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La verità del Freddo

La verità del Freddo

LA VERITA’ DEL FREDDO

La storia. I delitti. I retroscena. L’ultima testimonianza del capo della banda della magliana

Autore Editore Data Pubblicazione Pagine
Raffaella Fanelli
Chiarelettere
2018 300

Raffaella Fanelli, giornalista freelance, ha scritto e collaborato con numerose testate, tra le quali “la Repubblica”, “Sette-Corriere della Sera”, “Panorama”, “Oggi”, e altrettante trasmissioni televisive, da “Quarto grado” a “Verissimo” a “Chi l’ha visto?”. Da anni svolge un lavoro d’inchiesta il cui obiettivo è raccontare i tanti misteri e le troppe ombre della nostra storia recente. Ha realizzato interviste scoop a Salvatore Riina, Angelo Provenzano, Vincenzo Vinciguerra, Valerio Fioravanti, personaggi le cui testimonianze possono aiutarci a comprendere alcuni aspetti inconfessabili del potere e della storia italiana.

Maurizio Abbatino, capo e fondatore della banda della Magliana, attualmente sta scontando una pena a trent’anni di reclusione e si trova ai domiciliari per motivi di salute. Nel settembre del 2015 è stato estromesso dal programma di protezione e gli sono state cancellate una serie di garanzie e tutele ottenute dopo la decisione di collaborare con la giustizia. La collaborazione di Abbatino ha attraversato tutti gli anni Novanta e il decennio successivo per interrompersi nel 2010. La sua testimonianza ha consentito di avviare il processo che ha portato dietro le sbarre il nucleo storico della banda. Le sue rivelazioni hanno avuto un peso in processi importanti, da quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli a quello per la morte di Roberto Calvi. La storia di Abbatino è stata immortalata in un romanzo bestseller di Giancarlo De Cataldo (Romanzo criminale, Einaudi 2002), al cinema e in una serie televisiva di successo.
Con la postfazione di Otello Lupacchini e un inserto di foto inedite.

Sopravvive attraverso persone che della banda non hanno fatto parte, ma che con noi sono entrate in contatto. Per molti la banda della Magliana è stata un’ottima garanzia.
Maurizio Abbatino

Raffaella Fanelli intervista Maurizio Abbatino “Hanno già ordinato la mia morte…” Maurizio Abbatino parla e racconta quello che ha visto e vissuto in prima persona. Anni di delitti, di vendette, di potere incontrastato su Roma e non solo. Misteri italiani, dal delitto Pecorelli all’omicidio di Aldo Moro, fino alla scomparsa di Emanuela Orlandi.

Protagonista di una stagione di sangue che ha segnato la storia più nera del nostro paese; fondatore e capo, con Franco Giuseppucci, della banda della Magliana, Abbatino è l’ultimo sopravvissuto di un’organizzazione che per anni si è mossa a braccetto con servizi segreti, mafia e massoneria.

In queste pagine racconta la genesi della banda, le prime azioni, la conquista della città, gli arresti, le protezioni in carcere e fuori, l’inchiesta avviatasi oltre vent’anni fa a partire dalle sue confessioni. Può considerarsi il prologo di Mafia capitale: “Ritornano dei cognomi, si rivede un metodo… Abbastanza per pensare che le traiettorie del vecchio gruppo criminale non si siano esaurite” ha affermato l’attuale capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone.

Nel libro scorre la storia d’Italia vista con gli occhi di un criminale sanguinario che ha fatto arrestare altri criminali sanguinari. Molti di loro sono tornati liberi. Lui no. Aspetta, dice, la sua esecuzione. “Sono tornato dove tutto è cominciato. Perché è qui che deve finire.”

 

Estratto:

I segreti della Magliana 
«Abbatino mi chiamano solo le guardie. Per tutti gli altri sono il Freddo.»

«Sono tornato dove tutto è cominciato»

«Non so dire quante volte ho ucciso. Ma ricordo i nomi di tutte le mie vittime. La cosa strana è che non riesco a contarle. Eppure davanti a me sono fermi e chiari gli ultimi istanti delle vite che ho interrotto. Ricordo dov’eravamo. Come ho ucciso e perché l’ho fatto… Ricordo tutto. Tranne il numero.»

