La prima telefonata dei rapitori dopo appena un’ora e trenta dalla scomparsa

La prima telefonata ricevuta dal Vaticano da parte dei rapitori di Emanuela Orlandi non sarebbe stata quella del 5 luglio 1983, cioè dopo che Giovanni Paolo II aveva già lanciato un appello, ma una arrivata tra le 20 e le 21 della stessa sera della scomparsa della ragazza, avvenuta alle 19.15 di 35 anni fa.

La stessa sera della scomparsa di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 1983 intorno alle 20,30 (nemmeno due ore dopo che è stata vista uscire dalla scuola di musica a Sant’Apollinare, dietro Piazza Navona), uno sconosciuto chiama il Vaticano e chiede di parlare urgentemente con il segretario di Stato, cardinale Agostino Casaroli. Ha qualcosa di importante da comunicare, dice. Ma Casaroli è in Polonia con Giovanni Paolo II, per una visita ufficiale e le suore di turno al centralino non danno gran peso alla telefonata: ogni giorno c’è qualcuno che vuole parlare con il Papa o qualche alto prelato, insomma è pieno di spostati. Dunque, girano la chiamata alla Sala Stampa, ancora aperta. Ma a chi gli risponde, l’anonimo interlocutore consegna un messaggio tutt’altro che vago: Emanuela è stata rapita. A quell’ora però in casa Orlandi, sono solo preoccupati per il ritardo inspiegabile di Emanuela e i genitori, il fratello e gli amici non si sono ancora mobilitati per setacciare Roma. In Vaticano la telefonata viene classificata come uno scherzo di dubbio gusto ma il 23 giugno, dopo che per una notte intera i gendarmi hanno lasciato un portone aperto per consentire a familiari e amici di entrare e uscire, il Papa viene informato della telefonata e di quello che sta accadendo. La notizia gliela danno sull’aereo che lo sta portando a Roma insieme al cardinale Casaroli e al sostituto alla Segreteria di Stato, arcivescovo Eduardo Martinez Somalo.

telefonataSu questo, Pietro Orlandi è categorio: “Noi in quel momento non sapevamo che cosa fosse successo ad Emanuela mentre in Vaticano già sapevano che c’era stata questa chiamata e l’hanno nascosto fino ad oggi. Questo fa capire anche perché Giovanni Paolo II nell’appello del 3 luglio parlò subito di ‘responsabili’ e fece riferimento ai rapitori, perché già avevano avuto contatti la sera stessa.Noi – aggiunge Pietro – neanche avevamo fatto la denuncia perché il giorno stesso ci dissero di aspettare. Mi sono sempre chiesto, ma possibile che avvisano il Papa per una ragazza che ha fatto tardi a casa? E invece una risposta ce l’ho adesso, perché loro già sapevano di questa telefonata”.

E qualcuno decide subito di far calare il silenzio su quella telefonata di cui non si è mai saputo nulla per 35 lunghissimi anni, fino ad oggi. Sulla oscura vicenda di Emanuela, la Santa Sede ha sempre fatto sapere di avere trasmesso alla magistratura italiana ciò di cui era a conoscenza o poteva essere conservato negli archivi, poco o niente in verità, ma è un fatto che in quel poco non ci sia alcuna traccia della telefonata. Un elemento cruciale che avrebbe potuto indirizzare le indagini in modo diverso e pone una serie di interrogativi, anche se rivela una apparente sprovvedutezza e improvvisazione del telefonista che certo sa qualcosa ma non sa della assenza del cardinale Casaroli e probabilmente non è nemmeno convincente al punto da far sospettare ad uno scherzo. Ma ora il silenzio di questi 35 anni autorizza altri interrogativi. Chi ricevette quella comunicazione? Perché gli investigatori non ne furono informati? Che dettagli fornì l’anonimo interlocutore? A chi fu trasmesso l’appunto preso in Sala Stampa?La famiglia Orlandi ha incaricato uno dei rari avvocati accreditati presso il Tribunale del Vaticano di non lasciar dormire la verità. Così Laura Sgrò dello Studio legale Bernardini de Pace ha fatto una istanza di accesso agli atti al Segretario di Stato, cardinal Pietro Parolin, e a oggi ufficialmente non ha risposto nessuno. La dichiarazione a mezzo stampa del sostituto, che dichiara il caso chiuso, non è propriamente il massimo della trasparenza giuridica, quasi a non voler far cantare le carte. Non sarebbe il caso che il Segretario di Stato aprisse quantomeno un dialogo con l’ avvocato della famiglia? Allo stesso modo, nel novembre  2017 la Sgrò presenta denuncia di scomparsa presso la gendarmeria vaticana  (mai presentata fino a quel momento, essendo stata delegata la questione alle autorità italiane) e a oggi i magistrati vaticani non hanno mosso un dito, un foglio, una piuma. Nonostante la magistratura italiana, tra le altre cose, abbia indicato a chiare lettere attraverso tre richieste di rogatoria sin dal 1994 le persone (alti prelati, alcuni ancora in vita) dentro lo Stato Vaticano che giudicava indispensabile sentire. Alle rogatorie non fu mai dato seguito. Il Vaticano si è sempre trincerato dietro un silenzio assoluto.Fonti confidenziali hanno indicato alla legale degli Orlandi, il boss di Cosa Nostra Pippo Calò, recluso nel carcere di Opera dal 1985 al 41 bis, come persona informata sui fatti. Era l’ uomo di collegamento tra la mafia siciliana e la banda della Magliana. Calò ha risposto all’ avvocato di voler parlare, e abbiamo la lettera autografa che spiega come facilitare la cosa. Il legale degli Orlandi ad aprile chiede al tribunale di sorveglianza di poterlo incontrare ma ad oggi nessuna risposta. Non è un detenuto normale, il Calò. È un super carcerato, e ai termini di legge c’è bisogno di un ok del ministero dell’ Interno. Pippo Calò – si badi – ha quasi 87 anni, ogni giorno è prezioso. Ha la stessa età di Maria, la madre di Emanuela, che avrebbe diritto ad una qualche forma di giustizia, avendo speso buona parte della sua vita nella, finora, vana ricerca di sua figlia. Calò ha anche tutti i procedimenti passati in giudicato, per cui qualunque cosa possa o voglia dire non addolcirà la sua posizione, non ha interesse a mentire. Per quale motivo vige il veto di ascoltarlo?

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Orlandi si appella poi direttamente a papa Francesco: “Non possiamo rinunciare a cercare la verità, la verità e la giustizia sono un diritto che nessuno potrà mai toglierci, il Papa ci aiuti, lui può chiudere questa storia”.

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