricordo sempre quello che abbiamo detto all’inizio. Comunque, di ogni dichiarazione lei se ne assume la responsabilità.
Pietro ORLANDI. Signor Presidente, ribadisco che di qualunque cosa dico me ne assumo totalmente la responsabilità.
PRESIDENTE. Quanto detto fino adesso, sono cose che lei ha già detto e sono note come sue dichiarazioni.
Pietro ORLANDI. Ma dette in questo contesto sono più importanti.
PRESIDENTE. Se dovesse ritenere di dare ulteriori informazioni sensibili o di rilevanza penale, le ricordo che in qualsiasi istante possiamo disporre la segretazione della seduta.
Pietro ORLANDI. Perché io parlo di questo legame tra Stato, Chiesa e criminalità e faccio riferimento a Scalfaro? Non che Scalfaro avesse avuto una responsabilità, ma Scalfaro era amico d’infanzia di Poletti e entrambi, Scalfaro e Poletti, erano amici molto stretti di monsignor Vergari, che era il rettore di Sant’Apollinare, tra l’altro indagato per concorso in sequestro. Spesso tutti e tre si incontravano nella Basilica di Sant’Apollinare.
Io ho cercato di contattare anche ex allievi della scuola di musica e posso poi lasciarvi i nomi. Uno in particolare mi disse chiaramente che loro vedevano questo signore nella scuola di musica, che non sapevano assolutamente chi fosse, per poi capire che era De Pedis.
Era un amico di suor Dolores e spesso suor Dolores si riferiva a lui dicendo: lui sta aiutando molto la scuola; è un benefattore della scuola. E sempre queste persone mi hanno confermato che spesso questa persona la vedevano entrare e uscire dall’ufficio affianco dell’ufficio di suor Dolores, che era l’ufficio di Scalfaro.
Quindi, vi era un legame, che magari non potrebbe avere nulla a che fare con la questione di Emanuela, ma che esisteva e sicuramente ha favorito la sepoltura di De Pedis all’interno di Sant’Apollinare.
Visto che entriamo nel merito, devo raccontare per forza di una delle tre famose piste, diversa da quella di Londra, che poi racconterò. Dal 2005 c’è stata una sorta di tira e molla tra Procura di Roma e Stato Vaticano su chi dovesse aprire quella tomba. La Procura di Roma diceva: sta in una basilica, lo fate voi; lo Stato Vaticano diceva: no, state indagando voi, quindi è una questione vostra. La questione è andata avanti fino al 2012.
Noi protestavamo davanti Sant’Apollinare, nelle varie manifestazioni, ma non perché volessimo aprire la tomba perché lì dentro c’era Emanuela, ma perché volevo eliminare il dubbio. Era stato insinuato questo dubbio per anni: eliminiamo questo dubbio, dunque, e capiamo.
Nel 2012 avviene un fatto che, secondo me, è molto importante e del quale io sono venuto a conoscenza nel 2015, quando è stata archiviata tutta l’inchiesta. Il dottor Capaldo, il magistrato che si è occupato dell’inchiesta di Emanuela, ebbe un incontro in Procura con due emissari del Vaticano, l’allora comandante della Gendarmeria, Domenico Giani e il suo vice, Costanzo Alessandrini. Queste cose me le ha raccontate tutte Capaldo perché, quando è stata archiviata l’inchiesta, io sono entrato molto in contatto con lui, in confidenza, e lui mi ha raccontato tutti questi fatti.
Queste due persone si presentano e chiedono insistentemente a Capaldo che la Procura si occupasse definitivamente di questa sepoltura. Se lo facciamo noi – sostenevano – la gente potrebbe pensare che vogliamo nascondere qualcosa. Invece, facciamo le cose chiaramente: la aprite voi e togliete De Pedis da lì, perché effettivamente questa sepoltura imbarazza anche noi in Vaticano.
