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Novembre 1983. Mirella&Emanuela

MIRELLA GREGORI – EMANUELA ORLANDI 

DIARIO DI UNA STORIA VERA

 EVENTI NOVEMBRE 1983

 

L’avvocato Gennaro Egidio, ricordando le giornate passate nel suo studio a raccogliere e vagliare le numerose telefonate che gli arrivavano (soltanto quelle dell’Amerikano tra il 16 settembre e il 14 dicembre sono 35), nel suo libro (La strategia delle ombre. I mille volti del crimine) scrive:

<< Innumerevoli questi soggetti nel caso Emanuela Orlandi, e lunghi estenuanti colloqui telefonici; e il passaggio da questi colloqui a colloqui con depistatori, divinatori, gente di ogni tipo che vuole offrire un proprio contributo con una propria idea, con propri metodi, psicomanzia… Madri che chiamano perché vivono intensamente la storia ed esternano il loro dolore o timore per le proprie figlie, intravedono in esse “Emanuela” e piangono dirottamente; donne sole che vorrebbero dare uno scopo alla loro esistenza e si offrono in cambio di Emanuela! Padri angosciati della vicenda riflettendo sulla vulnerabilità dei loro figli! Assistenti sociali, religiose che pregano l’Onnipotente perché un miracolo si compia ed Emanuela, per incanto, ricompaia sorridente; truffatori che concepiscono piani per tentare di aggiungere delusioni e dolore al dolore dei genitori di Emanuela; criminali che chiamano per dirmi: “Non lavori troppo! Noi ci preoccupiamo della sua salute. Ripetiamo: non lavori troppo, avvocato!”. Minacce che si susseguono a minacce, telefonicamente: “Abbiamo ancora molti proiettili del tipo357 Magnum per chi vuol fare l’intelligente” o per missiva, con l’invio di un proiettile calibro 7,65 e sempre con messaggi intimidatori preannunciando che “resterà solo metà del professionista”.>>

2 novembre 1983

L’avvocato Egidio scrive una lettera al Sostituto Procuratore della Repubblica Domenico Sica, chiedendo se assecondare o meno le richieste dei rapitori in quanto “[…] mi trovo di fronte ad una decisione da prendere che esula dal mandato conferitomi e per la quale non ho veste né poteri né responsabilità […] mi si comunichi ove ciò fosse possibile, e che ragioni superiori lo consentano, la decisione delle Forze dell’Ordine”.

4 novembre 1983

Omicidio di Tiberio Cason (il boss di Centocelle) e del fratello Lorenzo a Cinecittà per un giro di affari sporchi intorno ai videopoker. 

 

L’unità del 5/11/1983
L’unità del 06/11/1983

 

08 novembre 1983

 

L’unità dell’8/11/1983

13 novembre 1983

Una telefonata al quotidiano Il Messaggero permette di recuperare un nuovo messaggio collocato tra i vasi di fiori posti sotto un altarino dedicato alla Madonna sulla salita di San Sebastianello a Roma. Il messaggio firmato dal gruppo Phoenix è composto da due cartelle dattiloscritte, dalla copia della tessera scolastica con la fotografia di Emanuela e dalla ricevuta di un versamento di cinquemila lire per una tassa d’esame, già fornita dai presunti rapitori il 6 luglio. Il gruppo si rivolge “ai responsabili dell’uccisione di Emanuela Orlandi” e all’avvocato Egidio annunciando che presto si metterà in contatto con i genitori e lo zio della ragazza per sapere “quale sorte dovrà toccare ai rapitori della giovinetta”. Phoenix si impegna a eseguire la punizione decisa dai famigliari di Emanuela perché gli autori del sequestro sono colpevoli “di aver compiuto un grave torto a una giovane vita e di aver mancato di rispetto e di obbedienza”. Spiega poi di essere in contatto con uno dei rapitori che per salvare la vita alla giovane, ha svelato i retroscena della vicenda consentendo di individuare gli altri malviventi. Quindi i “giustizieri” si rivolgono all’avvocato Egidio dicendo che se la famiglia Orlandi rifiuterà il contatto con loro “si eseguirà quanto è stato già stabilito nel programma ADC e i responsabili pagheranno […] Se qualcuno è convinto che il programma ADC sia una farsa, come il codice 158. Presto cambierà opinione”. In fondo al biglietto è riprodotta metà banconota di un dollaro.

