Roberto Calvi

Sono anni bui, eppure la notte della Repubblica è appena passata e il piombo non risuona più nelle strade, il colpo di coda della stagione stragista è in feroce attesa dentro una valigetta nera che sta per essere lasciata nella sala d’aspetto di un treno che ancora non passa. Sono i primi vagiti dei dorati anni ottanta e le valigette nere più che di tritolo sono imbottite di denaro e lingotti. Finiranno nei pouff, nelle aiuole, nascosti dentro i vasi dei fiori di eleganti ville ma per il momento, viaggiano tra l’Italia e la Svizzera, tra l’Argentina e l’Uruguay. Hanno aperto la caccia al tesoro, la mappa dei soldi sporchi è sempre più complessa, sono rotte di criminali e malaffare, piene di buchi neri e in uno di questi sta per cadere Roberto Calvi, il Banchiere di Dio.

Roberto Calvi

Un padre di famiglia ricorda gli anni che vanno tra il 1979 il 1981 per i tassi strabilianti e impossibili dei mutui, l’inflazione al 22%, lo Stato che non restituiva l’IVA e gli imprenditori soffocati dai crediti che non riuscivano ad esigere né a compensare. Al contempo, per un evasore erano anni d’oro, quasi nessun controllo per medici, negozianti, artigiani, industriali e albergatori. Accumulare riserve di denaro in nero era più facile che giocare a rubamazzetto. Gli impiegati dello Stato ricorderebbero la corsa alle baby pensioni, c’erano persone che a 39 anni erano già in pensione (e adesso, ovviamente, lo sono ancora). Tutta una vita di rendita per aver lavorato dieci/undici anni e magari aver riscattato la laurea che ne valeva quattro. Per insegnanti, militari, dipendenti dell’Enel, infermieri, impiegati comunali o di Enti assurdi, creati solo come bacino elettorale, bastavano quattordici o quindici  anni di lavoro per andare in pensione.

Allora i nomi dei politici più famosi e attivi erano Sandro Pertini, Bettino Craxi, Enrico Berlinguer, Romano Prodi. L’Italia, già allora, era spaccata in due, il sud produceva meno delle regioni più remote della Spagna e il nord, quello delle piccole-medie imprese, era equiparabile alle regioni più produttive della Germania.

Iniziavano a calare paurosamente le nascite e ancora non c’era l’immigrazione extracomunitaria, il terrorismo, le stragi, le manifestazioni violente, i picchetti davanti alle fabbriche occupate raggiunsero picchi di impopolarità che culminarono a Torino con la marcia dei quarantamila colletti bianchi tra cui c’erano anche molti operai. Erano lavoratori che volevano solo poter tornare a quello che dava loro lo stipendio. Nel frattempo iniziava a trasmettere Canale 5 con quel tono commerciale e quei programmi popolareschi che segneranno la storia della televisione italiana, americanizzandola.

Tre tragedie annichilirono l’Italia: la misteriosa strage del DC9 che esplose su Ustica, 81 morti e mistero ancora irrisolto, la strage di Bologna, 85 morti e mistero ancora irrisolto e il terremoto dell’Irpinia, 3.000 morti, 10.000 feriti 300.000 senza tetto. La tragedia umana e sociale causerà poi ulteriori terremoti morali per via del modo in cui vennero gestiti 50.000 miliardi di lire stanziati per la ricostruzione.

Scandali, frodi, truffe e corruzione, attraversavano l’Italia con la stessa forza di sempre e viene da chiedersi se la storia del nostro Paese non sia che una continua e ininterrotta vicenda di corruzione. Lo scandalo Italcasse, la frode dei Petroli, le scommesse clandestine del calcio e, appunto, lo scandalo del Banco Ambrosiano sommato a quello della Loggia massonica deviata P2.

 Il 18 giugno 1982, all’alba di 36 anni fa, sotto un ponte che unisce le due sponde del Tamigi in località Frati Neri a due passi dalla City, un portalettere londinese ha trovato il corpo di un uomo appeso per il collo con le gambe a mollo nel fiume. Quell’uomo è un italiano arrivato a Londra poche ore prima sotto falso nome ma come sia finito lì sotto, con quella corda attorno al collo, è un mistero, uno dei tanti misteri italiani.