Capaldo, a quel punto, dice: va bene. Voi sapete che io mi sto occupando dell’indagine su Emanuela Orlandi. Quindi, io sono disposto anche a farvi questo favore e chiudere questa storia di De Pedis e della sua sepoltura, però voi mi fornite un aiuto su tutto quello che sapete riguardo alla vicenda di Emanuela, visto che, ad oggi, il Vaticano non ha mai voluto collaborare e ha addirittura respinto tutte le rogatorie internazionali che venivano fatte per ascoltare alcuni prelati. Quindi, non hanno mai collaborato.
Capaldo chiede questo scambio di aiuti. La risposta è stata: le faremo sapere. Questo perché, ovviamente, parliamo di due laici e due laici in Vaticano non hanno alcun potere decisionale. Quindi, sono tornati dai loro superiori. Stiamo parlando dell’entourage di Papa Ratzinger, quello era il periodo.
PRESIDENTE. Scusi, lei questo che sta dichiarando lo ha appreso come?
Pietro ORLANDI. Dal magistrato, il dottor Capaldo, che io ho invitato. Lui ha detto: “appena mi convocano, sono disponibilissimo ad essere ascoltato“. È quello che vorrebbe da anni.
Questi due personaggi, Giani e Alessandrini, tornano in Vaticano e si confrontano con i personaggi che all’epoca facevano parte dell’entourage di Ratzinger, cioè il segretario di Stato, il cardinale Bertone, e il segretario di papa Ratzinger, monsignor Georg. Tornano dopo qualche giorno dicendo che erano disposti a dare un fascicolo dove ci sono i nomi di alcune persone che potrebbero avere avuto un ruolo nella vicenda di Emanuela Orlandi, però oltre questi nomi non si può andare.
Capaldo, a quel punto, dice: va bene i nomi dei responsabili, però la famiglia, in questo momento, la prima cosa che vorrebbe sapere è se Emanuela è viva o se Emanuela è morta, se voi avete questo tipo di conoscenza. Se è viva, ovviamente, vogliono riabbracciarla; se è morta, darle una degna sepoltura.
La risposta non è stata: e lo chiede a noi? La risposta è stata: le faremo sapere. Tornano dopo quindici giorni – e io dico che questo è il punto più importante – e, alla richiesta di Capaldo di avere almeno i resti di Emanuela, la risposta è stata: va bene, però a patto che la Procura imbastisca una storia verosimile, che allontani qualunque tipo di dubbio nei confronti del Vaticano.
Era rimasto questa sorta di accordo. Capaldo mi ha fatto capire che volevano che, in qualche modo, si trovasse la soluzione per far trovare dei resti di Emanuela, inventando una storia, per chiudere la vicenda. Lì l’errore di Capaldo, e gliel’ho anche detto, è stato di aver voluto tenere, in qualche modo, questa cosa per sé. Poiché lui aveva naturalmente tanta voglia di arrivare alla verità, aveva colto questa occasione e, quindi, aveva aspettato questo incontro.
Non si fa vedere più nessuno e, a un certo punto, Capaldo fa una dichiarazione pubblica all’ANSA, che si trova tra l’altro su Internet, che mi colpì tantissimo, perché era la prima volta che un magistrato parlava in quel modo. Era il 2 aprile del 2012 e Capaldo dichiara spontaneamente all’ANSA: «Ci sono personalità in Vaticano, ancora in vita, che sono a conoscenza di tutto quello che è accaduto a Emanuela Orlandi. Per quanto riguarda l’apertura della tomba, al momento non la ritengo necessario ai fini delle indagini.».
Io in quei giorni mi arrabbiai, perché mi chiedevo: ma come? Noi stiamo qua ad aspettare. Perché Capaldo deve fare questo passo indietro? Capaldo mi ha spiegato, poi, che quello era un messaggio diretto al Vaticano: voi mi avete promesso una cosa. Non si è fatto più vedere nessuno. Io la tomba non la apro.