È la risposta che mi ha accompagnata per tutte le pagine di questo libro. Una frase arrivata fra due segnali orari di un cellulare programmato per ricordare a Maurizio Abbatino le scadenze giornaliere delle sue pastiglie. Una risposta impressa nella mia mente insieme al sorriso amaro di chi l’ha pronunciata. Un boss stanco, vinto. In attesa dell’ultimo colpo di pistola. «Qualcuno ha già ordinato la mia morte. La mia condanna sarà eseguita ora che questa persona è in carcere a scontare la sua. Lo Stato sarà il suo alibi…»

Alla fine di una strada apparentemente infinita, percorsa per uccidere o per non essere ucciso, l’ultimo colpo di pistola sarà per lui. Per il Freddo. «Una condanna a morte avallata da chi avrebbe dovuto proteggermi rispettando i patti. E non lo ha fatto.» Gli scorrono davanti gli ultimi istanti di un omicidio che non è ancora stato commesso, il suo. A fare da sfondo, oltre le pareti bianche di un bilocale con pochi mobili e tante medicine accatastate su una mensola in legno, c’è il quartiere di sempre. Quello della Magliana. E la città che tutti dicono di detestare per il degrado in cui è scivolata, per la corruzione che l’ha consumata, inquinata e divorata fino alle sue radici. Una Roma che ritrae il paese intero. «Sono tornato dove tutto è iniziato. Perché è qui che deve finire.»

Sul tavolo in cristallo di fianco alla sedia da cui mi parla ci sarà una pistola con il colpo in canna. La userà. Terrà lo sguardo fisso davanti a sé e lo vedrà entrare anche al buio. Sarà una macchia scura che varcherà la porta in silenzio, o con sfrontato rumore, nella certezza di trovarsi davanti un uomo inerme e malato. Dovrà essere più veloce, non potrà permettersi di sbagliare, perché il Freddo non sarà mai né indifeso né sorpreso.

In questa stanza, dove il sangue delle vittime aspetta di unirsi a quello malato del carnefice pentito dei suoi delitti, in questo momento non ci sono armi ma un registratore acceso, pronto a fermare i ricordi, le accuse e le confessioni di un uomo che ha attraversato i grandi misteri italiani, che sa della scomparsa di Emanuela Orlandi, che mi racconta di Enrico De Pedis e dei soldi della mafia, dell’amico Franco Giuseppucci e dell’omicidio di Aldo Moro.

Confessa, il Freddo. Con attimi di pausa. Attimi di sospensione, di silenzio, che precedono verità spaventose, emerse da un «non detto» difficilmente dimostrabile e per questo volutamente occultato in oltre vent’anni di patto con lo Stato. Verità affiorate con l’incalzare delle domande ed episodi rievocati per caso, commentando il titolo di un articolo di giornale. Come in questa mattina di inizio estate del 2017.

Il bandito e il cardinale 

Non è la prima domenica che trascorro a Roma dal Freddo. Scrivo questo nome e mi viene da sorridere ripensando alla giornata torrida, di quelle in cui il calore risale a ondate dall’asfalto e rende appiccicoso ogni passo. «Il Tempo» ha pubblicato un articolo sull’evasione di Giuseppe Mastini, dal titolo Johnny lo Zingaro sta venendo a Roma. Un bandito pericoloso, Mastini, diventato ergastolano nel 1989 dopo una lunga serie di rapine, sequestri di persona e omicidi, detenuto in regime di semilibertà nel carcere di Fossano ed evaso pochi giorni prima del mio appuntamento col Freddo.

«L’ho conosciuto. Sono stato io a farlo evadere dal carcere di Casal del Marmo.» Arriva così, per caso, la prima verità di Maurizio Abbatino. (…)


La verità del Freddo: “Dalla Magliana fino a Mafia Capitale, Carminati c’è sempre”

Il collaboratore di giustizia Abbatino: “Mi hanno tolto protezione e identità di copertura ma i miei ex compagni sono liberi e potrebbero vendicarsi: sono un bersaglio anche per le cose che so ma non ho detto perché non dimostrabili”

di RAFFAELLA FANELLI

ROMA. “La mia Roma, la Roma della Banda della Magliana, non era poi così diversa da quella di Mafia Capitale e di Massimo Carminati”. Maurizio Abbatino ha dominato la città con una spietata determinazione, quella che ha ispirato il personaggio del Freddo di Romanzo Criminale : prima un capo deciso a tutto e poi, dopo l’uccisione del fratello Roberto, un pentito altrettanto risoluto. Oggi invece ha perso tutto. “Non ero un boss ma un re. E adesso faccio fatica anche ad arrivare alla fine del mese: da quando mi hanno sbattuto fuori dal programma di protezione mi hanno tolto la casa e l’identità di copertura. Con le cartelle cliniche che riportano quel nome non potrò più continuare a curarmi mentre se mi presento in ospedale chiunque mi riconosce: “Ma che sei il Freddo?”. Mi chiedo se non è quello che tutti vogliono: la mia morte per cause naturali darà meno fastidio”.