Roberto Calvi era un milanese come ce n’erano pochi in una città di immigrati. Era nato a Milano nel 1920, per giunta da genitori lombardi, suo padre era un funzionario di buon livello della Banca Commerciale, ruolo che oggi ti farebbe appartenere alla piccola borghesia, mentre in quella prima metà del 900, era di tutto rispetto e ti faceva appartenere alla fascia alta della media borghesia. Studiò ragioneria, scelta che in anni in cui la scuola delle elite era solo il liceo classico, segnalava come Roberto Calvi non primeggia negli studi oppure che i suoi genitori avevano per lui ambizioni di riuscita pratica che preludeva un futuro in banca ma non nei salotti della buona società Milanese. Arrivato al diploma nel 1938, Calvi si iscrisse alla scuola di Cavalleria dei Lancieri di Novara ma l’anno dopo, su pressione della madre, si iscrisse alla facoltà di Economia e Commercio della Bocconi. Subito si distinse per attivismo e comincia ad occuparsi dell’ufficio stampa e propaganda dei gruppi universitari fascisti. L’entrata in guerra dell’Italia lo accese, cosa che del resto capitò a gran parte dei giovani europei, erano pochi quelli che non desideravano combattere e così Calvi, si arruolò come Sottotenente in cavalleria e, invece di terminare gli studi, nel 1941 finì sul fronte Russo. Al ritorno dalla guerra ottenne subito un posto alla Banca Commerciale, quella del padre, ma vi rimase per poco perché nel 1947 entrò come impiegato al Banco Ambrosiano, la banca dei preti, così era conosciuta dal momento che era stata fondata nel 1896 su indicazione dell’arcivescovo Ferrari e da allora era sempre stata controllata dalla curia Milanese.

Nel dopoguerra il gran maestro Ugo Lenzi ricostituisce la Loggia Propaganda che prende il nome di Propaganda 2 (P2). Nel 1970 l’allora gran maestro dell’ Oriente d’Italia Lino Salvini delega Licio Gelli la gestione della P2 e rimarrà nelle sue mani fino al 1981, quando scoppierà lo scandalo.

E’ indiscutibile il fatto che negli anni settanta si vengono a creare delle contiguità tra settori deviati della massoneria e ambienti mafiosi, è cosa nota, ad esempio, il fatto che un mafioso del calibro di Stefano Bontade era affiliato alla massoneria. In questa fase quindi la mafia utilizza la massoneria per avere una penetrazione negli ambienti della finanza, dell’economia, dell’imprenditoria e anche nelle istituzioni.

Michele Sindona

Nel frattempo Calvi conosce Michele Sindona, un faccendiere siciliano che ha rapporti con la mafia italiana negli Stati Uniti ed è consigliere ufficioso del Vaticano, Sindona aiuta Calvi prima ad aprire una serie di società offshore, poi, nel 1975, lo porta nella P2 che grazie a Licio Gelli sta cominciando a raggruppare il gotha della dirigenza italiana in tutti i settori. Calvi saprà far fruttare molto bene queste conoscenze.

Roberto Calvi entra nel banco Ambrosiano nel 1947 come un semplice impiegato, ne uscirà da morto dopo un intensa carriera culminata con il titolo di Banchiere di Dio. La lunga marcia verso i vertici dell’Istituto comincia grazie ai buoni rapporti di suo padre con Alessandro Canesi, uno dei dirigenti della banca, che ne sarà direttore generale dal 1959 e presidente dal 1965. Sotto l’ala protettrice di Canesi, Calvi avvia una serie di rapidissimi avanzamenti di carriera che lo porteranno da semplice cassiere a responsabile del settore esteri, una parola che quando si parla di banche e denaro fa venire in mente soprattutto i paradisi fiscali. Frequentazioni che a Calvi torneranno molto utili perché nel 1960 con la riorganizzazione del settore Paradiso lui viene nominato Responsabile per le operazioni Finanziarie di tutta la banca. Entra nei consigli di amministrazione di tutte le aziende controllate dal Banco ed è in questo momento che sulla scena salgono potenti personaggi che cambieranno per sempre il corso della sua storia.

Tenuto per mano da Michele Sindona, Roberto Calvi salta il fosso e da questo momento in poi la sua diventa una storia di confine.

