COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA
sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori
Relazione “Emanuela Orlandi, Mirella Gregori e la pista delle ragazze scomparse”
90a seduta: martedì 28 aprile 2026
1. Introduzione
La Commissione parlamentare di inchiesta è stata istituita ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione con la legge 4 dicembre 2023, n. 202; l’articolo 1 della legge istitutiva ne ha definito i compiti, tra i quali rientrano la ricostruzione e l’analisi puntuale delle dinamiche delle scomparse di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, avvenute rispettivamente a Roma il 22 giugno 1983 e il 7 maggio 1983, la verifica del materiale e dei dati acquisiti nell’ambito delle inchieste giudiziarie e giornalistiche, l’esame di fatti, atti e condotte che possano aver ostacolato o ritardato la ricostruzione dei fatti, nonché l’analisi delle criticità che hanno impedito l’accertamento delle responsabilità connesse agli eventi.
Nell’ambito del mandato conferitole dalla legge, la Commissione parlamentare di inchiesta ha pertanto ritenuto necessario procedere all’accertamento dell’eventuale esistenza di collegamenti, diretti o indiretti, tra i casi Orlandi e Gregori e altri eventi o fenomeni criminosi collocabili nel medesimo contesto temporale e territoriale.
Occorre rammentare, a ben vedere, come, nel corso degli oltre quarant’anni trascorsi dalla scomparsa delle due ragazze, sul piano investigativo e mediatico, si sia affermata, tra le varie piste investigative, l’ipotesi dell’esistenza di una presunta “criminosa regia” cui ricondurre le scomparse di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, nonché altri mancati ritorni a casa di adolescenti del Comune e della Provincia di Roma verificatisi tra il marzo 1982 e l’agosto 1983.
La presente relazione espone le risultanze dell’attività svolta dalla Commissione con specifico riguardo quindi a questa ipotesi investigativa, dando conto delle conclusioni cui la Commissione è pervenuta in ordine alla sua rilevanza ai fini della ricostruzione delle circostanze della scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori.
2. L’attività istruttoria svolta dalla Commissione
L’attività istruttoria svolta dalla Commissione si è sviluppata secondo una articolata progressione. In una prima fase, essa si è sostanziata in un’attenta analisi documentale, con particolare riferimento agli atti giudiziari acquisiti, finalizzata a ricostruire il quadro originario delle segnalazioni di scomparsa e delle prime valutazioni investigative. Tale attività è stata successivamente integrata dallo svolgimento di audizioni, nel corso delle quali sono stati acquisiti ulteriori elementi conoscitivi. Pur non essendo, in generale, le audizioni specificamente dedicate alla cosiddetta pista delle ragazze scomparse, dagli interventi degli auditi sono emersi elementi rilevanti anche con riguardo a tale ipotesi, soprattutto in relazione a profili ricorrenti di carattere temporale, anagrafico e territoriale nelle segnalate sparizioni.
La Commissione ha ritenuto, poi, necessario procedere a un ulteriore approfondimento istruttorio, deliberando la costituzione di un apposito gruppo di lavoro[1], con l’incarico di svolgere attività di esame e verifica. Il gruppo di lavoro, composto da collaboratori della Commissione, ha operato sulla base dell’esame delle fonti documentali disponibili, dell’acquisizione di contributi tecnico-scientifici e dello svolgimento di specifici accertamenti. In tale contesto, è stato conferito, infatti, uno specifico incarico agli ufficiali di collegamento della Polizia di Stato, collaboratori della Commissione[2], affinché procedessero alla verifica dell’effettivo rientro delle ragazze scomparse secondo l’elenco contenuto negli atti processuali.
Nel corso dell’attività istruttoria, la Commissione ha altresì acquisito e valutato contributi di natura tecnica, elaborati, rispettivamente, dai consulenti dottor Tommaso Nelli e dottor Manuel Cinquarla.
In particolare, l’elaborato tecnico del dottor Nelli, muovendo dall’analisi della documentazione disponibile e, in particolare, dell’elenco predisposto dalla Questura di Roma in data 23 agosto 1983, ha proceduto ad una verifica puntuale delle singole posizioni mediante attività di ricerca svolte attraverso fonti aperte, riscontri anagrafici e ulteriori elementi documentali. Tale attività ha consentito di accertare il successivo rintraccio di alcune delle persone originariamente considerate irreperibili, nonché di evidenziare la presenza di incongruenze nella base informativa, quali errori materiali, duplicazioni e disallineamenti cronologici.
La nota del dottor Cinquarla, parimenti fondata sull’analisi della documentazione agli atti della Commissione, ha sviluppato una ricostruzione complessiva del fenomeno, evidenziando come, a fronte di un numero complessivo di 177 ragazze segnalate come scomparse nel periodo 1982-1983, solo 40 risultassero non rintracciate alla data del 23 agosto 1983, e rilevando, altresì, la presenza di un numero limitato di denunce disponibili e l’assenza di attività investigative strutturate riferite a tali posizioni.
Dalle risultanze complessivamente emerse dai predetti contributi è derivata la presenza di elementi suscettibili di incidere sulla consistenza della cosiddetta pista delle ragazze scomparse. In particolare, è stato rilevato come una parte delle posizioni originariamente considerate non definite risultasse, alla luce di accertamenti successivi, riconducibile a soggetti rintracciati, con conseguente necessità di una rivalutazione del dato originario.
Tali elementi si sono rivelati, peraltro, in linea con gli esiti del successivo approfondimento istruttorio svolto dagli ufficiali di collegamento della Polizia di Stato, che ha consentito una più ampia e sistematica ricostruzione delle singole posizioni e una conseguente ridefinizione del perimetro effettivo delle scomparse.
3. La documentazione giudiziaria relativa alle denunce di allontanamento
La Commissione, ai fini dell’esercizio del mandato affidatole, ha acquisito sin dall’avvio dei propri lavori gli atti relativi alle inchieste giudiziarie concluse concernenti le scomparse di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori.
Nell’ambito della prima di tali inchieste è stato oggetto di specifico esame il rapporto redatto dalla Questura di Roma – Divisione di Polizia Giudiziaria in data 23 agosto 1983, n. 842/2, trasmesso al sostituto procuratore della Repubblica Domenico Sica, all’epoca titolare del procedimento.
Il documento rappresenta la prima iniziativa formale diretta a effettuare una ricognizione sistematica delle denunce di scomparsa di minori presentate nel territorio della capitale e nei comuni limitrofi nel periodo compreso tra il marzo 1982 e l’agosto 1983. In esso è contenuto un elenco di 177 soggetti per i quali, alla data della redazione, risultava pendente una denuncia di allontanamento.
