La Banda della Magliana (seconda parte)

Mangiafuoco” è una radiofiction: il primo programma narrativo di Radio1. Il fatto del giorno, raccontato in forma di dramma da tre sceneggiatori. Sandrone Dazieri è l’anima noir, Camilla Baresani è quella emotiva e sociale, Angela Mariella è la garante della cronaca. Dopo aver sceneggiato e condotto la vicenda di Emanuela Orlandi, abbiamo deciso di trascrivere quanto trasmesso per quattro puntate dalle frequenze di Radio1 e riportarle fedelmente in questo Blog. Ringraziamo tutta la Redazione di “Mangiafuoco“.

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Condotto da: Angela Mariella, Sandrone Dazieri e Camilla Baresani. Regia di Luca Raimondo. In redazione: Mimmi Micocci, Maria Cristina Cusumano, Laura Nerozzi e Cristiana Affaitati. A cura di: Angela Mariella.

Mangiafuoco

Seconda parte Mangiafuoco del 05 dicembre 2017

Catturati dalle orrende gesta di un manipolo di manigoldi che un giorno hanno tirato i dadi, un giorno in cui la fortuna girava a favore del male e loro, per quanto sporchi e nani del male, erano la perfetta incarnazione. Rubagalline senza arte né parte fino a quando quel giro di dadi li ha fatti incontrare: era il giorno in cui è nata la banda.

Maurizio Abbatino (Magliana)
Maurizio Abbatino (Crispino)

Qualcuno negli anni a venire, ha voluto farci credere che la banda della Magliana è un’invenzione dei giornalisti, saranno gli stessi che dicevano che la mafia non esiste. Ma la mafia esiste ed esiste pure la Banda della Magliana parola di sopravvissuto, parola di Maurizio Abbatino:

 

 

Dichiarazioni Maurizio Abbatino

La banda della Magliana nasce intorno alla metà degli anni settanta e la sua specialità sarà la spartizione del traffico di droga mentre estorsione e prostituzione furono settori del crimine ben poco frequentati, briciole lasciate ai concorrenti, margini su cui però si era basata l’ascesa iniziale della banda. Come ha scritto Rita di Giovacchino, cronista che ha seguito per decenni la storia criminale di Roma nel suo “il libro nero della prima Repubblica”, la mala romana fino agli anni sessanta aveva vivacchiato  all’ombra di piccoli traffici, riciclaggio, contrabbando di bionde, rapine. Ma all’inizio degli anni settanta, con l’avvento dei marsigliesi e il diffondersi sulla piazza romana della droga pesante, gli irruenti boss locali cominciarono a sentirsi stretti sul loro territorio, così i giovani lupi della Magliana preso il sopravvento e si spartirono la città cambiando pelle ai traffici della mala romana.

Uno dei termini che ricorre spesso, parlando della banda della Magliana, è quello di batteria, il mattone base dell’organizzazione, quello del gruppo di simili legati da amicizia, vicinanza, conoscenza carceraria che si dedicano principalmente alle rapine. Unendo le varie batterie la Magliana divenne la banda che conosciamo. Rapine e rapimenti rimasero all’inizio, diremmo ora, il core business della banda ma presto lo spaccio di droga divenne la parte più redditizia. Lo divenne grazie al riscatto di un miliardo e mezzo ottenuto per Il rapimento di Massimiliano Grazioli Lante della Rovere.

Un altro termine da imparare è stecca. Giuseppucci, il fornaretto, fece un patto con gli altri della banda, quello di dividersi i proventi in parti uguali il riscatto, ovvero una stecca para, (stecca uguale) tenendo per i singoli una piccola parte e investendo il resto in droga. La prima partita di eroina arrivò dalla Sicilia, la cocaina dal Cile e Roma venne fatta a fette per la distribuzione:

Trastevere e Centocelle andarono a De Pedis, Raffaele Pernasetti e Fabiola Moretti, la zona della Magliana e Monteverde fu affidata a Abbatino e Colafigli, Testaccio da Abbruciati e Giuseppucci Ostia e Acilia Nicolino Selis la Garbatella e Tor Marancia a Sicilia e Colafigli e il Prenestino a Danesi, Castelletti e Urbani. Dichiarazioni Maurizio Abbatino

Corrotti e corruttori sono come l’uovo con la gallina, con il pelo di visone però e le uova sono d’oro. Pollai di un certo livello che i contadini della Magliana allevano in tutti i recinti.