La cosa particolare è che il giorno dopo interviene anche il nuovo capo della Procura di Roma, il dottor Pignatone. Anche lui interviene con un comunicato pubblico, dicendo: quelle dichiarazioni del dottor Capaldo non appartengono a questi uffici. Come per dire, non è cosa nostra ma una sua cosa personale. Prosegue Pignatone: da questo momento tutte le questioni riguardanti Emanuela Orlandi faranno capo al sottoscritto.
Quindi, egli ha avocato a sé l’inchiesta togliendola a Capaldo, lasciandogli soltanto le indagini, ma solo su sua autorizzazione. Infine ha aggiunto: per quanto riguarda la tomba di De Pedis, sarà tolto da lì.
Pignatone, dunque, fa togliere la salma di De Pedis. Io, in quel momento, ero molto contento. Mi avevano parlato benissimo di questo nuovo procuratore, che in Calabria aveva fatto strage della ‘ndrangheta. Io mi dico: è appena arrivato, non conosce la storia di Emanuela Orlandi, si prende lui l’inchiesta, vuol dire che c’è finalmente la volontà di arrivare alla fine. Invece, Pignatone porta tutto all’archiviazione. Quando l’inchiesta viene archiviata, io entro in possesso dei documenti.
PRESIDENTE. Quindi, il dottor Capaldo, che lei sappia, ha relazionato alla Procura di Roma di quello che le avrebbe detto?
Pietro ORLANDI. È quello il problema. Per quanto mi è stato detto da Capaldo, la risposta è no.
PRESIDENTE. Quindi, quello che lei ha detto è depositato agli atti?
Pietro ORLANDI. Non so se ha depositato. Pe questo dico che sarebbe importante ascoltarlo. Addirittura, in una intervista egli ha detto pure che non esclude che ci possa essere una registrazione. Poi, però, non so se sia vero o no.
Il problema di quel famoso incontro è che c’era un’altra testimone importante, perché l’inchiesta su Emanuela la seguivano lui e la dottoressa Maisto. Quando il dottor Capaldo ha parlato di questa cosa pubblicamente, più volte con l’avvocato abbiamo chiesto in Procura di ascoltare la Maisto come testimone. Alla fine la Maisto è morta, perché non stava bene, e non è stata ascoltata. Ed era una testimone di quella situazione.
Viene archiviata l’inchiesta da Pignatone. Io cerco le carte che stavano in Procura, rispetto a quella situazione, e trovo un’intercettazione fatta da Rizzi, che all’epoca era capo della Mobile e si stava interessando tantissimo alla questione De Pedis, alla quale credeva tantissimo. Proprio in quell’occasione, egli fu tolto dal suo posto e mandato alla Stradale.
Questa intercettazione riguardava la moglie di De Pedis e la persona indagata per concorso in sequestro, monsignor Vergari. Vergari era preoccupatissimo, perché aveva De Pedis lì in Basilica, non sapeva come uscire da questa situazione. Addirittura aveva telefonato al vescovo di Potenza, dove è morta Elisa Claps, chiedendogli un aiuto perché, come dice lui: tu che già hai vissuto questa situazione, dimmi come mi devo comportare. Già questa è allucinante come cosa, ma in questa intercettazione tra la moglie di De Pedis e Vergari leggo cose altrettanto allucinanti, che non mi invento, perché stanno agli atti della Procura.
La moglie di De Pedis dice a Vergari: stia tranquillo, Monsignore, perché è arrivato il Procuratore nostro. Ci penserà lui a far tacere Orlandi. Visto? Già ha fatto fuori Capaldo e Rizzi e ci ha messo i suoi. Tanto ha assicurato ai miei avvocati che lui archivierà tutto; quindi stia tranquillo.
Così è successo. Pignatone ha archiviato tutto e, terminato il suo mandato presso la Procura di Roma, papa Francesco l’ha nominato Presidente del Tribunale vaticano. Ed ora Pignatone è in Vaticano come Presidente del Tribunale.