“L’è svelt” dicevano i superiori di Calvi, è svelto, infatti, entrato come semplice impiegato, negli anni 70, divenuto ormai un esperto di paradisi fiscali, il ragioniere viene nominato Responsabile delle operazioni finanziarie estere. La sua scalata ha un’accelerazione e diventa collezionista di incarichi nei consigli di amministrazione delle società e banche estere controllate dal Banco Ambrosiano. Sono circa 400 e cominciano anche i rapporti con lo IOR la banca Vaticana. Nel 1965 Canesi, il suo protettore, diviene presidente del Banco Ambrosiano e nel 1971 Calvi diventa, prima direttore generale, poi vicepresidente nel 1974 infine presidente nel 1975.

Da Svizzera, Lussemburgo e Liechtenstein il campo di azione del Banco si allarga oltreoceano con la creazione di una banca a Nassau nelle Bahamas e Calvi ne assume la responsabilità.

Licio Gelli

La banca d’Italia nota tutti questi anomali movimenti e dispone una visita ispettiva da cui si accerta che il Banco Ambrosiano detiene azioni proprie oltre i limiti di legge. Calvi ormai è lanciato nella grande finanza internazionale, anche grazie alla sua accorta politica di conoscenze. Amicizie intendiamoci, accorta, ai fini della carriera ma male-accorta ai fini della reputazione e della fedina penale. L’aiuto fondamentale gli viene da esponenti della mafia corleonese, da membri della politica corrotta, da esponenti dei servizi segreti impegnati a contrastare i movimenti marxisti nell’America Latina che Calvi, in cerca di consensi finanzia. Per non dire del rapporto con l’obliquo Michele Sindona, che diviene suo socio in affari, e nel 75 con Licio Gelli capo della P2 che immediatamente lo arruola nella loggia. La consacrazione definitiva di Calvi come membro del salotto buono della finanza italiana si concretizza con il suo ingresso nel consiglio di amministrazione della sua università, la Bocconi, in qualità di vicepresidente a fianco del leader del partito repubblicano, ex direttore del Corriere della Sera nonché più volte ministro e capo del governo e poi senatore a vita, Giovanni Spadolini. Riesce ad entrare nel sancta sanctorum degli studi economici nell’ università in cui a Calvi non era riuscito di laurearsi grazie ai cospicui finanziamenti alla Bocconi elargiti da banche Venete sull’orlo del crac controllate dall’ Ambrosiano. A parte qualche esponente del Partito Radicale che propose interrogazioni parlamentari sulla vicenda, nessun altro si mosse, la rete di complicità e favori messe in piedi da Calvi era fenomenale.

Michele Sindona ha facile accesso al Vaticano e grazie a lui anche Calvi entra presto in affari con la Santa Sede. Calvi decide di mettere al vertice della catena di controllo l’Istituto per le Opere di Religione da tutti conosciuto come IOR, la banca del Vaticano guidata da Paul Casimir Marcinkus, il cardinale appassionato di golf sigari e quattrini, anche lui guarda caso, membro della loggia P2. Con il 16% delle azioni lo IOR diventa il principale azionista del Banco Ambrosiano, per undici anni enormi quantità di denaro entrano ed escono dalle casse della banca guidata da Calvi attraverso incredibili triangolazioni con le varie società offshore e con il contributo dello IOR, che in cambio chiede all’ Ambrosiano cospicui finanziamenti ad associazioni e la creazione di Istituti bancari. Saranno undici anni di business e di intrallazzi che non andranno a finire bene.

Paul Casimir Marcinkus

Di Marcinkus, tranne il suo congedo dall’Italia, è impossibile trovare interviste o interventi pubblici ma ecco il bel ritratto che ne fa uno che lo ha conosciuto molto bene essendone stato sodale, allievo e mentore, Miche Sindona: “Marcinkus era socio, come Presidente dello IOR di due mie banche. Quando è andato allo IOR mi ha chiamato molte volte per conoscere la situazione, per avere dei consigli e gli dissi fin dal primo momento di stare attento a non fare operazioni, soprattutto sul piano internazionale, che possano farti considerare come un affarista, un faccendiere”.

Continua Sindona, intervistato da Enzo BiagiMarcinkus con me poteva, se voleva, approfittarsi come voleva, non mi ha mai fatto una proposta scorretta, il suo problema è stato che dopo un po si è sentito un banchiere. Pensi, questo ha fatto due settimane di scuola bancaria alla Hawrvard Business School e dopo due settimane ha trattato gli affari internazionali”.