14 novembre 1983

Le indagini che il SISDe ha svolto fino a questo momento sono riassunte in un  rapporto che ha redatto in gran parte Vincenzo Parisi (vicedirettore del Sisde ma di fatto Direttore perché il prefetto Emanuele De Francesco, che ricopre tale ruolo, è stato chiamato ad altro incarico). Datato 14 novembre 1983 viene reso pubblico dodici anni dopo quando, il 7 maggio 1995, Il Messaggero ne pubblicherà il testo. Dalla raffinata mente che orchestrerebbe l’intera vicenda, il SISDe traccia un identikit. Sarebbe uno straniero, probabilmente di origine anglosassone, sui cinquanta anni, un personaggio dotato di intelligenza finissima, di eccellente cultura, di sottile ironia e con le caratteristiche proprie di un abile diplomatico, di un esperto di diritto e di chi è inserito nel mondo ecclesiastico e bene conosce l’ambiente vaticano.

Il testo integrale:

Allo scopo di far emergere nuovi elementi, da confermare attraverso un successivo lavoro informativo, sui presunti rapitori di Emanuela Orlandi, si è provveduto a riesaminare globalmente tutti i messaggi, pervenuti tra il 5 luglio e il 24 ottobre 1983, relativi al caso. Dal 5 luglio 1983 il servizio è venuto in possesso di 34 messaggi relativi alla scomparsa della Orlandi (tale numero è stato ottenuto sommando le comunicazioni telefoniche, quelle pervenute per mezzo postale e i messaggi pervenuti).

 Il 18% circa (numero reale sei) di tali comunicazioni è stato prodotto quasi sicuramente da mitomani inseritisi nella vicenda;

il 12% (quattro) è di difficile attribuzione. La maggior parte degli elementi, infatti, sembra far escludere la possibilità che gli anonimi interlocutori o estensori siano in contatto con la presunta organizzazione di sequestratori ma alcuni fattori lasciano inalterati i dubbi sull’attribuzione;

Otto comunicati (23 percento) sono stati firmati da due sedicenti gruppi (il Fronte anticristiano Turkesh e Phoenix) che, allo stato delle indagini, non sembrano essere implicati nella scomparsa della ragazza, ma soltanto nella gestione del caso. Numerosi elementi contenuti nei quattro comunicati del Turkesh e negli altrettanti del Phoenix, infatti, portano ad acclarare l’ipotesi che gli estensori siano a conoscenza di fatti inerenti a Emanuela Orlandi o relativi alla sua vicenda, sconosciuti sia agli organi di stampa che agli stessi presunti rapitori.

I restanti messaggi (sedici) provengono con molta probabilità dal gruppo che ha operato e gestito direttamente il sequestro, oppure che è riuscito a mettersi in contatto con i veri responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi. A livello analitico e operativo, questi ultimi sedici messaggi possono, quindi essere considerati quale materiale da utilizzare. Occorre rilevare che il numero dei messaggi potrebbe rappresentare solo una parte delle comunicazioni, in quanto spesso si è avuta la sensazione che vi siano stati altri contatti (tra i familiari, l’avvocato e i presunti rapitori) di cui non si è a conoscenza.

Dal punto di vista temporale le comunicazioni dei presunti sequestratori si sono distribuite e differenziate nei seguenti quattro periodi.

Il primo periodo (che possiamo definire tra il 22 giugno e il 5 luglio) si caratterizza per l’assenza di qualsiasi tipo di rivendicazione di un presunto sequestro. Dopo che i familiari provvedono ad affiggere il famoso manifesto (30 giugno) e a divulgare appelli a mezzo stampa, si fanno vivi due personaggi (Pierluigi e Mario) che, telefonando a casa degli Orlandi, tentano di accreditare l’ipotesi di una fuga di Emanuela dall’ambiente familiare per motivi esistenziali (“una scappatella”). [NdA questo punto risulta errato in quanto il “famoso manifesto” fu affisso nella notte del 30 giugno. La prima telefonata di Pierluigi è del 25 giugno e l’unica telefonata di Mario è quella delle ore 19.00 del 27 giugno. Dunque Pierluigi e Mario si sono fatti vivi PRIMA, e non dopo, come asserisce Parisi, l’affissione del manifesto].