Io questa la reputo una delle piste più importanti da approfondire per capire effettivamente, ascoltando Capaldo, Giani e Alessandrini, qual era la situazione. Così come è stata raccontata da Capaldo, secondo me, è molto grave, perché c’è l’ammissione, da parte del Vaticano, di essere a conoscenza di quello che è successo, di essere a conoscenza di tutto.
Tant’è vero che dissero a Capaldo: comunque la verità, tutta la verità, non potrà e non dovrà mai uscire. È per questo che Capaldo ha fatto questa dichiarazione pubblica, dicendo che in Vaticano erano a conoscenza di tutto. Capaldo seguiva tantissime situazioni, stava anche all’Antimafia e all’antiterrorismo. Quando è stato fatto fuori e io sono andato a troavrlo
l’ultima volta, aveva una stanza all’ultimo piano con una scrivania vuota. Alla fine, ha deciso di andare in pensione, perché tanto non c’erano più possibilità per lui.
PRESIDENTE. Come ha visto non l’ho interrotta, signor Orlandi, ma siamo usciti molto dall’argomento. Sono comunque tutte cose che lei ha già dichiarato e, come ha detto, se ne è già assunto e se ne assume la responsabilità.
Pietro ORLANDI. Dichiararle pubblicamente in una manifestazione e dichiararle qua è diverso, signor Presidente.
PRESIDENTE. Infatti, lei lo ha potuto fare e non abbiamo neanche ritenuto, come dovremmo fare nel caso ci fossero affermazioni nuove e sensibili, di segretare la seduta, il che significherebbe tutelare il diritto e le regole fondamentali della Commissione.
Pietro ORLANDI. Le dichiarazioni che ho fatto sono tutte agli atti.
PRESIDENTE. Esatto. Però, ha esulato tantissimo. Lei aveva iniziato raccontando, o meglio, rispondendo rispetto a un momento preciso, quindi ritorniamoci.
Pietro ORLANDI. Ma lei mi ha fatto una domanda su Scalfaro.
PRESIDENTE. No, io le ho chiesto se c’erano uffici politici. Eravamo a quarantuno anni fa e poi siamo andati ai successivi venti. Torniamo a quarant’anni fa, quando lei va alla scuola di musica e a cosa viene risposto a suo padre.
Pietro ORLANDI. A mio padre fanno vedere la scuola di musica, che era completamente vuota. Non c’era più nessuno e gli dicono che tutte le ragazze erano uscite, perché a piazza Navona c’era un concerto. Ci hanno consigliato di andare a fare la denuncia, che quella sera non hanno accettato, non rendendosi conto che, quando un padre decide di andare a denunciare la scomparsa della figlia, vuol dire che è arrivato proprio al limite, perché è una cosa che non farebbe mai.
Sulle amiche di Emanuela, c’è una cosa importante che prima non ho detto, rispetto sempre a questa questione dell’Avon. Emanuela è stata vista per l’ultima volta quando è uscita da scuola di musica da due sue amiche, perché si è diretta di fronte al Senato, dove c’è la fermata dell’autobus, dove aveva incontrato due amiche della scuola di musica.
Dalla lezione di musica Emanuela non è uscita prima con un permesso, come qualcuno dice. La lezione è terminata prima perché l’insegnante di coro, monsignor Miserachs Grau, aveva una cerimonia di anniversario di matrimonio. Quindi, sono tutti usciti dieci minuti prima. Alcune ragazze, mentre uscivano, hanno visto Emanuela scendere dalle scale. Quindi, è sicuramente quell’arco di tempo in cui ha telefonato a casa e le ha risposto Federica.
Emanuela è uscita fuori scuola, dove aveva appuntamento con questa persona che le aveva detto: ti aspetto fuori scuola per darti i volantini. Presumo che Emanuela, non avendolo visto, sia tornata davanti al Senato, dove si era incontrata con questa persona, e lì ha parlato con queste due amiche, Raffaella Monzi e Maria Grazia Casini.