Nel frattempo la banca guidata da Roberto Calvi è scivolata in una pericolosa crisi di liquidità e lui lo sa, lo sa anche sua moglie Clara, perché certe cose, soprattutto se sono conti che non tornano, una moglie le sa. Sempre a Biagi dichiara: “Certo che lo so quando è cominciato. Abbiamo sempre avuto minacce di morte, questo capita penso, a tutte le persone che arrivano ad un certo livello, però i guai veri e propri sono cominciati all’inizio del 1981 perché era in vista il processo in cui lui era completamente innocente. Chi era coinvolto, chi doveva pagare per questo processo, chi doveva presentarsi come imputato, erano lo IOR e un altro gruppo privato che non dico”.

In cima ai pensieri di Calvi c’è la chiesa ma ci sono anche gli amici, quelli che è vietato dimenticare soprattutto se sono nei guai perché, superati certi limiti, i guai di uno sono i guai di tutti.

Imbustato in uno dei suoi cinquanta abiti grigi di sartoria, tutti uguali per non sbagliarsi, calzando una delle sue cinquanta paia di scarpe nere di fine artigianeria calzaturiera, tutte uguali, l’imperscrutabile Calvi prosegue nella sua scalata. Chi gli è vicino racconta che il ragioniere mostra emozioni solo quando si parla della campagna di Russia e della ritirata, per il resto mantiene un formidabile controllo anche se, il suo mondo, pian piano inizia a sgretolarsi. Nel 1987 la Banca d’Italia riceve una lettera-denuncia dal giornalista economico Luigi Cavallo e, ancora prima, una protesta del senatore Cesare Merzagora a nome di ambienti finanziari milanesi, preoccupati dall’espansione incontrollata del Banco Ambrosiano per cui decide per una ispezione al Banco. Dell’ispezione, durata sei mesi e che coinvolge 57 funzionari, la Banca d’Italia e il Tesoro si limitarono a constatare le numerose irregolarità segnalandole al giudice Emilio Alessandrini che però, venne assassinato il 29 gennaio 1979 da terroristi di prima linea (anche questa colpa dobbiamo addebitare alla stupidità del terrorismo). Se il giudice avesse potuto indagare, si sarebbero evitati successivi crac banche rotte e illegalità diffusa, sempre nel campo della stupidità, il 24 marzo è il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il vice direttore generale Mario Sarcinelli, artefici dell’ispezione, vennero accusati e messi agli arresti, dai magistrati Luciano Infelisi e Antonio Alibrandi, di irregolarità. Salvo poi essere completamente prosciolti nel 1983 in seguito all’accertamento della assoluta infondatezza delle accuse che gli erano state mosse, nel frattempo Calvi venne inquisito per sospetta esportazione di valuta e nel 1980 gli fu ritirato il passaporto. Il banco Ambrosiano a quel punto era in una drammatica crisi di liquidità, la prima crisi si risolse con un finanziamento della BNL e uno dell’Eni, parliamo di 150 milioni di dollari, la seconda crisi di liquidità, nel 1980, con altri 50 milioni di dollari dell’Eni. Tutto questo, ottenuto grazie a tangenti versate al Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi (non sono pettegolezzi ma sono verità processuali).

Il giudice Emilio Alessandrini sta conducendo due inchieste, entrambe in fase iniziale delle quali avrebbero dovuto essere informati solo poche persone collocate in posizioni nevralgiche, la prima è quella sugli scandali finanziari del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e la seconda quella sul terrorismo Lombardo. La mattina del 29 gennaio del 1979 il giudice Alessandrini, appena accompagnato il figlio Marco a scuola, si sta recando in macchina al palazzo di giustizia senza scorta. All’incrocio tra Viale Umbria e via Muratori lo attendo un commando di prima linea capeggiato da Marco Donat Cattin, figlio dell’ onorevole democristiano Carlo Donat-Cattin, il cui segretario è iscritto nella loggia P2 e un altro terrorista, Sergio Segio. Una raffica di proiettili colpisce l’auto del magistrato, lo raggiungono 8 colpi di cui due alla testa che lo uccidono. Un omicidio politico come tanti altri di quel periodo? forse no, subito dopo l’omicidio Alessandrini infatti, la procura di Milano dispone un’operazione congiunta di Polizia e Carabinieri indirizzata ad individuare i centri del terrorismo Milanese. Stranamente però gli inquirenti intercettano la telefonata del dirigente dei Carabinieri, il Colonnello Rocco Mazzei, alla moglie di uno degli indagati. Mazzei la informa dei particolari dell’operazione antiterrorismo, può essere un caso, ma quando il Colonnello Mazzei sarà messo sotto inchiesta, invece di affrontare la corte marziale, si dimette ed entra alle dipendenze del Banco Ambrosiano ed era, ovviamente, iscritto alla P2.