Per ciascuna posizione il documento riporta esclusivamente dati di carattere anagrafico e amministrativo – generalità, data della scomparsa, ufficio ricevente – senza indicazioni ulteriori in ordine alle circostanze dei fatti o agli sviluppi delle ricerche. Solo 89 posizioni risultano corredate da documentazione allegata; per le restanti l’atto si limita a una menzione riepilogativa.
Il rapporto non distingue tra vicende successivamente risolte e situazioni ancora aperte, né propone valutazioni investigative o ipotesi ricostruttive suscettibili di configurare le scomparse come espressione di un fenomeno unitario.
Nel prosieguo dell’esame del materiale confluito nel procedimento penale, il tema della possibile riconduzione delle scomparse Orlandi e Gregori a un quadro più ampio di allontanamenti giovanili risulta presente quale dato di contesto; nondimeno, tale consapevolezza non sembra essersi mai tradotta nella definizione di un autonomo e strutturato indirizzo investigativo.
La pluralità delle denunce disponibili agli uffici attestava infatti la consistenza numerica e la concentrazione temporale del fenomeno. Ciò non risulta tuttavia accompagnato dall’individuazione di elementi comuni tali da sostenere, sul piano operativo, l’ipotesi di una regia o di una matrice condivisa.
Accanto a tale patrimonio informativo compaiono negli atti segnalazioni, esposti, memorie e appunti – talora provenienti da privati, talora privi di attribuzione certa – nei quali si prospetta l’esistenza di ulteriori ragazze scomparse e si sollecita una lettura comparativa delle vicende. In questi contributi vengono richiamate presunte analogie nelle modalità di avvicinamento o ipotizzati possibili circuiti comuni di destinazione, anche in ambito estero.
Un analogo orientamento emerge nelle comunicazioni provenienti da cittadini o originate in ambito mediatico e successivamente acquisite agli atti.
Ulteriori richiami a una dimensione sovra-individuale si rinvengono in documenti provenienti da personalità di rilievo pubblico, nei quali le scomparse vengono evocate all’interno di appelli di carattere generale riferiti alla sorte di più giovani. Anche tali riferimenti, tuttavia, rimangono collocati sul piano della rappresentazione e non assumono la forma di una ipotesi investigativa articolata.
Nel loro insieme, gli atti esaminati mostrano dunque come la pluralità delle denunce fosse pienamente nota agli inquirenti e come, parallelamente, nella società civile si andasse progressivamente consolidando l’idea di un possibile filo conduttore.
4. La dimensione pubblica del fenomeno e la sua elaborazione mediatica
La ricognizione processuale delle denunce di scomparsa si inseriva, infatti, in un contesto nel quale l’attenzione mediatica aveva già iniziato a orientare la percezione pubblica del fenomeno in termini non più episodici. Un momento di particolare rilievo, sotto questo profilo, è rappresentato dal servizio pubblicato da «Panorama» il 1° agosto 1983, significativamente intitolato “Emanuela e le altre“, che si impose quale prima sistematizzazione a diffusione nazionale delle sparizioni di minori avvenute in quel periodo.

L’articolo del 1983 propone un mutamento di paradigma interpretativo: le vicende non vengono più presentate come fatti autonomi e privi di collegamento, bensì come possibili espressioni di una dinamica comune. Tale impostazione sembra trovare fondamento nel richiamo a ricorrenze anagrafiche – con particolare riferimento a ragazze adolescenti – nella contiguità temporale degli eventi e nella loro distribuzione territoriale, illustrata mediante una mappa riepilogativa dell’intero Paese. In questa cornice prende forma, in modo ancora embrionale ma chiaramente percepibile, l’ipotesi dell’esistenza di organizzazioni dedite al reclutamento e allo sfruttamento delle giovani scomparse, evocata attraverso il riferimento alla tratta e ai circuiti della prostituzione internazionale.
All’interno di tale costruzione narrativa assume valore centrale l’accostamento tra i casi di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. Per la prima volta le due sparizioni sono poste in relazione in maniera esplicita e continuativa, non solo mediante la giustapposizione iconografica dei volti, ma anche attraverso un parallelismo nelle modalità dell’allontanamento e nelle incertezze investigative. Ne deriva il consolidarsi, nell’opinione pubblica, dell’idea che entrambe le vicende potessero inscriversi in un medesimo quadro criminoso o, quantomeno, in un contesto unitario di riferimento.
Nel medesimo servizio trova spazio la testimonianza della madre di Mirella Gregori, Maria Vittoria Arzenton, la quale riferisce di essersi attivata per stabilire contatti con altre famiglie coinvolte in episodi analoghi. Viene richiamato, in particolare, un fatto avvenuto nelle Marche, concernente una minore uscita di casa dopo essere stata chiamata al citofono da un soggetto presentatosi come compagno di scuola; circostanza evidenziata per le sue affinità con la dinamica Gregori e considerata, sotto il profilo comparativo, di peculiare interesse.
Seppure in forma più prudente, anche nei dispacci dell’Agenzia Nazionale Stampa Associata (ANSA) si coglie il progressivo emergere di una rappresentazione che inserisce le due scomparse nel più vasto tema degli allontanamenti giovanili.
Già nel 1984, ad esempio, in occasione di iniziative o commenti relativi al caso Orlandi, i lanci ricordano con frequenza come la vicenda si accompagni a quella di altre minori e come entrambe abbiano assunto valore emblematico nel dibattito sui sequestri e sulle sparizioni atipiche verificatesi nella capitale. Il riferimento congiunto non ha soltanto funzione descrittiva, ma contribuisce a collocare i fatti in un orizzonte di fenomeno.
Un passaggio particolarmente indicativo si rinviene in un lancio del 6 aprile 1984, relativo alla presentazione di una ricerca sui sequestri di persona a Roma: in tale sede Orlandi e Gregori vengono richiamate quali casi “atipici“, distinti dai sequestri estorsivi tradizionali, e quindi implicitamente ricondotti a una categoria più ampia di eventi anomali che sollecitano strumenti interpretativi diversi da quelli ordinari.
Nel corso del 1985 la dimensione generale risulta ulteriormente accentuata. Nelle agenzie del 31 gennaio, diffuse in occasione della promessa pubblica di ricompensa, il legale delle famiglie, l’avvocato Gennaro Egidio, osserva che la scomparsa delle due ragazze potrebbe inserirsi nel quadro di altri rapimenti e che l’iniziativa è volta anche a far emergere elementi utili a comprendere un contesto più vasto. Analoga impostazione compare nei lanci del 2 marzo 1985, ove le segnalazioni raccolte vengono considerate nella prospettiva di una possibile utilità non limitata ai singoli casi, ma estesa alla chiarificazione di dinamiche comuni.