Il secondo periodo dal 5 luglio al 22 luglio è caratterizzato dalla presenza di anonimi interlocutori che si dichiarano portavoci di una “organizzazione” che tenta, attraverso il sequestro della ragazza, di ottenere la scarcerazione di Agca. I destinatari dei messaggi, in questa fase, sono soprattutto lo Stato Vaticano, la famiglia Orlandi e i quotidiani romani.

I presunti sequestratori interrompono i contatti dal 22 luglio al 4 settembre (terzo periodo), giorno in cui viene fatto ritrovare il primo documento (manoscritto) redatto dal presunto portavoce dell’organizzazione.

Nell’ultimo periodo (il quarto) i messaggi sono pervenuti in gran parte attraverso le lettere spedite da Boston e mai attraverso nastri registrati. E hanno avuto come destinatari: Richard Roth, l’avvocato Egidio, il presidente della Repubblica italiana. L’analisi delle sedici comunicazioni, attribuite ai presunti rapitori della Orlandi, ha permesso di rilevare che quasi sicuramente esse sono state prodotte da una stessa mente (possiamo definirlo l’ipotetico “cervello” o Mister X del gruppo), anche perché gli autori delle telefonate non comunicano attraverso un proprio stile psicologico e linguistico, ma riportano quanto prodotto dalla sopracitata “mente”.

Verosimilmente il soggetto in esame è un profondo conoscitore della lingua latina, anzi possiamo affermare che Mister X conosce meglio la lingua latina che quella italiana. E ciò è solamente possibile nel caso che il soggetto sia uno straniero che in un primo momento ha acquisito l’idioma latino e, successivamente, quello italiano. Infatti un italiano con profonda conoscenza del latino manterrebbe inalterato il suo backgroud stilistico-linguistico (al limite ne verrebbe migliorato) e non si sognerebbe mai di utilizzare “traslare” al posto di “trasferire”, “novello” al posto di nuovo, “veridicità” al posto di vero eccetera…

Altri elementi che potrebbero meglio delineare la figura di Mister X sono emersi dall’analisi dei documenti in esame.

  1. Il soggetto è abituato a mantenere contatti epistolari con personaggi di alto rango politico e culturale.
  2. I suoi scritti sono privi di aggressività, animosità ansia ma, allo stesso tempo, sono ricchi di spunti ironici tramitati da un livello culturale e linguistico notevole (riferendosi agli inquirenti che hanno dato credito al Turkesh egli scrive: “Esimendoci dall’interferire in tanta distribuita demenzialità…”).
  3. L’estensore è conoscitore sia di aspetti che di linguaggi giuridici.
  4. Ha un’età superiore ai quarantacinque-cinquanta anni e tale dato emerge, oltre che dall’esame psicologico degli scritti, anche dall’esame grafico:esistono delle microscritture grafiche negli scritti di Mister X che solo una persona di età superiore a quella citata può redigere (lettera L maiuscola di foggia completamente desueta).

 Un possibile profilo del personaggio in esame può complessivamente tener conto dei seguenti tratti:

  • Straniero, verosimilmente di cultura anglosassone;
  • Livello intellettuale e culturale elevatissimo;
  • Conoscitore della lingua latina e, successivamente di quella italiana;
  • Appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale;
  • Formalista, ironico preciso e ordinato nelle sue modalità comportamentali, freddo, calcolatore, pieno di sé, sicuro del proprio ruolo e della propria forza, sessualmente amorfo;
  • Ha domiciliato a lungo a Roma. Conosce bene soprattutto le zone della città che rappresentano qualcosa per la sua attività;
  • Bene informato sulle regole giuridiche italiane e sulla struttura logistica del vaticano.

Occorre infine tentare di fornire, alla luce di quanto sinora emerso, una nuova possibile interpretazione del ruolo di Pierluigi e Mario. Uno dei due (Pierluigi) rimase visibilmente sorpreso nel sapere che la famiglia Orlandi risiedeva in Vaticano. Nella prima rivendicazione del sequestro Orlandi, Mister X definisce i due come “elementi dell’organizzazione”. I due non sono più apparsi e il loro ruolo è sempre apparso contraddittorio con il resto della vicenda.

A questo punto le ipotesi interpretative sono possono essere tre:

  • Pierluigi e/o Mario sono gli unici che hanno effettivamente visto Emanuela nei giorni successivi alla sua scomparsa e, in un secondo tempo, sono stati contattati dagli emissari di Mister X;
  • L’organizzazione che ha sequestrato la ragazza aveva in precedenza assoldato i due e li aveva utilizzati per depistare le eventuali indagini iniziali;
  • Mister x non conosce i due, ma è venuto a sapere dell’esistenza delle due telefonate direttamente dai familiari di Emanuela o da persone a loro vicine.