Giorgio Ambrosoli è un eroe vero, non prende buste e non prende ordini che non condivide.

 Telefonata intercettata – Minacce a Giorgio Ambrosoli

Giorgio Ambrosoli

E’ un lunedì il 17 aprile 1978 quando nelle strade di Milano appaiono cartelloni che denunciano presunte irregolarità del Banco Ambrosiano, il responsabile sarebbe Michele Sindona al quali Calvi avrebbe rifiutato un aiuto finanziario per ripianare i buchi delle sue banche. La vigilanza della Banca d’Italia mette sotto indagine il Banco Ambrosiano per sei mesi ma non prende provvedimenti anche se Calvi però viene  inquisito per sospetta esportazione di valuta e nel 1980 si vede ritirare il passaporto. Malgrado ciò, poco tempo dopo, la Banca d’Italia e il Tesoro approvano l’aumento di capitale dell’Ambrosiano a 50 miliardi di lire.

I buchi però sono sempre di più e Calvi ramazza quattrini a destra e sinistra, paga tangenti a Bettino Craxi, si allea con il boss mafioso Pippo Calò e con la banda della Magliana, per la quale comincia riciclare denaro. Investe. Acquista, per esempio, nell’aprile del 1981, il 40% della Rizzoli-Corriere della Sera. Scrive Giorgio dell’Arti: “il 40% della Rizzoli è costato 75 miliardi alla Centrale, la finanziaria del Banco Ambrosiano, e altri 60 miliardi costerà l’aumento di capitale“. E’ il più grosso investimento mai fatto da una banca nell’industria editoriale, l’operazione suscita altri interrogativi delicati oltre a quello di come conciliare l’attività creditizia con quella editoriale sotto l’occhio vigile della banca d’Italia e, più importante, riguarda la proprietà, il Corriere della Sera è condizionato da un gruppo di cui non si conoscono i principali azionisti. Chi controlla il Banco Ambrosiano? se sono società, chi sono i volti che ne tirano le fila? Poi però per Calvi, come sappiamo, tutto finisce a gambe all’aria è la causa e soprattutto una: la scoperta degli elenchi segreti della loggia P2 che fa scoppiare lo scandalo e fa cessare le attività della Loggia. Quindi impedisce alla Loggia stessa di offrire a Calvi la protezione di cui ha bisogno, poco dopo infatti, verrà arrestato per reati valutari.

Antonio Mancini veniva chiamato accattone da quelli della banda della Magliana. Dopo svariati anni di carcere, ora ha pagato il suo conto con la giustizia e nella sua nuova vita, prova a spiegare ai ragazzi, nelle scuole, che cambiare è possibile. La sua verità, così vicina al reale non sempre è coincisa con la verità giudiziaria di quegli anni e la storia di Emanuela Orlandi al tempo di Calvi è ancora tutta da scrivere.

 Antonio Mancini (banda della Magliana)

Nel 1981, in seguito all’arresto di Roberto Calvi, all’Ambrosiano arriva Roberto Rosone, figlio di un tranviere che dopo gli studi entra subito al Banco Ambrosiano come semplice impiegato. Un uomo che si è fatto da solo, la sua lealtà e il suo amore per l’azienda lo fanno arrivare prima, alla Direzione Generale e poi, alla vicepresidenza proprio quando alla presidenza c’è Roberto Calvi. Diventa così lui il presidente e come un bravo padre di famiglia, comincia a rimettere ordine nei conti dissestati del Banco. La cosa, naturalmente, rompe molti equilibri perché Rosone la prima cosa che fa è negare ulteriori crediti alle società legate alla banda della Magliana e alla mafia. Poi chiude il servizio di lavanderia, quello che utilizza i conti corrente come una lavatrice dove i soldi entrano sporchi delle macchie più svariate ed escono puliti e inamidati.

Il 27 aprile del 1982 alle otto di mattina, come ogni giorno, Roberto Rosone esce dalla sua casa di Milano, come ogni mattina un’auto con una guardia giurata lo aspetta per andare al lavoro solo che quella mattina ad attenderlo sotto il portone c’è un uomo armato con il viso coperto che gli spara addosso. La pistola però si inceppa e i colpi non partono, Roberto Rosone riesce a scappare ma non abbastanza perché quando il killer ci riprova i colpi partono e lo feriscono alle gambe. A quel punto però la guardia giurata che lo attendeva in auto esce e spara all’uomo che nel frattempo si dava alla fuga e lo uccide. Morto sull’asfalto, dietro la benda che gli copre il viso, c’è Danilo Abbruciati uno dei capi della banda della Magliana.