Di particolare interesse, poi, è un dispaccio del 13 agosto 1985, nel quale, trattando di un differente episodio riguardante una giovane vittima, Stefania Bini, l’agenzia rileva come i precedenti Orlandi e Gregori, insieme ad altre sparizioni di minori, avessero contribuito a determinare un diffuso allarme collettivo. Le due vicende vengono dunque richiamate quali punti di riferimento di un fenomeno percepito come generale.
Nel loro insieme, tali contributi non introducono elementi probatori nuovi né attestano l’esistenza di connessioni accertate; tuttavia assumono rilievo quale testimonianza della progressiva affermazione, nel discorso pubblico, di una chiave interpretativa orientata alla comparazione e alla serialità.
Questa linea narrativa conosce, da ultimo, nuova vitalità in tempi recenti. All’indomani dell’apertura dell’inchiesta da parte della magistratura vaticana, nel gennaio 2023, autorevoli quotidiani nazionali tornano a proporre una lettura sistemica delle sparizioni.
Nel contributo pubblicato da «La Stampa» il 12 gennaio 2023, intitolato “Emanuela Orlandi, Mirella Gregori e le altre“, viene ricostruito il contesto storico dei primi anni Ottanta, sottolineando come le due vicende si collocassero in una fase caratterizzata a Roma da numerosi allontanamenti di adolescenti concentrati in un periodo limitato. L’articolo evidenzia inoltre che l’attenzione pubblica si era focalizzata soprattutto sui casi più noti, mentre altri episodi non avevano ricevuto analoga visibilità, prospettando così la necessità di una valutazione complessiva.
Analoga impostazione è rinvenibile nel servizio pubblicato da «Il Giornale» il 30 gennaio 2023, che, richiamando un documento interno della Questura, insiste sulla concentrazione temporale delle sparizioni nell’estate del 1983 e sull’esistenza di ricorrenze anagrafiche e territoriali. Anche in questo caso non vengono affermati collegamenti probatori, ma si sottolinea l’opportunità di interrogarsi sulla possibile unitarietà del fenomeno e sulla mancata, all’epoca, sistematizzazione investigativa degli elementi comuni.
5. Il quadro emerso dalle audizioni
La questione di un possibile fenomeno seriale di sparizioni di giovani donne a Roma nei primi anni Ottanta è stata trattata anche nelle audizioni svolte dalla Commissione che hanno evidenziato una dicotomia tra l’analisi dei dati statistici e la realtà processuale. Dalle audizioni svolte è emersa la diffusa percezione che, nel periodo compreso tra il 1982 e il 1983, la città di Roma fosse teatro di un numero rilevante di scomparse di adolescenti. Tale circostanza ha costituito, sin dalle prime fasi, un elemento di particolare allarme sotto il profilo investigativo. Le attività istruttorie successivamente espletate – secondo quanto riferito dai vari auditi – non sembrano tuttavia aver consentito di acquisire riscontri probatori in ordine alla sussistenza di un fenomeno strutturato o unitario.
5.1 Le posizioni dei magistrati sull’ipotesi di un fenomeno seriale
Le dichiarazioni rese dai magistrati nel corso delle audizioni hanno restituito un quadro articolato e non privo di differenti accenti interpretativi in ordine alla cosiddetta pista delle ragazze scomparse. Pur muovendo da una comune constatazione circa l’assenza, allo stato degli atti, di riscontri investigativi idonei a comprovare l’esistenza di un fenomeno unitario o seriale, gli auditi hanno evidenziato, con sensibilità diverse, tanto i limiti oggettivi degli approfondimenti svolti quanto le anomalie statistiche e temporali che avrebbero potuto giustificare un esame più ampio e coordinato del complesso delle scomparse registrate nel periodo considerato.
In particolare, la dottoressa Giuseppa Geremia – già Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma e titolare, dal 19 maggio 1983 al 4 agosto 1983, del procedimento relativo alla scomparsa di Mirella Gregori, nonché di un procedimento collegato alla scomparsa di Emanuela Orlandi – ha ricondotto il fenomeno delle scomparse di adolescenti a un preciso contesto temporale, affermando che “nel periodo della sparizione della Gregori prima e della Orlandi dopo, a Roma sparirono numerose ragazze“, tutte “nella fascia di età fra i quindici anni e quindici anni e qualche mese“.
Secondo l’audita, tale concentrazione temporale e anagrafica avrebbe indotto gli investigatori a interrogarsi sull’eventuale esistenza di un fenomeno unitario. L’ipotesi, pur oggetto di specifica valutazione, non sarebbe stata tuttavia confermata, essendosi in realtà, rivelata “una pista infondata“. Le indagini non consentirono, infatti, di individuare elementi comuni sufficientemente solidi, né con riguardo alle modalità di sparizione, né con riferimento a soggetti, luoghi o dinamiche ricorrenti.
Tra le piste esaminate dalle autorità inquirenti vi fu anche quella più ampia della cosiddetta “tratta delle bianche“. Sul punto, la dottoressa Geremia ha precisato che si trattò di un’ipotesi rapidamente ridimensionata, evidenziando che “la polizia escluse che la scomparsa si potesse riferire a questo fenomeno” e che, nel prosieguo delle attività investigative, “non si trovò nessun riscontro“. A ben vedere, ove fossero emersi elementi concreti in tal senso, “se ne sarebbe sentito il rumore in ufficio“, circostanza che non si verificò.
La procuratrice ha altresì sottolineato come il dato statistico relativo alle scomparse non abbia dato luogo a un’analisi strutturata e continuativa dell’insieme dei casi, precisando che “quella statistica è uscita fuori solo relativamente alla vicenda Gregori” e che, una volta esclusa la fondatezza della pista organizzata, “non furono fatti ulteriori accertamenti“. Ciò anche in ragione del fatto che, soprattutto nel caso Orlandi, “quasi immediatamente emersero collegamenti che portavano altrove“, determinando uno spostamento dell’attenzione investigativa verso direttrici ritenute più circoscritte e specifiche.
Il dottor Giancarlo Capaldo, già Procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Roma, contitolare, dal 2009 al 2015, del procedimento relativo alla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, ha sottolineato l’eccezionalità statistica del fenomeno sulla base dell’esame dei bollettini ufficiali del Ministero dell’Interno acquisiti agli atti giudiziari: “soltanto nel 1983, sono scomparse a Roma 54 ragazze di età compresa tra i 15 e i 16 anni” che non sono mai più state ritrovate, rilevando con sconcerto che in alcuni casi ne scomparivano persino “due o tre nello stesso giorno“. Il procuratore ha definito tale dato “spropositato” e “un problema che andava investigato e non lo è stato“, riferendo di aver compiuto dei “tentativi informali” per allargare il raggio delle indagini a questo bacino di scomparse; tuttavia, tali sollecitazioni non avrebbero avuto seguito, poiché i vertici della Procura dell’epoca avrebbero ritenuto che il materiale già disponibile fosse sufficiente. ovvero che l’estensione dell’inchiesta fosse troppo complessa e dispersiva sul territorio.
