Antonio Chichiarelli: storia di un falsario

Antonio Chichiarelli le gesta del mago dei falsari legato alla criminalità romana e la sua strana morte

E’ il decennio del piombo e dei misteri, delle stragi in piazza e delle esecuzioni in carcere. Negli anni settanta in Italia si vive nella paura, a Roma poi, nel 1976 nella criminalità si registra una media di 15 assassini al giorno. Si uccidevano uomini e donne innocenti ma si eliminavano anche fra criminali, a tenere alta la media dei morti ammazzati ci sono gli esponenti e gli affini della Banda della Magliana.

Alle 02,40 della notte del 28 settembre 1984, Antonio Giuseppe Chichiarelli, 36 anni, Tony per gli amici, la sua compagna di ventuno anni Cristina Cirilli e Dante, il loro bambino di neanche un mese, tornano a casa dopo aver passato una serata tra amici. Tony parcheggia l’auto in doppia fila davanti al portone di casa, Cristina apre la portiera posteriore per prendere il bambino che dorme profondamente dentro un porte-enfant quando al suo fianco compare un uomo che le punta contro una pistola. La ragazza viene colpita da due proiettili al braccio e al torace, un terzo colpo la raggiunge alla testa, il proiettile entra nel cranio ed esce da un occhio, lei si accascia priva di conoscenza, Tony esce dall’auto e gridando insegue l’attentatore, corre in salita lungo via Ferdinando Martini e gira a destra. Qui viene raggiunto da sei colpi alle spalle e al torace, cade in terra, il killer gli spara altre due volte in testa e l’uomo rimane riverso sull’asfalto con la testa in una pozza di sangue.

Nel frattempo, due guardie giurate che hanno sentito gli spari, sono usciti con le armi in pugno e vedono due uomini, Tony a terra e l’altro, con la pistola in mano che scappa. Sparano in aria e inseguono il killer che cambia direzione e torna in via Martini, qui i due testimoni vedono la ragazza ferita e si fermano per soccorrerla. L’assassino riesce a fuggire, Cristina e Tony vengono portati al Policlinico Umberto Primo e il piccolo Dante rimane con la nonna. La donna alla fine si salverà ma Chichiarelli muore alle 7 del mattino senza aver mai ripreso conoscenza.

Purtroppo l’analisi superficiale della scena del crimine non ha mai dato la certezza che le cose siano andate esattamente così. Si sono persi i bossoli, non sono stati conservati gli abiti delle vittime, neanche analizzate le armi delle guardie giurate o eseguita l’autopsia sul cadavere. Cristina racconterà che la pistola che le hanno puntato contro era a canna lunga e la perizia stabilisce che si tratta di una 6,35 ma non esistono pistole di questo calibro a canna lunga quindi l’arma probabilmente aveva un silenziatore. I colpi esplosi sono dodici ma la 6,35 ha sette colpi più uno in canna. Forse non c’era un solo killer.

L’Unità del 29/09/1984

A casa sua, dopo l’omicidio, in una cassaforte, vengono trovati preziosi e montagne di soldi di piccolo taglio, una videocassetta dove vi era registrato lo “Speciale Tg1” sulla rapina alla Brink’s Securmark, gli originali di quattro schede segnaletiche dattiloscritte dove erano segnati con cura maniacale, indicazioni sulle abitudini di alcune persone tra le quali il Presidente della Camera Pietro INGRAO, il Giudice Istruttore di Roma Achille Gallucci e il giornalista Mino Pecorelli. Poi delle foto. Polaroid che ritraggono Aldo Moro in vita, prigioniero nel covo dei brigatisti ed infine documentazione segreta sul caso Moro che era custodita presso Brink’s Securmark.

Da quel momento la vita di Antonio Chichiarelli, conosciuto nei rapporti di polizia soltanto come uno dei migliori falsari di quadri, viene messa sotto la lente di ingrandimento.