In una intervista il figlio di Roberto Calvi, Carlo, fa gravi accuse: “E’ chiaro che mio padre aveva dei nemici all’interno del Vaticano in quanto il Vaticano voleva evitare uno scandalo, in quel momento era sotto pressione da parte dei socialisti perché non volevano che si sapesse dei vari finanziamenti che avevano ricevuto Però anche considerato tutto questo Rimane il fatto che noi prendiamo mio papà per per quello che lui ha detto mio papà mostrò a mia mamma, prima di partire, alcuni articoli che erano stati scritti da Turani sulla Repubblica e gli disse Guarda questo che è scritto è vero, quello che sto facendo e cioè una fusione con italmobiliare ci vuole uccidere per impedirmi di fare questo è il principale oppositore di questo progetto è Andreotti”.

Ma ormai è tardi, Roberto Calvi è in carcere e cosa succede nei giorni immediatamente successivi lo racconta sua moglie Clara ad Enzo Biagi: “allora di colpo capii tante cose perché per esempio il figlio di Luigi Mennini che è il vero banchiere dello IOR (mentre invece Marcinkus è il presidente) gli faccemmo vedere i fogli perché Roberto ci aveva pregato, di dire Mennini se per caso le cose che doveva dirgli in gran segreto il Cappellano del carcere riguardavano il processo e ci aveva anche pregato di correre a Roma e buttarci ai piedi di Marcinkus e Mennini e supplicarli di fare qualcosa per lui perché, ci spiegò, è dal febbraio 1981 che li supplico in ginocchio, piangendo, di assumersi le loro responsabilità nel processo perché questo processo si chiama IOR”.

Enzo Biagi ci spiega brevemente lo IOR: “IOR significa Istituto per le Opere di Religione, non è un ente benefico ma si preoccupa di combinare dei buoni affari. Non sempre l’esercizio naturalmente riesce, con Michele Sindona ad esempio, acquistando le ceramiche Pozzi e le condotte d’acqua pare abbiano rimesso 600 miliardi di lire. E’ stato soggetto di molte polemiche, prima di tutto perché non pagava le tasse al fisco italiano e questa mancanza di pagamento di imposte veniva giustificata col fatto che lo IOR è appunto un’istituzione straniera, poi si parla a lungo di Monsignor Cippico, un solerte prelato che esportava per conto di industriali italiani capitali all’estero. Allo IOR anche il Papa ha un conto personale, il numero è 01616 ed è un conto che si trasmette da pontefice a pontefice”.

Faccio cose, vedo gente” questa è eufemisticamente, l’attività del faccendiere, figura già descritta dal Manzoni nei promessi sposi e divenuta più famosa negli anni della prima e seconda Repubblica anche per via della moltiplicazione delle possibilità di fare affari. Il faccendiere è un tizio con un proprio potere e ricchezza che però non lo rendono libero perché li ottiene sbrigando faccende per altri soggetti che poi lo ricattano. Al soldo di politici o imprenditori, ha il compito di facilitare i loro traffici, non necessariamente leciti, in modo scaltro, spesso sconfinando nella corruzione, nell’insider trading e nell’agiotaggio. Queste attività lo rendono appunto ricattabile da chi gli commissiona lavori per cui, alla fine, il povero faccendiere è una figura di mezzo, umile con i potenti e protervo con gli umili, sempre al chiodo, incastrato a metà strada dal potere, senza speranza di evolvere o affrancarsi. I faccendieri italiani più famosi, nel senso di coloro cui i giornali hanno affibbiato questa definizione con maggiore insistenza sono, Luigi Bisignani, vivente, autore di libri e assiduo ospite di talk show, Licio Gelli, defunto, Silvano Larini, vivente, di tendenza socialista e scomparso dalle cronache dopo fasti e nefasti degli anni di mani pulite e della Milano da bere, Francesco Pazienza pure vivente è ricomparso proprio in questi giorni per fare, a suo dire, rivelazioni sulla strage di Bologna, Michele Sindona defunto e infine Flavio Carboni, vivente e sempreverde al punto che il suo nome è ricomparso dopo anni anche per lo scandalo di Banca Etruria.