Loro hanno raccontato una cosa e, secondo me, è particolare il racconto di Raffaela Monzi. Raffaella Monzi poi dichiarerà che Emanuela le aveva raccontato di questa offerta di lavoro che le era stata fatta e che non sapeva cosa fare. Emanuela Orlandi chiedeva addirittura consiglio a lei.
C’è un verbale della Monzi, in Procura, reso a chi in quel momento si occupava dell’inchiesta, che era il giudice Sica. C’è un verbale, firmato da Sica, delle domande fatte a Raffaella Monzi. In questo verbale, che nessuno ha mai preso in considerazione, è così scritto.
Voce della Monzi: “Emanuela mi ha raccontato che, mentre veniva a scuola, era insieme a una sua amica e l’ha fermata un signore per offrirle questo lavoro“. Io mi sono sempre domandato, dal momento che Emanuela era una persona veramente diffidente, che era strano che, mentre Emanuela andava di corsa a scuola, cui teneva tantissimo perché due giorni dopo aveva il saggio, uno la fermasse per strada per offrirle un lavoro.
Questa situazione l’ho trovata strana. E mi ha sempre colpito la presenza di questa amica; e questo era l’unico verbale dove si parla di questa amica, perché Emanuela avrebbe detto a Raffaella: “stavo con un’amica e mi hanno fermato“.
Da quel momento, questa povera ragazza, Raffaella Monzi, è rimasta scioccata. È l’ennesima vittima di questa situazione. Da quel momento ha vissuto nel terrore. Addirittura, i genitori l’hanno tolta dalla scuola di musica e si sono trasferiti a Bolzano, perché lei si sentiva perseguitata. La mia paura è sempre stata che qualcuno potesse pensare che Emanuela avesse fatto il nome della persona che in quel momento stava con lei, quando aveva ricevuto l’offerta di lavoro.
Vi sono tante situazioni che uno potrebbe raccontare, anche di quel giorno e di quei momenti, che però non sono state approfondite. Questo verbale di Sica è rimasto lì, non è mai uscita questa informazione: ed è un verbale scritto che riporta di Emanuela Orlandi che racconta a Raffaella. Cosa ne sappiamo di chi era questa amica? Magari era una persona che Emanuela aveva conosciuto qualche giorno prima, una persona che ha incontrato Emanuela mentre andava a scuola di musica, già d’accordo con altre persone. Questa è una situazione difficile.
PRESIDENTE. Voi a che ora siete andati a scuola, quando non avete trovato nessuno? Che ora era?
Pietro ORLANDI. Erano le 10 o forse le 11 della sera, quando, lo ripeto, noi non sapevamo, ma in Vaticano era già arrivata una telefonata dei presunti rapitori. Questa è la cosa più sconvolgente.
Il Vaticano l’ha saputo perché, mentre la prima telefonata, che è arrivata alle 20, l’avevano presa quasi come uno scherzo, perché noi non avevamo segnalato niente, poi l’hanno considerata una cosa seria e per questo hanno avvisato in Polonia. Mio padre, siccome il cancello del Vaticano chiude a mezzanotte, avrà per forza parlato con qualcuno della Segreteria di Stato.
Poi, infatti, c’era un viavai di amici e parenti (chi entrava, chi voleva dare una mano). Quindi, non si poteva tutte le volte aprire e chiudere il cancello. Sono sicuro al cento per cento che papà abbia avvisato qualcuno alla Segreteria di Stato e lì allora hanno capito, facendo riferimento a quella telefonata, che c’era qualcosa di serio.
Quando tre anni fa circa l’avvocato Sgrò ha ascoltato monsignor Viganò, che adesso è cardinale, lui ha detto: di questa storia non conosco tante cose, perché poi era stato mandato via, negli Stati Uniti. Però, io ricordo perfettamente quella sera.