Dichiarazioni Maurizio Abbatino

Ma l’olio nei gangli delle istituzioni e del potere gli uomini della banda lo hanno messo da subito, appena arrivati in strada.

  Dichiarazioni Maurizio Abbatino

Nicolò D'Angelo (Magliana)
Nicolò D’Angelo

Dichiarazioni Nicolò D’angelo

Giuseppucci è Franco Giuseppucci, tra poco morirà, ma prima di finire crivellato di colpi, er Negro, fa in tempo ad aprire quella che il vice questore Nicolò D’Angelo, quando arrestò i 56 sopravvissuti, chiamo l’agenzia del crimine.

 

Un centro servizi che, dietro lauti pagamenti, svolge ogni tipo di servizio, dal colpo alla nuca alla pulizia dei panni sporchi e la pianta organica dell’agenzia criminale non si fa mancare niente, un book di personaggi buoni per tutte le occasioni. Questo è lo showreel radiofonico fatto da loro stessi, brevi cenni di autobiografie criminali scritte e certificate dai criminali stessi:

Dichiarazioni Renzo Danesi – Antonio Mancini

Antonio Mancini parla così di Crispino, all’anagrafe Maurizio Abbatino. Oggi, non è più così scattante ma negli anni ‘70-‘80 se volevate fare una rapina ed essere sicuri di portare i piedi sul tavolino davanti al televisore, dovevate chiamare lui e invece, se il lavoretto fosse stato un po’ più complesso, che so, un finto suicidio sotto un ponte o un avvelenamento in carcere o due colpi mortali alla schiena, allora dovevate chiamare lui: Danilo Abbruciati.

Danilo Abbruciati (Magliana)
Danilo Abbruciati “er camaleonte”

Nella didascalia, sotto la foto, c’è scritto il camaleonte ma la sua donna, Fabiola Moretti, lo chiama il samurai. Nel catalogo ci sono anche i figuranti, quelli che costano meno per i servizi a buon mercato, quelli che poi, quando escono dal film, parlano. E come se parlano!

Dichiarazioni Renzo Danesi – Antonio Mancini

 

 

Enrico De Pedis (Magliana)
Enrico De Pedis “renatino”

E poi c’era lui, il povero Dandy (della serie Romanzo Criminale) che, di Oscar Wilde non sapeva un granché ma aveva imparato a conoscere il Tintoretto.

  Dichiarazioni Antonio Mancini

La bella vita, quella la amano tutti, figuriamoci se non vi aspirano i criminali. Però la storia ci racconta che tra una latitanza e un soggiorno in galera di solito, i boss possono godersela veramente poco questa vita da favola, il resto dell’esistenza la passano dietro intercapedini, sotto tombini, protetti da vivandieri e da guardie del corpo. Insomma una meschinissima vita da cani che ti chiedi chi mai glielo abbia fatto fare, se non la brama di potere superiore ad ogni desiderio di comfort e di lussi. Ciò non toglie che i membri della banda della Magliana, sia per passione per la bella vita, sia come forma di investimento, puntarono a lungo su una vita di agi e di bellezze fatta di immobili di pregio, di bei vestiti, perlomeno secondo il loro gusto e di opere d’arte. Nel libro Con il sangue agli occhi un boss della Magliana si racconta, Federica Sciarelli raccoglie i ricordi di Antonio Mancini, detto accattone, uno dei pochi sopravvissuti tra i membri storici della banda della Magliana, siamo nel 1990 “…a renatino De Pedis piacevano le belle macchine (come la sua Lamborghini) amava i profumi e i bei vestiti e amava anche le opere d’arte…” purtroppo per lui.

Dichiarazioni Antonio Mancini

Angelo Angelotti (Magliana)
Angelo Angelotti (er caprotto)

Quando Angelo Angelotti gli propose l’acquisto di importanti pezzi d’antiquariato gli disse subito di sì, ma Angelotti, cui il boss Marcello Colafigli, aveva ingiunto di tradire De Pedis, si trovò davanti un bel dilemma. Se avesse tradito renatino e questo se ne fosse accorto prima della consegna, lo avrebbe fatto eliminare in quattro e quattr’otto, se invece si fosse rifiutato di obbedire a Marcello, da poco evaso dal manicomio criminale, questo l’avrebbe ucciso all’istante. Allora ha deciso di vivere ancora un po’. Finirà con De Pedis steso sui sanpietrini di via del Pellegrino con un colpo che gli aveva trapassato l’aorta.