Nasce il 16 gennaio 1948 a Rosciolo, un paesino dell’appennino abruzzese nella frazione di Magliano dei Marsi, in provincia dell’Aquila. La madre muore di tumore quando lui ha solo tre anni, il padre, un uomo ombroso, burbero e solitario è un ufficiale degli Alpini e guardiacaccia della zona. Tony va in collegio a L’Aquila con il fratello minore e la sorella più grande che gli fa un po’ da mamma, è uno studente mediocre con un’unica passione, il disegno. Dopo le medie non continua gli studi e ritorna al suo paese, alcune voci dicevano che Tony, a diciassette anni, avesse rubato due tele da una Chiesa medievale solo per poterle riprodurre.

Oltre agli amici, Chichiarelli ha Zorro, un pastore tedesco da cui non si separa mai. Come il padre anche lui è uno spirito solitario, ama la natura e a volte sparisce per dei giorni in montagna insieme al suo cane.

Viene chiamato a svolgere il servizio militare negli Alpini e la disciplina severa mette un po’ di ordine nella sua vita da sbandato e lo sprona a cercare la sua strada. Decide quindi di trasferirsi a Roma e come bagaglio ha solo il suo grandissimo talento per il disegno e la pittura. Quando arriva a Roma frequenta il bar del Fungo all’Eur, quel quartiere avveniristico e metafisico che ha ispirato i capolavori di grandi artisti molto quotati e così tra i falsari d’autore si fa strada anche lui che copia pale d’altare rinascimentale ma anche De Chirico, Balla e Gino Severini.

All’inizio la vita nella capitale è difficile per un ragazzo arrivato dalla montagna senza amici e senza denaro, non ha un’abitazione fissa, non studia, non lavora non ama leggere neppure il giornale e non crede in alcuna ideologia politica. Una cosa però gli piace molto, fare la bella vita. Per comprare auto e motociclette per uscire con le donne, compie i primi furti, viene fermato per detenzione d’armi nel 1970 ma subito rilasciato. Nel 1973 finisce nel carcere di Regina Coeli per ricettazione, e in quegli anni conosce Luciano Dal Bello, criminale romano legato alla Banda della Magliana e dal 1977 anche informatore del Servizio d’Informazione per la Sicurezza Democratica (SISDE) e dei carabinieri del Nucleo polizia giudiziaria e del Nucleo tutela patrimonio artistico di Roma.

Tre anni dopo è di nuovo dentro e questa volta trova un amico, si tratta di Danilo Abbruciati, che pochi anni dopo sarebbe emerso come uno dei leader della Banda della Magliana. Abbruciati è un duro, un vero criminale, un grande ammiratore di Mussolini e una volta usciti dal carcere introduce Chichiarelli nel giro dello spaccio di stupefacenti, delle rapine, dell’usura, del riciclaggio, delle scommesse clandestine ed estorsioni tanto da arricchirsi.

Nel 1977 conosce Chiara Zossolo che ha una piccola galleria d’arte a Trastevere ed è da questo momento che Tony mette in pratica il suo grande talento di pittore realizzando falsi d’autore. Copia quadri di grandi pittori come De Chirico, Guttuso e Mantegna firmando le sue opere con lo pseudonimo di Rally. Presto diventa un falsario richiestissimo, dipinge di notte aiutato dalle anfetamine, i suoi falsi sono vere opere d’arte e si vendono bene tanto che nel 1978 può permettersi di prendere in affitto una lussuosa villa all’Eur dove va a vivere insieme a Chiara che nel frattempo è diventata sua moglie.

Opera di Pietro Annigoni (a sinistra originale e a destra riproduzione di Chichiarelli)

Nel 1976 a 28 anni, Chichiarelli è un simpatizzante della sinistra extraparlamentare e appena un anno dopo è dentro la Banda della Magliana legata invece ai NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari di destra ma Tony non si fa problemi a frequentare terroristi di stampo neofascista come Francesca Mambro, suo marito, Giuseppe Valerio Fioravanti, Massimo Carminati ed altri esponenti di spicco dell’eversione di destra.