Per cercare di restituire qualcosa della massa di denaro che gli è scivolata dalle mani Calvi chiede aiuto alla Democrazia Cristiana, il presidente del partito, Flaminio Piccoli, gli consiglia di rivolgersi ad un giovane assistente del Generale del SISMI Giuseppe Santovito tale Francesco Pazienza, elegante uomo di mondo. Questi agisce in società con tale le Flavio Carboni, mediatore di affari sardo.

Così uno dei più tenaci persecutori di Roberto Calvi il giornalista economico Renato Cantoni descrisse il banchiere “Calvi era affetto da profondi i complessi di inferiorità che aveva superato trasformandoli in un granitico complesso di superiorità qualsiasi cosa accadesse attorno a lui era scontata, qualsiasi informazione gli fosse fornita era tardiva perché già la conosceva, i suoi hobby e le sue letture occuparsi di lavori manuali nella sua proprietà presso Como, seguire con appassionato interessa e le avventure di personaggi misteriosi e di trame oscure”. Era entusiasta del Padrino che consigliava agli amici ma nel 1981 questo mondo di Calvi, la villa, il Padrino e forse persino il complesso di superiorità finiscono. Scoperta la Loggia P2 che lo proteggeva, mentre il castello di carta del Banco Ambrosiano sta per crollare, Calvi cerca l’aiuto dello IOR e del Vaticano senza trovarlo e il 20 maggio 1981 viene arrestato per esportazione illecita di capitali e rinchiuso nel carcere di Lodi. Contro il provvedimento della procura protestano in Parlamento il segretario del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi, cui come hanno stabilito gli atti processuali, Calvi aveva pagato tangenti e quello della Democrazia Cristiana Flaminio Piccoli. La borsa di Milano reagisce alla notizia con un crollo del 20%. Processato in luglio insieme ad altri amministratori dell’Ambrosiano e della Centrale, Calvi è condannato a 4 anni ma ottiene subito la libertà provvisoria in attesa del processo d’appello. Una delle prime cose che fa è andare dal barbiere per riprendere la tintura color pece con cui maschera la ricrescita del bianco di baffi e capelli.

Sempre intervistata da Enzo Biagi la moglie di Calvi afferma che “ho sempre saputo che fra gruppi economici c’è una lotta, […] perciò non mi meraviglia il fatto che un altro gruppo economico, un altro gruppo privato si difende come può, con le con le unghie e coi denti e magari perché no, anche con gli assassini. Succede in America, succede in tutto il mondo, ma da parte della chiesa questo non me l’aspettavo. ora quando era già in prigione e si era stancato di pagare per gli altri […] lo vedevo preoccupato si disperava […] però un giorno si stanco e detto a me e a mia figlia questo processo si chiama IOR”.

Nelle ultime settimane di vita, Roberto Calvi, aveva paura e temeva per l’incolumità propria e per quella dei familiari tanto da sollecitarne e ottenerne dell’espatrio ma di certo non era rassegnato a pagare per tutti e a vedere crollare la sua banca giunta essere un colosso internazionale dopo il lavoro di una vita tra riciclaggi, finanziamenti occulti e attività illegali. Già da mesi, messo alle corde, aveva dichiarato di voler rivelare i segreti di cui era a conoscenza e se nella borsa non c’è la lista dei cinquecento, un fantomatico elenco di chi aveva speculato portando capitali all’estero, c’erano invece alcune lettere scritte tra il maggio e giugno 1981 a prelati e allo stesso pontefice Giovanni Paolo II, e poi appunti, altre lettere esibite in seguito dal vescovo cecoslovacco Pavel Imlica in cui si ricostruisce la storia di accuse avvertimenti e ricatti.

Questi segreti Calvi li porta sempre con sé in una borsa che non lascia mai.

Ancora, la moglie rispondendo alla domanda di Biagi risponde: “nella borsa c’erano i documenti che riguardavano il debito del Vaticano, la bancarotta del Vaticano, che ha trascinato il Banco Ambrosiano alla rovina con la complicità, ma questo è un parere mio, […] con la complicità di ministri italiani”.