Sempre riguardo alla passione per l’arte dei membri della banda della Magliana, non va dimenticata la sequenza impressionante di opere d’arte sequestrate al sopravvissuto Ernesto Diotallevi,

Ernesto Diotallevi (Magliana)
Ernesto Diotallevi

storico faccendiere legato all’estrema destra, noto usuraio e poi boss della banda della Magliana. Durante il maxisequestro del novembre 2012 la finanza gli anche sottratto la casa con vista di Piazza Fontana di Trevi, nell’appartamento finanzieri e carabinieri hanno trovato opere di Schifano, di Balla e importanti oggetti d’antiquariato. Secondo gli investigatori, questo tesoro artistico conferma come la caratura criminale di un soggetto si completi nel reinvestimento degli illeciti in opere artistiche non solo per esigenze estetiche, quanto soprattutto perché le opere d’arte, non essendo soggette a particolari registrazioni, sfuggono i provvedimenti consueti emessi dall’autorità giudiziaria.

Come i marsigliesi prima di loro, quelli della banda della Magliana non si chiudevano in cantina a mangiare pane e formaggio, ragionavano che la vita è breve e che bisogna godersela. Ristoranti di lusso, gioielli, orologi, Rolex naturalmente, moto di grossa cilindrata auto da sogno, il fornaretto e compagnia bella non si facevano negare nulla sicuri della loro impunità. E poi visto che le opere d’arte si potevano comprare in nero ed era difficile risalire alla loro provenienza, investivano anche in cimeli del passato. Solo a Ernesto Diotallevi, tornato alla ribalta recentemente per i rapporti con Massimo Carminati, nel 2013 i ROS di Roma gli sequestrano 27 quadri di Giacomo Balla e Sante Monachesi, poi dipinti di scuola romana, mobili di antiquariato di ingente valore del 1800 e 1900, un pianoforte di mogano, tavoli intarsiati e specchiere. Il tutto per un valore di oltre 25 milioni di euro.

Dichiarazioni Antonio Mancini

E naturalmente c’erano le armi. Le armi della banda, fiorente agenzia del crimine negli anni 70, a Roma erano diventate talmente tante che per nasconderle non bastava una semplice santa Barbara, ci voleva un palazzo e i nostri protagonisti, banditi con conoscenze in tutti i rami del potere, scelsero un palazzo del potere appunto, un intero piano basso del Ministero della Sanità.

Dichiarazioni Maurizio Abbatino

Quando il Vice Questore della mobile Nicolò D’Angelo mette le mani su Claudio Sicilia, sente di essere vicino ad una svolta e la svolta passa proprio per il Ministero della Sanità.

Dichiarazioni Nicolò D’angelo

E le armi della banda hanno lasciato traccia in tutti i misteri d’Italia, prima, fu la scia di un mitra che incrocia i binari della strage più sanguinosa e violenta.

Dichiarazioni Maurizio Abbatino

Per ogni testa caduta sull’asfalto della capitale pieno di buchi neri, c’è un germe nuovo, non un germoglio ma un germe mefitico, un germe malato che a poco a poco ricresce e ricomincia a succhiare la linfa vitale di una città ormai in ginocchio. Ma una testa importante sta per cadere. Molti ex criminali sembrano tutti più vecchi di quello che sono. Sono poveri, senza denti, malati, la vita gli aveva tolto con gli interessi quello che si erano presi, però loro erano i fortunati, quelli che in qualche modo se l’erano cavata perché molto spesso, i criminali incalliti, vecchi non lo diventano. Per quanto tu faccia paura e tu sia spietato, spesso trovi sulla tua strada chi non si spaventa e che è più spietato di te. Che vede i cedimenti del capobranco ed è pronto ad approfittarne o semplicemente chi ti aspetta nel buio vicino casa.