Martedì 18 aprile 1978, (lo stesso giorno della scoperta del covo brigatista di via Gradoli) alle 9,25 del mattino alla redazione de Il Messaggero una telefonata anonima annuncia che in un cestino di rifiuti di Piazza Belli a Trastevere è nascosta una copia del comunicato numero 7 delle Brigate Rosse. Il comunicato inizia annunciando la fine del periodo dittatoriale della Democrazia Cristiana che, per ben 30 anni, ha tristemente dominato con la logica del sopruso, informa dell’avvenuta esecuzione del presidente Moro mediante suicidio:

Il falso comunicato n. 7 BR

IL PROCESSO AD ALDO MORO

Oggi 18 Aprile 1978, si conclude il periodo «dittatoriale» della D.C. che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la logica del soppruso. In concomitanza con questa data Comunichiamo l’avvenuta ESECUZIONE del presidente della D.C. Aldo MORO; mediante “SUICIDIO”. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava inpantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località CARTORE (RI) zona confinante trà Abruzzo e Lazio.
È soltanto l’inizio di una lunga serie di “SUICIDI”:
Il “SUICIDIO” non deve essere soltanto una “Prerogativa” del gruppo Baader Meinhof.
Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il REGIME.
P.S.
Rammentiamo ai vari Sossi, Barbaro, Corsi, ecc. che sono sempre sottoposti a libertà “VIGILATA”.

Comunicato n. 7 18/4/1978
Per il Comunismo
BRIGATE ROSSE

Il messaggio però ha qualcosa di strano e l’autenticità lascia molti dubbi: si tratta innanzitutto di una fotocopia e non di un foglio originale dattiloscritto; l’intestazione Brigate Rosse è leggermente diversa nei caratteri e non risulta stampata; alcune lettere della macchina da scrivere presentano qualche diversità dai soliti caratteri (non compare il numero 1, ed al suo posto viene utilizzata la lettera “i” maiuscola); il foglio del comunicato appare nella fotocopia visibilmente più corto di quelli solitamente adoperati; nel volantino non ci sono slogans.

E’ un falso, un vero falso d’autore e Tony Chichiarelli era un genio nel falsificare. I cinque processi Moro accerteranno che quel comunicato era stato confezionato proprio da Tony. Ma chi gli ha dato l’ordine, o meglio, chi lo ha dato alla Banda della Magliana di redigere quel dattiloscritto? Ad aggi ancora non si sa.

Al suo interno il falso comunicato sembra però contenere vari messaggi nascosti, diretti da qualcuno dentro i vertici dello Stato alle Brigate Rosse e la cui sintesi sarebbe fate di Moro quel che volete tanto la trattativa è fallita e la sua vita non ci interessa più. Il lago della Duchessa, poi, non dista molto dal paese natale di Chichiarelli; quasi una sorta di firma crittografata, un vezzo. Secondo una ipotesi completamente diversa invece, il falso comunicato sarebbe stato fatto uscire dalle stesse BR nel tentativo di distogliere le forze dell’ordine della capitale mentre spostavano Moro da un covo all’altro (da via Gradoli a via Montalcini).