Quest’ultima ipotesi appare la più sconcertante, specie se venisse acclarata da un riscontro informativo certo.

Rivelerà successivamente Francesco Bruno (funzionario della divisione tecnico-scientifica del SISDe dal 1978 al 1987) che il personaggio cui alludeva il SISDe nella relazione era Paul Casimir Marcinkus. “Ricordo il rapporto e ne condividevo abbastanza il contenuto. Con la descrizione del possibile interlocutore si voleva individuare monsignor Marcinkus. Questa, almeno, era l’idea che si voleva trasmettere. Non so per quali motivi anche se, in quel momento, c’erano alcuni elementi che avrebbero potuto lasciare supporre un soggetto del genere. A quel tempo il papa voleva inserirsi in una serie di strategie internazionali, come finanziare il sindacato polacco Solidarnosc e l’Argentina contro l’Inghilterra, nella guerra per le isole Falkland, tra l’aprile e il giugno 1982. Quindi aveva bisogno di ingenti somme di denaro, certamente superiori a quelle che erano state necessarie ai suoi predecessori. Esisteva perciò il problema delle finanze vaticane che ha portato a stringere i rapporti con Roberto Calvi, un banchiere bravo e capace, al pari di Michele Sindona. Ma non credo che i mandanti del rapimento Orlandi e dell’attentato al papa fossero gli stessi dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi. Si tratta di due scenari differenti e di due fenomeni diversi che si sovrappongono e che, in qualche modo, finiscono per andare nella stessa direzione. In ogni caso ritengo che i servizi segreti, a cominciare da quelli italiani, siano entrati molto poco nella vicenda di Emanuela se non facendo qualche analisi per dovere d’ufficio. Perché la vicenda riguardava uno scontro esterno in cui l’Italia era solo il terreno sul quale si svolgeva. Credo che tutti abbiano preferito non metterci le mani. Starne fuori. Non hanno mai dato interpretazioni politiche sul caso Orlandi.”

25 novembre 1983

Alle 20,25 l’Amerikano telefona ad Egidio facendo richiesta di un documento: “vogliamo un documento della Segreteria Vaticana e un documento della Segreteria della Presidenza italiana che ci assicura che entro tre, massimo quattro anni […] noi vogliamo Agca, questo deve rimanere tra noi e tra gli inquirenti. Se gli inquirenti rivelano quello che sto per dire, cade tutto. Gli altri due detenuti hanno meno importanza. Vogliamo Agca […] Noi percepiamo la trattativa pubblica e la trattativa riservata”.

26 novembre 1983

La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede rende pubblica una dichiarazione, a firma del cardinale prefetto Joseph Ratzinger, in cui si sosteneva l’inconciliabilità tra i principi della massoneria e quelli della fede cristiana. Non fa riferimento ad una scomunica ma a un peccato grave anche se rinnova il divieto di accostarsi ai sacramenti. Il particolare viene confermato dal Nuovo Codice di Diritto Canonico emanato il giorno dopo da Giovanni Paolo II. Forte di questo, il Grande Oriente d’Italia di palazzo Giustiniani farà pervenire a Karol Wojtyla l’onorificenza dell’Ordine di Galilei. (L’elenco dei massoni vaticani non è stato mai smentito, ovvero quei massoni vaticani non sono stati mai scomunicati).

Declaratio de associationibus massonicis

28 novembre 1983

Da Boston vengono spedite due lettere indirizzate a Richard Roth. Lo stesso, rientrato in Italia dopo un lungo periodo di assenza, riesce a leggerle solo a gennaio dell’anno successivo. Nella prima missiva si legge: “Comunicheremo esclusivamente alla persona del Segretario di Stato Vaticano il cardinale Agostino Casaroli il nominativo della cittadina soppressa il 5-10-1983 a causa della reprensibile condotta della segreteria vaticana. Nuovi abusi e irregolarità di comportamento potranno essere perseguiti con la soppressione di cittadini dello Stato italiano e dello Stato del Vaticano”.

Nella seconda: “Le comunità cattoliche di Boston e di Roma si adoperino al fine che i rispettivi governi non rendano inefficaci le soppressioni e si dia adito alla procedura di scarcerazione e consegna dei detenuti richiesti”.

 

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