Quando abbiamo chiesto alla sala stampa di scrivere due righe, in relazione a quello che era stato detto da questa persona, ha detto: sono certo al cento per cento che quello che è arrivato sta in Segreteria di Stato. Solo loro ve lo possono dare, questo appunto della sala stampa, che riportava quello che aveva detto questa persona al telefono».
Noi, naturalmente, abbiamo fatto richiesta alla Segreteria di Stato rispetto a questo. Abbiamo provato a contattare, monsignor Sandri, ora cardinale Sandri, perché lui era l’altro testimone, ma non ha mai voluto rispondere all’avvocato. Ha detto solo che non ricordava e non c’è stata più possibilità.
Il Vaticano, sì, l’abbiamo avvisato, per logica, perché, lo ripeto, è veramente una famiglia: dai gendarmi alle Guardie svizzere. Mio padre ha visto questa situazione, ha avvisato, dicendo cosa era successo, e ha chiesto: dateci una mano e aprite il cancello.
Natalina ORLANDI. Anche le altre famiglie che vivevano lì e avevano le figlie coetanee di Emanuela.
Pietro ORLANDI. Sì, anche perché eravamo sei o sette famiglie.
Natalina ORLANDI. Poi si è scoperto che un’altra ragazza, la figlia del cameriere del Papa, poco tempo prima aveva segnalato che, secondo lei, era seguita. Il padre aveva avvisato la gendarmeria in Vaticano. Era stato effettuato un controllo e loro dissero che non era stata seguita da nessuno. Però, lei era terrorizzata da questo fatto, perché vedeva sempre delle persone che le andavano dietro quando andava a scuola.
Pietro ORLANDI. Questo creò pure un po’ di malumore tra le famiglie in Vaticano, che dicevano: mandate i gendarmi dietro la figlia del comandante della gendarmeria, Cibin, e dell’aiutante del Papa, Gugel, e non a mia figlia o a un’altra ragazza che abitano lì? Ripeto, infatti, che eravamo cinque o sei famiglie in tutto.
Signor Presidente, passo alla questione della pista di Londra. La questione di Londra è una delle tre, secondo me, da approfondire: quella che ho raccontato prima di Capaldo, questa di Londra e poi quella cui ha accennato prima lei, sui famosi scambi di messaggi.
La questione Londra e questi cinque fogli nascono nel 2017 quando io, cercando persone che potessero essere a conoscenza di qualcosa, leggo, un’intervista fatta a Francesca Chaouqui, che faceva parte di questo ufficio Cosea con monsignor Balda. Erano designati da papa Francesco, che aveva aperto questo questo ufficio.
Questa intervista la Chaouqui la rilascia dopo lo scandalo Vatileaks, quindi la fuga dei documenti del Vaticano. Erano stati incriminati lei e monsignor Balda. Poi lei fu prosciolta e, quindi, quando si concluse quella situazione, rilasciò un’intervista legata a Vatileaks.
A un certo punto, in questa intervista, disse: poi c’erano anche i documenti che riguardavano la vicenda di Emanuela Orlandi e da quei documenti ho capito che è una storia che non verrà mai portata alla luce e alla verità.
Naturalmente, io leggo una cosa del genere e mi metto a cercare Francesca Chaouqui. Riesco a trovare il numero del suo nuovo ufficio in Italia e ci diamo appuntamento in un bar della Galleria Alberto Sordi. Lei mi racconta che, durante il famoso furto dei documenti Vatileaks, quando con una fiamma ossidrica sono stati rubati dei documenti all’interno dell’ufficio
degli affari economici del Vaticano, all’interno di una cassaforte (quindi in un ufficio all’interno del Vaticano sono stati rubati una serie di documenti), c’erano anche documenti sensibili che potevano riguardare la questione Calvi e la questione Sindona. Quindi, erano documenti di una certa rilevanza.