Il magistrato ha inoltre osservato una singolare anomalia temporale, rilevando che le sparizioni si sarebbero interrotte bruscamente ai primi di luglio del 1983, pochi giorni dopo il sequestro Orlandi, e che, per tutto il resto dell’anno, a Roma non sarebbero più scomparse ragazze di quella fascia d’età. Capaldo ha ipotizzato che tali vicende, inclusi i casi Orlandi e Gregori, siano maturate in un contesto di “interesse alla sessualità minorenne” o di pedofilia, pur ritenendo possibile che i responsabili e i contesti specifici siano stati diversi. Secondo la sua impostazione investigativa, un’analisi più approfondita e unitaria del fenomeno avrebbe potuto offrire strumenti diversi per accertare le responsabilità, evitando di lasciare tali episodi come “quesiti appesi” privi di una reale verifica giudiziaria.
Il dottor Otello Lupacchini, già giudice istruttore dell’inchiesta sulla cosiddetta Banda della Magliana, ha richiamato l’esigenza di non sovrapporre automaticamente casi distinti sulla base della sola contiguità temporale o geografica. Pur riconoscendo che “a Roma scomparivano molte ragazze“, ha sottolineato come tale dato non consenta, di per sé, di affermare l’esistenza di un fenomeno unitario, osservando che “la coincidenza cronologica non è una prova” e che, in assenza di “riscontri oggettivi“, non sia possibile fondare collegamenti tra vicende diverse. Ha inoltre evidenziato come i casi spesso evocati nel dibattito pubblico presentino “storie personali, contesti e dinamiche profondamente differenti“, tali da rendere problematica una lettura unificante ex post, ribadendo che “mettere tutto insieme può portare fuori strada” e che, allo stato delle risultanze esaminate, “non vi sono elementi per dire che Orlandi e Gregori rientrino in un fenomeno seriale“.
5. 2 Le valutazioni dei legali sulla pista della tratta e sull’ipotesi seriale
Su un piano diverso, ma con conclusioni in parte convergenti, anche gli avvocati auditi hanno affrontato il tema delle scomparse e della cosiddetta tratta delle bianche, collocandolo all’interno di una riflessione critica sulle ricostruzioni sviluppatesi nel tempo.
Nel corso della sua audizione, l’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, ha affrontato il tema delle scomparse partendo dalla prospettiva delle aspettative e delle delusioni investigative maturate nel tempo.
La Sgrò ha chiarito come, dal punto di vista della famiglia, la pista della tratta non abbia mai rappresentato una spiegazione soddisfacente o supportata da elementi concreti: “in tutti questi anni non è mai emerso un elemento serio che consenta di parlare di una tratta organizzata …questa ipotesi ritorna ciclicamente, ma non trova mai conferme“.
La Sgrò ha inoltre sottolineato come l’insistenza su una lettura unitaria delle scomparse rischi di produrre un duplice effetto distorsivo: da un lato, alimentare aspettative investigative prive di fondamento; dall’altro, distogliere l’attenzione da responsabilità e dinamiche più circoscritte. In tal senso, ha osservato che “una cosa è parlare di singoli episodi criminosi, altra cosa è costruire un sistema che, allo stato, non è mai stato dimostrato“. L’audita ha quindi collocato la pista della tratta all’interno di una narrazione reiterata, ma priva di riscontri giudiziari, ribadendo che “non risulta accertato alcun fenomeno organizzato di scomparsa di ragazze riconducibile a una rete di sfruttamento“.
Seppure da una prospettiva difensiva, gli avvocati Maurilio Prioreschi e Lorenzo Radogna, legali della famiglia di Enrico De Pedis, hanno espresso valutazioni nette circa l’assenza di riscontri probatori a sostegno di un fenomeno organizzato di tratta, contestando peraltro la narrazione giornalistica che ha trasformato Enrico De Pedis in un “boss dopo morto“. Secondo l’avvocato Prioreschi “la pista della tratta è stata evocata più volte, ma non ha mai trovato un riscontro concreto negli atti giudiziari … non esistono elementi oggettivi che consentano di parlare di un sistema organizzato di scomparse“. L’avvocato Radogna ha insistito sulla necessità di distinguere tra singoli episodi e l’ipotesi seriale, affermando che “una cosa è ipotizzare responsabilità in singoli casi, altra cosa è sostenere l’esistenza di una struttura che faccia sparire sistematicamente delle ragazze“. In tal senso, ha ribadito che “la cosiddetta tratta delle bianche, così come viene spesso evocata, non ha trovato conferma giudiziaria“.
5.3 Il punto di vista del mondo del giornalismo
La Commissione ha poi ascoltato alcuni giornalisti ed esperti del mondo della comunicazione, i quali hanno restituito una lettura fortemente improntata alla prudenza interpretativa, coerente con quanto emerso nelle audizioni di magistrati e avvocati.
Nel corso della sua audizione, Gianni Sarrocco, già giornalista de «Il Tempo», ha ricostruito le prime fasi di attenzione giornalistica e investigativa successive alla scomparsa di Emanuela Orlandi, soffermandosi in modo esplicito sulle ipotesi inizialmente formulate circa la natura della sparizione. Sarrocco ha riferito che, nelle primissime ore e nei primi giorni, vennero rapidamente escluse due ipotesi ritenute non coerenti con il profilo della minore: l’allontanamento volontario e il sequestro a scopo di estorsione. In questo contesto, l’audito ha affermato testualmente: “Una volta escluso l’allontanamento volontario, una volta escluso il sequestro di persona a scopo di estorsione, questo nei primi tre giorni, io ebbi l’impressione che potesse trattarsi di un adescamento finito male“. Secondo Sarrocco, tale ipotesi rappresentava, in quella fase, la lettura più lineare e coerente con i dati disponibili, e non presupponeva l’esistenza di un disegno criminale complesso o organizzato. Non si trattava, dunque, di una ricostruzione riconducibile a una rete di tratta, ma di una dinamica individuale, circoscritta e non seriale. L’audito ha tuttavia evidenziato come questa ipotesi iniziale non sia stata approfondita fino in fondo, anche a causa del rapido affollarsi di elementi estranei che contribuirono a spostare l’attenzione investigativa. In particolare, Sarrocco ha osservato che “anche la cosa più semplice veniva ingigantita“, facendo riferimento al moltiplicarsi di suggestioni e interferenze che finirono per oscurare le piste più aderenti a dinamiche ordinarie di adescamento. Nel corso dell’audizione, Sarrocco non ha mai richiamato elementi idonei a sostenere l’esistenza di un fenomeno seriale di scomparse o di una rete organizzata riconducibile alla cosiddetta “tratta delle bianche“. Al contrario, ha restituito l’immagine di un’indagine caratterizzata da incertezza e frammentazione, affermando di aver incontrato “sempre un muro di gomma” e descrivendo la vicenda come segnata da “diecimila forse“. Anche con riferimento alla scomparsa di Mirella Gregori, Sarrocco ha chiarito di esserne venuto a conoscenza successivamente, attraverso il contatto con la famiglia, senza che all’epoca emergesse una lettura unitaria delle due vicende né, tantomeno, elementi riconducibili a un medesimo meccanismo di reclutamento o sfruttamento.