Franco Giuseppucci (Magliana)
Franco Giuseppucci (er negro)

Sulla sua strada Franco Giuseppucci si è trovato i pesciaroli. Il loro vero nome era clan Proietti ma gestivano banchi ittici al mercato di Roma e questo lo aveva battezzati per sempre come accade a quelli nel loro campo. E il loro campo erano le scommesse, soprattutto l’ippodromo, ed erano stati in società con quel Franco Nicolini detto franchino il criminale ucciso dalla banda della Magliana, al suo inizio e ci avevano perso un sacco di soldi, per questo il 13 settembre 1980 due membri dei pesciaroli, Fernando detto il pugile, e Maurizio detto il pescetto, aspettano Franco Giuseppucci detto il negro all’uscita della sala biliardo del bar Castelletti di Piazza San Cosimato a Trastevere. Aspettano che salga sulla sua Renault 5 poi gli sparano colpendolo al fianco e sgommano via su una moto. Giuseppucci riesce ad arrivare all’ospedale ma muore prima di essere ricoverato, la leggenda dice tra le braccia di un infermiera o di un paramedico, aveva 33 anni. La reazione della banda sarà terribile e pesciaroli verranno distrutti a suon di omicidi e agguati.

A distanza di tanti anni, uno dei sopravvissuti della banda, anche se lui si definisce un morto che cammina, cioè Maurizio Abbatino, sull’omicidio Di Franco Giuseppucci ci lascia una considerazione amara. E’ una riflessione, forse già allora avrebbe dovuto capire quello che oggi gli è ben chiaro.

Dichiarazioni Maurizio Abbatino

Messe da parte le considerazioni che si fanno guardando i fatti con la lente del tempo (e della prigione) è che la morte del negro ha un lato positivo. Ha immesso, nel corpo disgregato della banda consumata da vizi e mitomania, un nuovo collante, il mastice e la vendetta che parte immediatamente e la sete di vendetta non si esaurisce con il primo morto, altro sangue seguirà e si verserà anche sangue innocente.

A questo punto della storia ci sono i nemici esterni, ci sono i nemici in alto e ci sono anche i nemici che covano all’interno della banda. Il racconto di Antonio Mancini, uno dei pochi sopravvissuti ci narra come finisce la storia di Nicola Selis detto il sardo e della faida che sta per cominciare:

Dichiarazioni Antonio Mancini – Maurizio Abbatino

Danilo Abbruciati, romano, figlio di un pugile detto er moro, campione italiano dei pesi piuma negli anni del fascismo, lui stesso pugile, però fallito, detto er camaleonte, trasversale agitatore di bande criminali tra cosa nostra, sequestro di persona, organizzazioni di mala indifferenziata, cane sciolto e poi membro della banda della Magliana. Era anche ritenuto un valido killer, nonché alla bisogna un esperto torturatore. Ma il 27 aprile dell’82 una moto sbuca da via Pola a Milano, seduto dietro c’è un uomo in cappotto di cammello con una Beretta 7,65. E’ il camaleonte e spara a Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano. Spara ma l’arma si inceppa, spara di nuovo e colpisce Rosone ad una gamba e poi scappa.

Dichiarazioni Antonio Mancini

Roberto Rosone (Magliana)
Roberto Rosone

Non sapremo mai se volesse ammazzarlo questo Rosone, discusso vice presidente di una banca che si prestava a lavare i soldi della banda della Magliana, o se volesse invece, solo intimidirlo alla maniera delle brigate rosse, gambizzandolo. Una guardia giurata spara cinque colpi dalla sua 357 Magnum, due centrano Abbruciati al collo e uno alla testa. Finisce così, a 38 anni, la sua rampante carriera malavitosa. Gli investigatori si chiedono come sia possibile che un boss di simile rilievo si sia prestato ad eseguire un compito così dozzinale, da semplice sicario. Se lo chiedono anche i boss della Magliana che erano all’oscuro dell’azione. Abbruciati, dicono De Pedis e Diotallevi, aveva agito a loro insaputa, secondo Abbatino, er camaleonte aveva agito per conto della mafia testaccina. Sono gli inizi dello sfaldamento del rapporto di fiducia tra i membri dell’organizzazione. Sta per iniziare un sanguinoso regolamento dei conti. (continua)

Dichiarazioni Maurizio Abbatino

Si ringrazia il Dott. Fiore De Rienzo e Claudio Rinaldi che per il programma “Chi l’ha Visto?” hanno intervistato Antonio Mancini e Maurizio Abbatino che hanno dato un contribuito importante per la verità e la conoscenza.

 

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