Il 14 aprile 1979, a poco più di un mese dall’uccisione del giornalista Mino Pecorelli,  a Roma in via della Lungara il taxi Fiat 124 Pisa-1 di proprietà di Marcello Bini prende a bordo due turisti americani diretti alla discoteca Make Up che rinvengono, sul sedile posteriore, un borsello probabilmente dimenticato da qualche passeggero. All’interno ci sono alcuni oggetti normali come dei fazzoletti di carta della marca Paloma un pacchetto di sigarette, dei medicinali ed altri oggetti ben poco normali. Una testina rotante [nda la parte scrivente di una macchina da scrivere elettronica] marca IBM, undici proiettili calibro 7,65 in dotazione alle forze dell’ordine, una pistola Beretta calibro 9 con la matricola abrasa, alcuni messaggi in codice e indirizzi sottolineati e quelle che hanno tutta l’aria di essere schede segnaletiche per la raccolta di dati su personaggi politici tra questi Pietro Ingrao. Tutto finisce ovviamente dagli inquirenti che trovano subito il nesso: Aldo Moro. Infatti è stato ucciso con 11 colpi, 10 calibro 7,65 e uno calibro 9, i fazzoletti sono della stessa marca usata per tamponare le ferite durante il trasporto del corpo nella Renault 4, i medicinali erano quelli assunti da Moro, il pacchetto di sigarette era dello stesso tipo fumato la presidente della Democrazia Cristiana  e infine, la testina rotante è quella che era stata usata per scrivere il falso comunicato numero sette delle BR. In realtà tutto falso ma lo si scoprirà però solo anni dopo, tutto opera di Antonio Chichiarelli.

Di seguito il verbale relativo al contenuto completo del materiale rinvenuto nel borsello:

 <<<<LEGIONE CARABINIERI DI ROMA – Reparto Operativo PROCESSO VERBALE di sequestro di documenti ed oggetti rinvenuti all’interno di un borsello di cuoio marrone trovato abbandonato a bordo di un taxi, in Roma, il 14 aprile 1979, alle ore 01:00 circa.
L’anno 1979, addì 14 del mese di aprile in Roma, negli Uffici del Reparto Operativo Carabinieri, alle ore 09:30. Noi sottoscritti Ufficiali di P.G., effettivi al predetto Reparto, riferiamo a chi di dovere quanto segue:

Esaminato i l contenuto del borsello consegnatoci da BINI Marcello nato a Capranica, i l 17/06/1936, residente in Roma via della Stazione SoPietro n° 40, tassista, procediamo a l sequestro del sottonotato materiale:

– n. 1 borsello di cuoio marrone, del tipo a libro , con portacarte interni e due borse laterali esterne;
– n. 1 pistola marca Beretta Cal. 9, con calciolo in legno, numero di matricola punzonato, modello 1915, in buono stato di conservazione, oleata, apparentemente efficiente ;
– n. 1 caricatore vuoto per la suddetta arma;
– N. 11 pallottole cal. 7,65, contenute in una listarella di nastro adesivo trasparente;
– N. 1 cartuccia di grosso calibro, per pistola, riportante sul fondello l’indicazione: NORMA 4.5 A.C.P. ; –
– N. 1 testina rotante del tipo I.B.M. contrassegnata dalla sigla L.I.G.H.T. – Italic 12, e relativo contenitore in plastica trasparente .
– n. 1 mazzo di chiavi contenente nr. 9 chiavi del tipo comune IALE. Una chiave porta i seguenti contrassegni: F. PERINO S.P.A. – Genova;
– N. 1 patente di guida verosimilmente contraffatta, riportante la indicazione GROSSETTI Luciano, priva di fotografia e del primo foglio ;
 – N. 2 cubiflashes marca Silvania;
– n. 1 pacchetto di tovagliolini marca PALOMA;
– n. 1 frammento del biglietto dei traghetti Villa San Giovanni – Messina, verosimilmente relativo ad autovettura;
– n. 1 pacchetto di sigarette marca MURATTI, semivuoto;
– n. 1 scatola di fiammiferi tipo Minerva;
– N. 1 bustina trasparente-contenente tre piccole pillole bianche;
– n. 1 piccolissimo frammento di carta ove si nota scritto in rosso i numeri 841;
– n. 1 rettangolino di carta bianca che inizia con una frase “ABELE È DISPOSTO”, firmato: SEDE OPERATIVA, dattiloscritto ;
– N. 7 documenti di cui 6 riproducenti dattiloscritti in fotocopia, nr. 1 manoscritto in originale.
Si precisa che dei sei documenti sopra elencati uno riproduce una cartina tipo autostradale indicante Roma ed il Lazio. In particolare:
– Una fotocopia riportante il numero S/4: E. Oggetto: PECORELLI Mino. (da eliminare) ; .-.. : — T: -“
– Una fotocopia riportante il numero 7/D. Oggetto: Giudice Istruttore GALLUCCI Achille.- – – – .- ; _
– Una fotocopia riportante il numero F/6 R. Oggetto: eliminazione scorta […]
-Una fotocopia riportante l’intestazione Brigate Rosse, inizia con la frase:” ATTUARE PROSEGUIMENTO LOGICA DELL’ ANNIENTAMENTO”.
OPERAZIONE A.N.A. e firmato con la sigla: Per il Comunismo Brigate Rosse.
• Una fotocopia contrassegnata dal numero 2/I 4. Oggetto: Piano A.N.A. Tratta del progettato sequestro dell’avvocato Giuseppe PRISC. —-
-Un foglio a quadretti grande proveniente da blocco notes. Con calligrafia scritta di pugno, sembra riportare la minuta di un documento.
La prima pagina inizia con la frase: “I LIVELLI CONFLITTUALI”, e termina, con la frase:” SI METTE IN MOTO LO STATO DI MOBILITAZIONE FINO A QUANDO PRESTO”.
La seconda pagina inizia con una frase: “SEGUE BOZZA PER DIBATTITO” e termina con l a frase: “NON CI SERVI PIÙ PERCHE’ VISTO CHE I”.
Detto documento sembra trattare del Sindacato, dell’Università, del Piano PANDOLFI e di altri problemi politici.
-Un frammento di cartina autostradale riportante la zona di Roma, tratto del litorale del Lidi di Ostia, a Sud la zona di Aprilia e Frosinone,
ad Est la zona di Amatrice-Amiterno, a Nord la zona di Foligno, ad Ovest la zona di Cerveteri-lago di Vico-Bagnoregio.
Si notano alcune indicazioni e sottolineature di itinerari , con punti rossi.
Le seguenti pagine numerate staccate dall’elenco telefonico del distretto di Roma, riportanti sottolineature ed annotazioni varie; pagina 1387- 1388-1379-1380-1835-1836-1383-1384-1381-1382. – •

 Del che è verbale. —– —— Fatto, letto , confermato e sottoscritto in data e luogo di cui sopra.

Si riapre il presente p.v. per dare atto che il ritrovamento del suelencato materiale è stato effettuato dalle sottonotate persone che, alle ore 03,00 u.s., hanno provveduto a consegnarlo ed a sporgere regolare denuncia presso l’Ufficio della Legione Carabinieri di Roma che in seguito, per le indagini del caso, ha interessato questo Reparto Operativo:
– GILBERTO Michael Anthony, nato a Cleveland (USA) il 12.6.1959, ivi residente, domiciliato presso il ALMAGIA Edoardo, in Roma via della Lungara nr.3, studente; — •
-ALMAGIA Edoardo Carlo Gustavo, nato a New York (USA) il 20.5.1951, residente in Roma via della Lungara nr.3, celibe, professore universitario ; — – — .
– PALLAS Stephanie, nata a Grand Rapids (USA) il 28.12.1958, ivi residente, domiciliata in Roma via della Lungara nr.3.- – – ~ ~ – •

Si da atto inoltre che il BINI Marcello era l’autista del taxi , successivamente convocato. —— – Del che è verbale/

Chiara Zossolo, la moglie di Chichiarelli, racconterà in seguito che suo marito le spiegò di conoscere il vero motivo della morte del giornalista Pecorelli. E’ stato ucciso perché aveva appurato delle cose sul sequestro Moro ma non solo, l’ultima compagna di Pecorelli ha riconosciuto in mezzo a decine di fotografie quella di Chichiarelli dicendo che era lui l’uomo che aveva pedinato lei e il giornalista nei giorni precedenti l’omicidio. Ormai è chiaro che Tony partecipò alla fase di preparazione del delitto ma pare anche che fosse a conoscenza della fine di un altro giornalista, Mauro De Mauro che stava indagando, e aveva scoperto qualcosa, relativamente al ruolo attivo dei servizi segreti del fallito Golpe Borghese.