In termini parzialmente diversi, ma convergenti nelle conclusioni, anche Fabrizio Peronaci, giornalista del «Corriere della Sera», ha richiamato l’attenzione sui rischi di letture unitarie costruite ex post. L’audito ha chiarito che, nel corso del tempo, si è progressivamente affermata una tendenza a leggere in chiave unitaria episodi diversi, accomunandoli sotto l’etichetta di un presunto fenomeno seriale. Tuttavia, secondo Peronaci, tale impostazione non troverebbe un solido fondamento probatorio: “il fatto che vi siano state più scomparse di ragazze in un determinato periodo non significa automaticamente che ci si trovi di fronte a un unico disegno o a una struttura organizzata“. Secondo l’audito infatti “questo tipo di collegamento, per poter reggere, dovrebbe poggiare su elementi concreti che, allo stato, non risultano“. Con riferimento specifico alla cosiddetta pista della “tratta delle bianche“, Peronaci ha espresso una posizione di sostanziale scetticismo, sottolineando come tale ipotesi sia stata spesso evocata più per la sua forza evocativa che per la presenza di riscontri oggettivi. Nello specifico il giornalista ha osservato che “nel corso delle indagini non emergono elementi tali da consentire di parlare di una rete strutturata di reclutamento o di sfruttamento di ragazze” e che “la pista della tratta, così come è stata raccontata nel tempo, non trova conferma nei dati investigativi disponibili“. Peronaci ha inoltre richiamato l’attenzione sul rischio di costruzioni retrospettive, evidenziando come il passare degli anni abbia favorito una sovrapposizione di piani diversi; affermando in proposito “si è finiti spesso per mettere insieme vicende diverse sulla base di elementi generici, come l’età delle ragazze o la coincidenza temporale delle scomparse, ma senza che vi fosse una reale dimostrazione di un collegamento” e sottolineando che “questo tipo di lettura rischia di trasformare le ipotesi in verità acquisite, anche in assenza di prove“.
Nel suo intervento, l’audito ha anche evidenziato come, a fronte di un numero significativo di scomparse, non siano mai emerse modalità operative ricorrenti idonee a configurare un fenomeno seriale di adescamento: “non si riscontrano schemi ripetuti, contatti comuni o elementi strutturali che possano far pensare a un’organizzazione stabile“.
Il tema delle scomparse di giovani ragazze e delle ipotesi riconducibili alla cosiddetta “tratta delle bianche” è stato affrontato solo indirettamente dal giornalista Pino Nicotri, il quale ha ricondotto tale pista nell’ambito di una più ampia critica alle ricostruzioni suggestive che, nel corso del tempo, si sono stratificate attorno al caso Orlandi. L’audito ha chiarito di aver progressivamente abbandonato le letture basate su scenari complottistici o narrativi, sottolineando come, nel corso degli anni, la vicenda sia stata appesantita da ipotesi non suffragate da riscontri concreti. In questo contesto, Nicotri ha fatto riferimento all’accumulo di ricostruzioni prive di base documentale, affermando che, nel tempo, “si sono accumulati deliri e affermazioni” che hanno finito per rendere sempre più difficile distinguere i fatti accertati dalle supposizioni. Nicotri ha implicitamente ricondotto la pista delle ragazze scomparse all’interno di quel filone interpretativo che, a suo avviso, ha privilegiato narrazioni suggestive rispetto ai dati oggettivi. L’audito ha infatti dichiarato di voler restare “sul concreto” ed ha esplicitamente preso le distanze da ricostruzioni fondate su “codici, allusioni e messaggi misteriosi“, modalità che nel dibattito pubblico sono state talvolta associate anche alle teorie sulla tratta o su reti organizzate di sfruttamento.
Su un piano maggiormente empirico, l’audizione di Federica Sciarelli, giornalista e conduttrice del programma «Chi l’ha visto?», ha offerto una conferma ulteriore dell’assenza di riscontri sistematici a sostegno della pista della tratta. L’audita ha chiarito che, nel corso della sua attività, si è frequentemente confrontata con ipotesi riconducibili alla cosiddetta “tratta delle bianche“, sottolineando tuttavia come tali ipotesi raramente abbiano trovato conferma. In particolare, ha affermato che “nel corso degli anni, ogni volta che si è parlato di tratta, non abbiamo mai avuto riscontri concreti“, precisando che si tratta di una pista “che ritorna ciclicamente, ma che non trova poi conferme nei fatti“. Sciarelli ha evidenziato come la suggestione della tratta sia spesso alimentata dalla gravità delle scomparse e dall’angoscia delle famiglie, ma ha messo in guardia dal rischio di trasformare tale suggestione in una chiave di lettura generalizzata. In tal senso, ha dichiarato che “la maggior parte delle ragazze che scompaiono non finisce in circuiti di sfruttamento organizzato” e che “non esiste un dato oggettivo che consenta di dire che ci sia un fenomeno strutturato di tratta legato a queste scomparse“. Nel corso dell’audizione, la giornalista ha anche sottolineato come, nella pratica, molti casi di scomparsa siano riconducibili a dinamiche diverse e non omogenee, affermando che “ogni storia è diversa dall’altra” e che “mettere tutto sotto un’unica etichetta rischia di non aiutare né le indagini né la comprensione dei casi“. Secondo la Sciarelli, l’assenza di elementi comuni strutturali rappresenta un dato significativo nel valutare la fondatezza dell’ipotesi di un fenomeno seriale. Pur escludendo l’esistenza di una tratta organizzata come chiave interpretativa generale, la giornalista non ha negato che possano esistere singoli episodi caratterizzati da adescamento o sfruttamento. Tuttavia, ha chiarito che “una cosa sono singoli episodi criminosi, altra cosa è parlare di un sistema“, ribadendo che “non abbiamo mai avuto elementi tali da dimostrare l’esistenza di un’organizzazione che faccia sparire sistematicamente ragazze“. L’audita ha infine richiamato l’attenzione sulla responsabilità comunicativa, osservando come l’insistenza sulla pista della tratta possa rischiare di distogliere l’attenzione da altre dinamiche più frequenti e documentate.