A un certo punto lei mi dice: poi mi sono ritrovata quei documenti, che non abbiamo ancora capito come siano rientrati, come siano stati trovati, sulla scrivania dell’ufficio Cosea. Tra questi documenti, trova questi cinque fogli, che parlavano di Emanuela e di spese che il Vaticano avrebbe sostenuto per Emanuela dal 1983 al 1997.
Io cerco di farmi dire se lei aveva questi fogli. Lei ha sempre negato, dicendo: non li ho io, anche perché, se dovessi avere questi fogli, vorrebbe dire che li ho rubati. Li aveva sicuramente. Però, mi racconta dettagliatamente quello che era scritto in questi fogli e questa cosa io la allego in questi documenti, che poi consegno, perché è tutto riportato in maniera dettagliata nel caso dovessi dimenticare qualcosa.
In questi cinque fogli ci sono delle spese che il Vaticano avrebbe sostenuto. Sono talmente dettagliate, nelle persone e nei particolari dell’epoca, che io non posso pensare che sia tutto falso, tutto creato da un mitomane per divertirsi. Uno che crea una cosa del genere ci ha passato gli anni, è un genio del male che ha deciso di fare questa cosa nella speranza che rubassero questi documenti.
Tant’è vero che, a un certo punto, il giornalista Emiliano Fittipaldi, che conosco ed è una bellissima persona, magari aveva saputo che stavo cercando questi documenti e, insomma, anche lui cercava questi documenti. Ad un certo punto, comunque, è entrato in possesso di questi documenti, di questi famosi cinque fogli.
Purtroppo, il giorno stesso in cui poi sono arrivati anche a noi, a me e all’avvocato Sgrò, lì forse vi è stato un po’ un errore. Lo dico sinceramente e l’ho detto pure a lui. Lui, per la paura che noi, avendo questi documenti in mano, li potessimo dare a qualcuno, come giornalista ha deciso di pubblicarli immediatamente, mi sembra sull’Espresso.
Non vi dico quello che è successo il giorno dopo: è stato criticato da tutti gli altri giornalisti. Gli hanno detto che erano falsi e che aveva agito solo per fare pubblicità al suo libro. Il Vaticano è subito intervenuto dicendo: i documenti SONO falsi. Guardate la loro intestazione. Questi documenti erano firmati dal cardinal Antonetti, che era presidente dell’Apsa,
l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, ed indirizzati ai monsignori Re e Tauran; in intestazione, invece che “reverendissimo Monsignore”, c’era scritto “riverito Monsignore”. Il Vaticano ha detto che per questo erano falsi e ridicoli, perché non si scrive riverito, ma reverendissimo, non considerando il contenuto di quei documenti.
Da quel momento, nessuno si è più occupato di questa storia. Nessuno ha voluto seguire più questi fogli, che non ci sono stati chiesti né dalla Procura né da alcuno. Alcuni giorni dopo, la questione dei fogli è sparita, perché appunto erano falsi e ridicoli. Nonostante le nostre richieste al Vaticano sul perché fossero dentro una cassaforte, non hanno mai risposto a questa domanda.
Io, siccome ho sempre creduto in questi fogli, sono andato avanti a cercare i contatti per capirne di più, a contattare le persone da cui, secondo questi fogli, Emanuela sarebbe stata portata. C’è scritto proprio: allontanamento della cittadina vaticana Emanuela Orlandi; spese per allontanamento domiciliare della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. E tutta una serie di spese: spese per stampa, spese per valutazioni audio. Ce n’erano tantissime. Sono qui riportate e potrei rileggerle, anche se sono ormai pubbliche.
I documenti dicevano che Emanuela sarebbe stata portata in questo convitto dei Padri Scalabriniani a Londra. Io ho cercato di informarmi, ho visto che questo convitto esiste; è un convitto dove c’erano altre ragazze. Quindi, ho cercato contatti con ex ragazze che lo avevano frequentato e le ho trovate, anche a Londra. Mi hanno scritto e mi hanno confermato che sì, effettivamente, condividevano tutto, il pranzo, la cucina, quindi si conoscevano tutte.