E’ il marzo 1979 quando Chichiarelli usa tutto il suo talento per aprire una falsa pista nelle indagini sul caso Moro, ma la cosa più sorprendente è che in tutti questi falsi comunicati, si fa esplicito riferimento al memoriale completo di Moro che verrà scoperto solamente nel 1990. Passano cinque mesi, siamo agli inizi di agosto e Chichiarelli viene fermato all’interno dell’ospedale S.Camillo di Roma per un controllo, con sé ha la testina rotante di una macchina da scrivere IBM, niente di particolarmente compromettente di per sé, se non fosse che, sempre dopo, si scoprirà che la testina era quella della macchina da scrivere utilizzata per redigere il falso comunicato delle BR del lago della Duchessa.

Il 24 marzo 1984 viene svaligiata la sede Romana della Brink’s Securmark società di trasporto valori di cui è stato azionista anche Michele Sindona. Le indagini accertano che Chichiarelli, la mente del colpo, qualche settimana prima della rapina abbia compiuto un sopralluogo nella banca e ne conosce la planimetria, i turni di sorveglianza e nomi delle guardie. La sera precedente, il 23 marzo, quattro uomini prelevano Franco Parsi, una guardia giurata della Brink’s, gli fanno vedere un tesserino, dicono di essere della DIGOS ed entrati in casa lo prendo in ostaggio con tutta la famiglia. La mattina seguente uno dei rapinatori rimane nell’appartamento mentre gli altri vanno in banca con la guardia che ha le chiavi del caveau.

L’Unità del 22/11/1984

Qui i rapinatori, arrivati su un furgone simile a quelli della banca, disarmano altri due agenti, spaccano le telecamere e portano via il bottino di 35 miliardi di lire, tra banconote e valori lasciando degli oggetti simbolo sul bancone: sette proiettili calibro 7,62 NATO, sette piccole catene, sette chiavi e una bomba Energa (dello stesso tipo di quella usata delle Brigate Rosse per uccidere il colonnello Antonio Varisco il 13 luglio 1979). Il numero sette sembra un riferimento al settimo comunicato delle Brigate Rosse durante il rapimento Aldo Moro e i proiettili riportano all’omicidio di Mino Pecorelli. Chichiarelli è un esibizionista e si vanta con la moglie e con gli amici del colpo effettuato nel momento in cui al quotidiano L’Unità arriva una rivendicazione: “quì Brigate Rosse abbiamo fatto un esproprio proletario in una banca sindoniana abbiamo preso 50 miliardi di lire”. La banca rapinata era collegata all’impero di Michele Sindona un uomo più che banchiere, bancarottiere, ma anche faccendiere e criminale. Un uomo che tuttora è uno dei rebus più complicati della storia enigmistica italiana.

La rapina fu rivendicata due giorni dopo, il 26 marzo 1984, facendo ritrovare, all’interno di una busta commerciale, dietro la statua del Belli a Trastevere, nella stessa piazza dove era stato fatto rinvenire il falso comunicato n. 7, taluni oggetti e una serie di simboli legati a sconvolgenti episodi: due fotografie polaroid che ritraggono l’emblema delle brigate rosse, alcune distinte di versamento della Brink’s, tre proiettili calibro 7,62 NATO, la rivendicazione della rapina a firma BR, un documento firmato Operazione ANA sempre a firma BR e le tre schede segnaletiche in originale, di Pietro INGRAO, di Achille Gallucci e di Mino Pecorelli. Le stesse schede che in fotocopia vennero trovate, cinque anni prima, dentro il taxi Pisa-1 di Marcello Bini.