Nel corso della sua audizione, Rossella Pera, ricercatrice investigativa e storica, ha affrontato ampiamente il tema delle scomparse di giovani ragazze e delle ipotesi riconducibili alla cosiddetta “tratta delle bianche” adottando un’impostazione critica nei confronti delle letture unitarie e retrospettive che si sono consolidate nel tempo. L’audita ha chiarito che il proprio lavoro di ricerca nasce dalla constatazione che, a distanza di decenni, il dibattito pubblico continua a muoversi su ipotesi che non trovano un solido fondamento documentale. In tale prospettiva, ha affermato che il suo obiettivo è stato quello di “cercare qualcosa di più di quello che era a disposizione, ovviamente partendo dai documenti ufficiali“, evidenziando come proprio l’analisi delle fonti consenta di verificare la tenuta delle piste maggiormente evocate. Rossella Pera, sulla base delle sue ricerche che hanno consentito di verificare che la grande maggioranza delle giovani indicate nell’annotazione della Questura di Roma sono state ritrovate, ha quindi fortemente ridimensionato il fenomeno delle ragazze scomparse e ha anche escluso che possa essere individuata una correlazione geografica tra la scomparsa di ragazze e la zona della Città del Vaticano. Anche con riferimento specifico alla pista della tratta, Rossella Pera ha espresso una posizione di netta cautela, sottolineando che l’ipotesi di un fenomeno organizzato di scomparsa di ragazze è stata spesso costruita a posteriori, sulla base di accostamenti non originari. In particolare, ha chiarito che “l’accostamento tra diversi casi è avvenuto volente o nolente, con motivi più o meno validi“, ma ha precisato che ciò “non significa automaticamente che vi sia un collegamento reale o un unico disegno“. L’audita ha quindi distinto in modo netto tra: la constatazione che più ragazze siano scomparse nello stesso periodo; e l’affermazione, ben più impegnativa, dell’esistenza di una rete strutturata di sfruttamento o di tratta. Su questo punto, la ricercatrice ha osservato che “nei documenti ufficiali non emerge un impianto probatorio che consenta di parlare di una rete organizzata“, chiarendo che l’idea di una tratta delle bianche, così come spesso evocata, “non trova riscontro negli atti“. Un passaggio centrale dell’audizione ha riguardato il rischio di letture retroattive: secondo Rossella Pera, il trascorrere del tempo avrebbe favorito una tendenza a reinterpretare eventi distinti alla luce di elementi emersi successivamente, producendo una narrazione unitaria che non era presente nelle fasi iniziali. In tal senso “si è finiti per sovrapporre piani diversi“, creando una ricostruzione che “non corrisponde a ciò che emerge dai documenti originari“. La stessa non ha tuttavia escluso in astratto che singole scomparse possano essere state determinate da dinamiche di adescamento o da interventi di terzi, sebbene tale possibilità non equivalga all’ammettere l’esistenza di un fenomeno seriale: “una cosa è ipotizzare responsabilità o dinamiche in singoli casi, altra cosa è costruire un modello unitario“. Secondo la ricercatrice quest’ultimo passaggio richiederebbe infatti riscontri che, allo stato, non sembrerebbero sussistere.
6. Uno studio tecnico sulle scomparse e le sue risultanze
Nell’ambito dell’attività istruttoria svolta dalla Commissione in ordine alla verifica della possibile sussistenza di ricorrenze spazio-temporali nelle scomparse di giovani donne verificatesi nel territorio di Roma nei primi anni Ottanta, è stato acquisito lo studio intitolato “Attività tecnico-scientifica: valutazione scomparse Roma 1982-1983“, elaborato – su commissione dell’avvocato Valter Biscotti – dal dottor Franco Posa, criminologo clinico e direttore scientifico di NeuroIntelligence, e dalla dottoressa Jessica Leone, giurista e collaboratrice scientifica.
In considerazione del rilievo metodologico dell’elaborato e delle implicazioni che esso prospetta sotto il profilo descrittivo e statistico, la Commissione ha ritenuto opportuno procedere anche all’audizione del committente dello studio, nonché dell’autrice dello stesso, al fine di approfondirne presupposti, criteri selettivi, metodologia applicata e limiti inferenziali.
Come chiarito anche nel corso della audizione, la genesi dell’elaborato è riconducibile al rinvenimento del citato rapporto della Questura di Roma contenente un elenco di 177 persone di sesso femminile dichiarate scomparse, con indicazione delle generalità, della data di nascita e della data di scomparsa. Secondo quanto riferito dall’avvocato Biscotti, l’iniziativa di procedere a un’analisi sistematica della documentazione è maturata dall’esigenza di sottoporre tale elenco a una valutazione tecnico-scientifica, mediante l’applicazione di strumenti metodologici già utilizzati in altri contesti di analisi criminologica. L’obiettivo dichiarato non è mai stato quello di formulare ipotesi di responsabilità individuale, bensì unicamente di verificare, in chiave descrittiva e statistica, l’eventuale presenza di ricorrenze temporali e territoriali suscettibili di approfondimento.
Sul piano metodologico, l’attività svolta dagli esperti di NeuroIntelligence si è articolata in più fasi successive. In primo luogo, è stata effettuata una ricognizione complessiva dei casi di scomparsa risultanti dalla documentazione istituzionale disponibile, segnatamente elenchi e atti della Questura di Roma. Successivamente, si è proceduto a una selezione fondata su criteri temporali, territoriali e amministrativi, con esclusione dei casi per i quali risultasse un rintraccio successivo ovvero una collocazione al di fuori del perimetro geografico e cronologico prescelto.
Nel corso dell’audizione, la dottoressa Leone ha precisato che, in applicazione dei suddetti criteri, 39 episodi risultavano collocabili nel territorio di Roma o nei comuni limitrofi nell’arco temporale 1982-1983; di tali episodi, 34 sono stati ritenuti omogenei sotto il profilo temporale e spaziale e sono stati oggetto di sistematizzazione all’interno di un dataset strutturato, funzionale alle successive elaborazioni.
L’analisi ha quindi preso in considerazione variabili anagrafiche, temporali e geografiche.
Sotto il profilo anagrafico, è stata rilevata un’età media pari a circa 15,7 anni, dato che colloca la maggioranza dei casi nella fascia adolescenziale, prossima alla maggiore età. Tale elemento è stato presentato quale ricorrenza descrittiva significativa, senza che da esso siano state tratte inferenze causali o ricostruzioni di natura eziologica.