Nei suoi ultimi giorni, dopo aver cercato nuove alleanze, capisce che in Italia per lui è finita così, nel giugno del 1982, lascia il bel paese, fa tappa in Jugoslavia e a Klagenfurt, per poi, il 15 giugno, arrivare a Londra. A Milano è rimasta la sua segretaria personale, Graziella Corrocher, che partecipa alla riunione del Consiglio di Amministrazione del Banco Ambrosiano il pomeriggio del 17 giugno 1982 dove vengono revocati tutti i poteri a Calvi e decide la liquidazione della banca. Poche ore dopo la Corrocher viene trovata morta di fronte alla sede della banca dopo un volo dalla finestra del quarto piano. Attualmente il suo è ancora considerato un suicidio.

Il giorno dopo, un altro corpo viene ritrovato impiccato al ponte dei Frati Neri a Londra è quello di un uomo ben vestito con le mani legate dietro la schiena e con in tasca dei mattoni e 7400 sterline il passaporto italiano si tratta di Roberto Calvi.

 Epilogo Corrocher e Calvi

Progettare un suicidio più complicato sarebbe stato veramente difficile, i tribunali, sia l’inglese sia l’italiano, hanno poi dato risposte contrastanti. Assassinato o suicidato fatto sta che della contorta morte del Banchiere di Dio divenne difficile non occuparsi. immaginate questo banchiere che aveva raggiunto i vertici della sua scalata e che negli ultimi tempi invece pistola in mano temeva ritorsioni e vendette da parte dei suoi numerosi denigratori ed era ossessionato dalle faccende debitorie che avevano travolto l’ambrosiano e che vedevano coinvolti lo IOR e l’opposta fazione dell’Opus Dei. Immaginate questo banchiere diventato scomodo e fastidioso che scrive lettere piagnucolose e rivendicative ad alti prelati compreso sua Santità Giovanni Paolo II oltre che a Monsignor Marcinkus, immaginate quest’uomo, questo banchiere in fuga che ha promesso a cosa nostra di investire il suo tesoretto e farlo fruttare e poi invece quei soldi al momento di renderli non si trovano più, consumati. Ecco tutto culmina con l’impiccagione sotto il ponte londinese, un ponte dal nome lugubre: Frati Neri. Questo per dire che nel giugno del 1982 non ci fu chi evitò di dire la sua e al coro di opinioni partecipò persino lo scrittore Leonardo Sciascia che sposò la tesi del suicidio.

E chi lo ha ammazzato?

Chi aveva interesse a nascondere di essere già in bancarotta. Lo IOR, la banca Vaticana”.

Scrive Angela Marino su fanpage il processo per l’omicidio volontario di Calvi si apre 10 anni dopo la sua morte sulla base delle dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia e dichiara ai giudici che Calvi sarebbe stato vittima di una vendetta della mafia di Corleone. Il banchiere, secondo la testimonianza, avrebbe riciclato denaro sporco con lo IOR e il Banco Ambrosiano per conto del boss Pippo Calò che lo aveva fatto uccidere perché Calvi si sarebbe impossessato di una grossa somma di denaro. Sul banco degli imputati salgono Pippo Calò, Flavio Carboni, la banda della Magliana, Ernesto Diotallevi, Silvano Vittor, che avrebbe favorito Calvi nella fuga a Londra ed Emanuela Kleinszig, amica di Carboni. Gli imputati vengono tutti assolti in via definitiva sebbene la Corte riconosca che Calvi è stato ammazzato e non suicidato. A novembre 2016 viene archiviato anche il procedimento che vedeva indagati, tra gli altri, Licio Gelli.

L’ipotesi delineata dal processo è che il Banco Ambrosiano guidato da Calvi avesse, nel corso degli anni, dato fondo a capitali accumulati attraverso il riciclaggio di denaro sporco della criminalità organizzata per finanziare i regimi totalitari sudamericani allo scopo di sopprimere ogni possibilità di crescita del comunismo. Tra gli artefici di questo disegno, la banca Vaticana, la massoneria, frange deviate dei servizi con l’appoggio di alcune figure apicali della politica. Secondo i pentiti che hanno testimoniato, l’Ambrosiano e lo IOR, avrebbero anche armato alcune rivolte come la guerriglia dei Contras in Nicaragua.

Dopo 36 anni l’omicidio del Banchiere di Dio resta senza colpevoli. Dalla banca dei frati francescani al ponte dei Frati Neri. Il destino di Roberto Calvi intrecciato intorno ad una croce, resta nel buio di quei segreti che tormentavano il suo sogno.

Tratto dalla trasmissione radiofonica RAI© Mangiafuoco del 18/06/2018

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