A nome dei Lloyd  si procede per una ricompensa a chi avesse dato notizie della rapina. Viene così attivata una linea telefonica particolare nello studio del noto avvocato Gennaro Egidio, lo stesso professionista incaricato di seguire l’intricato caso di Emanuela Orlandi.  La taglia è un ottimo deterrente e a giugno, tra le tante telefonate giunge quella di un giovane tossicodipendente, poi identificato per Gaetano Miceli. Chiama l’ avvocato Egidio, gli dice di sapere molte cose sulla rapina ma chiede garanzie. La trattativa va per le lunghe fino a quando Miceli, per convincere i suoi interlocutori, tira fuori un titolo da un milione che proveniva dal caveau svuotato. Interrogato e minacciato di arresto, il giovane finisce per parlare. Chiarisce subito che lui con la rapina non ha nulla a che fare e che ha contribuito alla realizzazione del colpo solo procurando le macchine.

L’Unità del 13/06/1985

Viene rinchiuso a Rebibbia e, quando apprende che Antonio Chichiarelli era stato freddato, Miceli ha paura: hanno ucciso il suo amico, faranno fuori pure lui. Chiama gli inquirenti e questa volta vuota il sacco. Racconta che a fare la rapina era stato proprio Chichiarelli e di aver sentito parlare alcuni complici con uno spiccato accento settentrionale.

La rapina alla Brink’s Securmark fu un ringraziamento, una sorta di regalia da parte di chi gli aveva commissionato certe particolari operazioni. È un fatto che dopo trentasette anni si può affermare tranquillamente, anche se non a  livello giudiziario[nda cit. pag.10 Resoconto Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro seduta del 19 marzo 2015].

Ma chi ha ammazzato Chichiarelli? Le piste sono tante, anche se resta il dubbio se il killer aveva il compito di uccidere lui oppure solamente la ragazza a mo’ di pesantissima intimidazione. Comunque sia, le ipotesi sul tappeto sono una vendetta della malavita per il commercio di stupefacenti nel frattempo avviato dal falsario, oppure una eliminazione preventiva da parte dei servizi segreti essendo il Chichiarelli un chiacchierone, un personaggio come dire, poco discreto che era a conoscenza però di quali misteri? L’ipotesi più intrigante è quella che il vero obiettivo della rapina nel caveau della Brink’s Securmark non fossero tanto i soldi ma acquisire documentazione compromettente, probabilmente proprio legata al caso Moro.

Nessuna verità e troppe ipotesi, tra queste una vendetta della malavita per il commercio di droga che nel frattempo aveva avviato, oppure un regolamento di conti all’interno della malavita. La malavita è permalosa, si sa.

E’ interessante l’ipotesi che il falsario-rapinatore, forse per sbruffoneria, incoscienza o per smania di potere, non avesse rispettato gli accordi con i servizi segreti che cercavano con tutti i mezzi di recuperare quel materiale che forse era il vero movente di quella rapina che valeva più dei 35 miliardi di lire rubate.

Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro sono una vicenda monumentale di intrecci internazionali e forse Chichiarelli ha visto o letto cose che non doveva leggere. Anche la ricostruzione della sua morte è nebulosa, esistono infatti due differenti versioni non affatto coincidenti circa le circostanze dell’omicidio di cui il falsario rimase vittima.

Ma quando entri in certi giri puoi morire anche per motivi più banali, un errore, una minaccia andata oltre confine, Tony in fondo era nato falsario mitomane beffardo ma ora amico di grandi criminali è un criminale lui stesso. Criminale a tutti gli effetti nel giro di quelli che comandano. Chichiarelli non muore per quello che ha fatto, ma per quello che poteva fare o dire; forse muore perché non aveva rispettato i patti del silenzio.

 

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