Sotto il profilo temporale, lo studio ha evidenziato una concentrazione delle scomparse nei mesi di maggio e giugno 1983, periodo nel quale sembra collocarsi una quota rilevante degli eventi considerati. Anche in questo caso, gli estensori hanno qualificato il dato come meritevole di attenzione in chiave statistica, pur ribadendo l’assenza di elementi idonei a fondare un nesso causale tra i singoli episodi.
Particolare rilievo assume, nell’impianto metodologico, l’applicazione di una tecnica di geographic profiling, utilizzata in forma adattata rispetto alle sue finalità ordinarie, che normalmente attengono all’individuazione di soggetti responsabili di reati seriali. Nel caso di specie, tale strumento è stato impiegato in funzione esclusivamente descrittiva, al fine di verificare la distribuzione spaziale degli eventi.
Lo studio chiarisce che, nei casi di mancata disponibilità di un’indicazione puntuale del luogo di scomparsa, è stato assunto quale riferimento surrogatorio l’Ufficio di polizia competente, con esplicita dichiarazione dei limiti di precisione che tale opzione metodologica comporta.
Le elaborazioni effettuate suggerirebbero l’esistenza di una concentrazione dei luoghi di scomparsa all’interno di un’area urbana circoscritta, in larga parte ricompresa entro il perimetro del Grande Raccordo Anulare. In particolare, è stato evidenziato che sei casi si collocherebbero entro una distanza di circa 2,5 chilometri dal luogo in cui Emanuela Orlandi fu vista per l’ultima volta e che quindici episodi risulterebbero situati entro un raggio di cinque chilometri in linea d’aria dall’area della Città del Vaticano, assunta quale punto di riferimento comparativo.
All’interno di tale perimetro ricadrebbero anche i casi di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, nonché ulteriori episodi riconducibili a strutture o ambienti specifici, tra cui l’istituto di via Piave, 80, già interessato da precedenti episodi di allontanamento di minori.
Accanto all’analisi geografica, lo studio richiama l’adattamento di strumenti di analisi psicologica, segnatamente il protocollo di autopsia psicologica strutturata, prospettato quale possibile modello interpretativo per la rilettura di casi qualificabili come cold case. Anche tale riferimento metodologico viene tuttavia presentato in termini esplorativi e non conclusivi.
Nel complesso, l’elaborato individua una concentrazione statisticamente significativa di scomparse di soggetti di sesso femminile nel territorio di Roma e dei comuni limitrofi nel biennio 1982-1983, caratterizzate da omogeneità sotto il profilo del sesso, dell’età e dell’arco temporale, nonché da una possibile ricorrenza spaziale.
Occorre rilevare come gli estensori non pervengano alla formulazione di ipotesi di responsabilità né alla ricostruzione di nessi causali tra i singoli episodi, limitandosi a prospettare la necessità di eventuali ulteriori approfondimenti investigativi, che – come sottolineato dall’avvocato Biscotti – potrebbero essere condotti mediante l’acquisizione dei singoli fascicoli esistenti presso gli uffici di polizia giudiziaria, al fine di verificare l’eventuale presenza di elementi comuni.
Anche alla luce di tale indicazione, la Commissione ha ritenuto di procedere a un autonomo approfondimento istruttorio.
7. La relazione elaborata dal Servizio Centrale Operativo e dalla Squadra Mobile della Questura di Roma
È stato quindi conferito specifico incarico al Servizio Centrale Operativo e alla Squadra Mobile della Questura di Roma, per il tramite degli Ufficiali di collegamento della Polizia di Stato, collaboratori della Commissione, di procedere a un approfondimento informativo avente ad oggetto la verifica puntuale dei nominativi indicati nel già citato rapporto della Divisione di Polizia Giudiziaria della Questura di Roma del 23 agosto 1983. Tale documento costituisce, come più volte ricordato, il presupposto storico-documentale sul quale, nel tempo, si è radicata l’ipotesi dell’esistenza di un fenomeno ampio e potenzialmente unitario di scomparse di ragazze.
Proprio al fine di verificare in termini oggettivi la consistenza effettiva di tale ipotesi, la Commissione ha ritenuto necessario procedere a un riscontro analitico dei dati, mediante una ricognizione sistematica delle singole posizioni, finalizzata ad accertare, sulla base di elementi documentali aggiornati, se il dato numerico originariamente rappresentato corrispondesse a un fenomeno effettivo di scomparse irrisolte ovvero risultasse, in parte, sovrastimato o non più attuale alla luce degli sviluppi successivi.
L’approfondimento istruttorio è stato pertanto orientato a superare letture meramente quantitative o suggestive, verificando caso per caso la persistenza dello stato di irreperibilità e ricostruendo, ove possibile, l’evoluzione delle singole vicende, così da delimitare con precisione il perimetro reale delle scomparse non risolte nel periodo considerato.
L’elenco allegato alla nota del 23 agosto 1983 riportava 177 nominativi, relativi a giovani nate tra il 1962 e il 1972, con età all’epoca compresa tra i 11 e i 20 anni. È stato preliminarmente accertato che due dei nominativi risultavano duplicati, con conseguente rideterminazione in 175 delle posizioni effettivamente oggetto di analisi. Dalle indicazioni contenute nel documento emergeva che 139 soggetti risultavano indicati come rintracciati e 37 come “non rintracciati“, tra cui Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi.
Gli accertamenti svolti dagli Ufficiali di collegamento si sono articolati nella consultazione sistematica delle banche dati in uso alle Forze di polizia, nell’accesso alle ulteriori banche dati disponibili per finalità di polizia giudiziaria, nella disamina delle denunce cartacee allegate all’annotazione (87 denunce complessive, relative a 95 persone) e nella verifica incrociata delle informazioni acquisite, nonché in ricerche su fonti aperte.
L’esame delle 87 denunce ha evidenziato che: 25 risultavano prive di indicazioni specifiche circa il contesto e le motivazioni dell’allontanamento; 36 contenevano riferimenti a presunte motivazioni dell’allontanamento (quali ragioni sentimentali, problematiche scolastiche o conflittualità familiare) e a possibili luoghi di destinazione; 14 riguardavano soggetti con precedenti episodi di allontanamento e successivi rientri; 10 concernevano ragazze affidate a istituti con finalità assistenziali; 2 erano relative ad allontanamenti da strutture ospedaliere.
Nel corso dell’approfondimento sono stati altresì riscontrati errori materiali nei dati anagrafici di taluni nominativi (errori di battitura relativi a nome, cognome o data di nascita. In un caso l’errore anagrafico ha comportato l’inserimento nell’elenco del 1983 anche di un minore di sesso maschile), che sono stati rettificati e sottoposti a ulteriore verifica.