Poi, invece, vengo a sapere che gli Scalabriniani avevano quella sede centrale e poi, nella stessa via, c’era tutta una serie di mini appartamenti per quelle ragazze che volevano restare sole. Questa cosa mi ha insospettito, mi ha fatto pensare alla possibilità che Emanuela potesse stare da un’altra parte. A un certo punto, ricevo una mail sul blog di Emanuela che io gestisco; in questo messaggio una persona mi dice di aver seguito la storia, di essere convinto, anzi che pensa di sapere che Emanuela effettivamente è stata a Londra. Però, vuole parlare soltanto con Pietro Orlandi, riservatamente.
Naturalmente, mi capitano continuamente persone che scrivono in questo modo. Vi assicuro che sono centinaia. Però, non posso rinunciare ad ascoltarli, perché se poi questa era la persona che veramente sapeva qualcosa? Da quel momento, io scrivo a questo suo indirizzo mail, un indirizzo mail di quelli del darkweb. Si chiamano onion mail e sono quelle mail non rintracciabili. Ad esempio, questa mail è arrivata dalla Germania, ma magari lui scriveva da qualsiasi altra parte. Io all’epoca avevo già un indirizzo onion mail, perché già altri in passato mi avevano chiesto di attivare una mail per parlare.
Lì cominciò una serie di contatti con questa persona e questa serie di messaggi. Mi ha fatto aprire poi un contatto e un account Telegram, per lo stesso motivo: perché Telegram non è rintracciabile. I documenti possono essere cancellati ed è difficile arrivare alla fonte. Da lì, è nata una serie di messaggi e il contatto è durato quasi un anno.
Io, quando ho capito che questa persona cancellava molti messaggi, li salvavo, li copiavo, facevo degli screenshot, anche se compare che qualcuno ha fatto uno screenshot. Proprio in questi giorni, prima dell’avvio dei lavori della Commissione, ho cercato di rimetterli insieme e un po’ ne ho fotocopiati, ma sono un bel po’. Questa persona mi aveva fatto capire che lui aveva avuto un ruolo in questa storia. Mi ha raccontato un po’ della sua vita, del fatto che lui era un ex NAR. Io conosco anche il nome, ma non lo vorrei dire.
PRESIDENTE. Dispongo dunque che i lavori proseguano in seduta segreta, perché io sono obbligato a chiederle il nome e a trasmetterlo alla Procura.
(I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 17,12).
(I lavori riprendono in seduta pubblica alle ore 18,57).
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica.
Abbiamo segretato la seduta, interrompendo la visione tramite circuito interno, ai fini del buon andamento dell’istruttoria della Commissione d’inchiesta in relazione alle dichiarazioni di Pietro Orlandi sulla cosiddetta pista di Londra, a suoi contatti, di cui aveva parlato, con un presunto ex esponente dei NAR e ai documenti, lo specifico, ad oggi di dubbia autenticità da lui ricevuti, i quali saranno comunque da noi trasmessi alla Procura di Roma, anche ai fini di una verifica, appunto, sull’autenticità e sul contenuto degli stessi.
Ci tengo a ringraziare nuovamente e ulteriormente la famiglia Orlandi e la sorella di Mirella Gregori, che è andata via poco fa, ma che abbiamo già ringraziato e dichiaro chiusa la loro audizione.
COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE
PRESIDENTE. Comunico che, conformemente a quanto deciso all’unanimità nella riunione dell’Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei Gruppi svoltosi oggi, è conferito, ai sensi dell’articolo 23, comma 1 del Regolamento interno, per la durata di un anno a decorrere dalla data odierna, l’incarico di consulenti a tempo pieno all’avvocato David Ermini, alla dottoressa Carmen Manfredda, all’avvocato Simone Pacifici, al dottor Gian Paolo Pelizzaro e all’avvocato Paola Vilardi.
Poiché non vi sono osservazioni, così resta stabilito.
(I lavori terminano alle ore 19)
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