Il Servizio centrale del Viminale nell’autunno 2015 ha ritenuto che lei non fosse più in pericolo. La revoca del programma di protezione è arrivata quasi in contemporanea con l’arresto di Carminati…
“L’avvocato di Carminati ha messo in discussione le mie dichiarazioni e quelle di altri collaboratori parlando di “pentiti coccolati dalla procura”. In realtà Carminati non mi ha mai querelato perché sa bene che ho detto la verità. Il Cecato ha svuotato cassette di sicurezza di magistrati e avvocati: io ho fatto la scelta di collaborare, lui quella di ricattare. Chi di noi è il più infame?”.

Nel 1993 con le sue dichiarazioni mandò in carcere tanti affiliati alla Banda e anche lo stesso Carminati. Molti di loro sono tornati in libertà. Teme possano vendicarsi?
“Non è solo per quello che ho detto che sono un bersaglio. Ma per tutte le cose che so e che non ho raccontato perché impossibili da dimostrare”.

Cosa resta della banda della Magliana?
“Sopravvive attraverso persone che della Banda non hanno fatto parte ma che con noi sono entrati in contatto, e che solo per questo si sono fatti un nome. Per molti la Banda della Magliana è stata un’ottima garanzia”.

Si iniettò davvero il virus di una grave malattia per uscire dalla cella?
“In carcere stavo andando fuori di testa. Mi dissero di un detenuto che stava male, con i linfonodi ingrossati. Non sapevo di cosa si trattasse ma mi iniettai una siringa del suo sangue”.

Chi l’aiutò ad evadere?
“Credevo nei miei ex compagni e l’obiettivo era evadere per aiutarli ad affrontare il processo. Poi le cose cambiarono. Furono loro i primi ad abbandonarmi. Ad ammazzarsi fra loro. Annodai le lenzuola e mi calai dalla finestra di Villa Gina, dov’ero detenuto dopo l’infezione. Mio fratello mi procurò i documenti falsi e mi accompagnò all’estero”.

Roberto, suo fratello, fu torturato e ucciso con 35 coltellate. Volevano arrivare a lei?
“C’è altro dietro la sua morte”.

Ma non furono i Testaccini e Angelo Angelotti?
“C’è un’altra possibilità che gli investigatori non hanno mai preso in considerazione, comunque preferisco non parlarne”.

Nei suoi lunghi interrogatori da collaboratore ha spesso tirato in ballo Massimo Carminati: oggi si confronterebbe con lui nel processo di Mafia Capitale?
“Io non ci voglio andare in quel processo. Carminati l’ha sempre fatta franca e anche questa volta finirà che lo grazieranno e sconterà solo qualche anno. Ha negato i suoi rapporti con noi della Magliana, ci ha chiamato “quelli che spacciavano droga”. Per il tentato omicidio Parenti-Marchesi (uno degli agguati messi a segno per vendicare Giuseppucci, ndr ) c’era anche lui. L’ho detto anche in tribunale: era in macchina con me. Eppure è stato assolto, con un alibi tirato fuori a distanza di anni grazie alle amicizie che avevamo all’ospedale militare del Celio. Da quando è stato imputato nel processo per l’omicidio Pecorelli, Carminati è sempre stato protetto”.

Cosa sa del sequestro di Emanuela Orlandi?
“L’omicidio di Michele Sindona e quello di Roberto Calvi sono legati al sequestro Orlandi. Se non si risolve il primo non si arriverà mai alla verità sulla fine di Calvi e sulla scomparsa della ragazza. I tre casi sono collegati da un flusso di soldi finiti nelle casse del Vaticano e mai restituiti”.

Lei ha accusato Massimo Carminati anche del depistaggio nelle indagini sulla strage di Bologna
“Era legatissimo a Danilo Abbruciati e aveva libero accesso al ministero della Sanità, dove c’era il deposito di armi. Da quegli scantinati Carminati prese un mitra Mab, con numero di matricola abraso e calcio rifatto artigianalmente. Lo stesso mitra che fu ritrovato nel gennaio del 1981, pochi mesi dopo la strage di Bologna, in una valigetta sul treno Taranto-Milano. Il contenuto di quella valigetta serviva per depistare le indagini sulla strage, per portarle su una pista straniera”.

Durante il processo sulla strage Sergio Calore, ex terrorista di destra poi collaboratore di giustizia, introdusse un elemento di dubbio che portò all’assoluzione di Carminati. Sergio Calore è stato ucciso a picconate nel 2010: un omicidio rimasto irrisolto…

“Chi sa e parla corre il rischio di essere “scaricato” e lasciato alla mercé di chi ha fatto arrestare. Ma anche chi ha preferito il silenzio o la menzogna non ha fatto una bella fine”.

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