Gli esiti complessivi degli accertamenti hanno consentito di ricostruire il successivo decorso delle singole posizioni. In particolare: per 142 persone sono state reperite notizie in vita successive alla segnalazione di scomparsa; per 11 persone è stato accertato il decesso, intervenuto anche a distanza di anni dalla denuncia originaria; per 23 persone non sono emerse ulteriori informazioni rispetto a quelle già presenti nell’elenco del 1983.
Con specifico riguardo alle 36 posizioni indicate nel documento come “non rintracciate“, gli accertamenti hanno evidenziato che: 3 soggetti risultano deceduti in epoca successiva alla scomparsa; per 31 soggetti risultano presenti, nelle banche dati interrogate, informazioni successive alla data di allontanamento, dalle quali si desume che l’avvenuto rintraccio non fu comunicato formalmente ovvero non venne registrato nei sistemi informativi dell’epoca.
Il rapporto ha altresì evidenziato come la limitata strutturazione e implementazione degli archivi informatici nei primi anni Ottanta – nei quali le segnalazioni erano inserite mediante formule sintetiche e prive di descrizioni di contesto – abbia inciso significativamente sulla qualità delle informazioni oggi disponibili, rendendo necessaria una ricostruzione integrativa mediante incrocio di fonti eterogenee.
Le risultanze complessive degli accertamenti, svolti su indicazione della Commissione, hanno pertanto condotto a una netta rideterminazione del perimetro effettivo delle scomparse non risolte nel periodo considerato e a un conseguente ridimensionamento dell’ipotesi di un fenomeno seriale unitario fondato esclusivamente sul dato numerico originariamente richiamato nell’annotazione del 23 agosto 1983. Alla luce dei riscontri effettuati, infatti, le uniche posizioni che, allo stato degli accertamenti effettuati, sono risultate effettivamente prive di successivi elementi informativi sono quelle relative a Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi.
8. Conclusioni
In conformità alle finalità istruttorie richiamate nell’introduzione, la Commissione parlamentare di inchiesta ha proceduto alla verifica dell’ipotesi dell’esistenza di un fenomeno più ampio di scomparse di ragazze a Roma nel periodo 1982-1983.Tale attività istruttoria si è sviluppata attraverso l’analisi degli atti processuali e amministrativi disponibili, lo svolgimento di audizioni di magistrati, avvocati, giornalisti ed esperti, nonché mediante specifici accertamenti istruttori demandati agli organi di polizia, con l’obiettivo di verificare la fondatezza di letture unitarie o seriali delle scomparse verificatesi in quel periodo.
Nel corso dei lavori, la Commissione ha esaminato il contesto delle scomparse di ragazze prevalentemente minorenni avvenute nel territorio di Roma e dei comuni limitrofi, valutando l’eventuale presenza di elementi comuni sotto il profilo temporale, anagrafico, territoriale o delle modalità di allontanamento. In tale ambito, le audizioni hanno restituito un quadro in larga parte convergente, evidenziando l’assenza di riscontri investigativi idonei a sostenere l’esistenza di un fenomeno unitario o organizzato di scomparse, nonché un diffuso scetticismo nei confronti dell’ipotesi della cosiddetta “tratta delle bianche” quale chiave interpretativa generale.
L’acquisizione dello studio redatto dagli esperti di Neurointelligence poi ha costituito un contributo di rilievo nell’ambito dell’attività conoscitiva della Commissione. Esso, pur inserendosi nel più ampio quadro degli elementi istruttori acquisiti, ha stimolato lo svolgimento di un ulteriore e autonomo approfondimento, finalizzato a verificare e integrare le risultanze emerse alla luce del complessivo patrimonio documentale disponibile.
Un rilievo di particolare significato hanno assunto gli accertamenti svolti, su impulso della Commissione, dal Servizio Centrale Operativo e dalla Squadra Mobile della Questura di Roma, i cui esiti hanno contribuito in modo determinante all’approfondimento del quadro istruttorio. L’attività di verifica condotta mediante il riscontro delle banche dati delle Forze di polizia, l’esame delle denunce originarie e l’incrocio sistematico delle informazioni ha consentito di ricostruire lo stato effettivo delle posizioni considerate. Da tali verifiche è emerso che la quasi totalità delle ragazze indicate come scomparse nei documenti dell’epoca risulta essere stata successivamente rintracciata, rientrata nel contesto familiare o comunque oggetto di accertamenti idonei a escludere la permanenza di una condizione di scomparsa.
Alla luce complessiva delle attività svolte e degli accertamenti espletati, la Commissione non può che affermare la non sussistenza di un fenomeno di “ragazze scomparse” inteso come fenomeno unitario, seriale o organizzato. I dati accertati confermano che tutte le presunte scomparse, ad eccezione dei casi di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, risultano in un modo o nell’altro risolte, attraverso il rintraccio delle persone interessate.
Pur in assenza di evidenze idonee a confermare l’esistenza di un fenomeno unitario di scomparse, il mancato accertamento delle effettive motivazioni di quelli che, in molti dei casi in esame, possono essere qualificati come ‘allontanamenti temporanei’, unitamente alla genericità delle cause indicate con riguardo ad alcuni dei rintracci effettuati a ridosso della scomparsa, lascia residuare alcuni margini di riflessione circa la possibilità che taluni casi possano essere stati connessi a fenomeni di adescamento nei confronti di ragazze, anche minorenni, nel periodo considerato e nella Capitale, i cui autori non risultano identificati e i reali moventi non chiari.
La pista delle ragazze scomparse deve pertanto ritenersi definitivamente ridimensionata come chiave interpretativa dei casi Orlandi e Gregori, non emergendo elementi oggettivi idonei a sostenere l’esistenza di una regia comune o di un contesto criminoso unitario.
Tabella riassuntiva dei riscontri effettuati sui nominativi del Rapporto Nr. 842/2 della Questura di Roma – Divisione Polizia Giudiziaria del 23 agosto 1983 (a cura del Servizio Centrale Operativo e della Squadra mobile della questura di Roma).
[1] Hanno fatto parte del gruppo di lavoro, coordinato dal dottor Guido Salvini, i seguenti collaboratori della Commissione: gli avvocati Alessandro Cardia; David Ermini; Carmen Manfredda; Simone Pacifici; Vittorio Palamenghi e Paola Vilardi, nonché i dottori Manuel Cinquarla, Valter Delle Donne, Tommaso Nelli e Igor Patruno.
[2] Segnatamente i vice questori della Polizia di Stato, dottoressa Pamela Franconieri e dottor Giuseppe Paglia.
