Mangiafuoco: Emanuela Orlandi. Terza puntata

Condotto da: Angela Mariella, Sandrone Dazieri e Camilla Baresani. Regia di Luca Raimondo. In redazione: Mimmi Micocci, Maria Cristina Cusumano, Laura Nerozzi e Cristiana Affaitati. A cura di: Angela Mariella

Mangiafuoco
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Terza puntata. Mangiafuoco del 18 ottobre 2017

La storia di Emanuela Orlandi, una ragazzina di 15 anni scomparsa da Roma il 22 giugno del 1983, coincide con un pezzo di storia d’Italia anzi, anche la storia della vecchia Europa e del vecchio mondo, quello diviso tra est e ovest. Di la c’è Mosca, di qua c’è Washington, in mezzo la Città del Vaticano che prende soldi dagli americani e li spende in vari modi, ma da quando c’è il Papa polacco, li spende soprattutto per vincere la crociata contro il demone del Comunismo. E’ una guerra senza cannoni e senza portaerei, infatti la chiamano la guerra fredda, ma è una guerra e come ogni guerra ha le sue vittime innocenti, morti senza una lapide su cui scrivere dove, come e soprattutto perché.

Famiglia Orlandi

 Messaggio della famiglia Orlandi a persona, persone o gruppo che detengono Emanuela Orlandi. Noi, la famiglia di Emanuela Orlandi, indirizziamo questo preciso messaggio ai due interlocutori che affermano di essere portavoci di coloro che detengono Emanuela Orlandi…

Il dato certo che non manca quasi mai, è il quando. Quello di Emanuela è un mercoledì di fine giugno, il 22. Quel giorno termina il viaggio di Giovanni Paolo II a Cracovia, la sua città natale, un viaggio strategico nella Polonia sotto il controllo sovietico. Un viaggio in cui, probabilmente, si scrivono le regole per arrivare al successo del 1989, la caduta del muro di Berlino. E’ un viaggio lungo nella storia che incomincia proprio in quei giorni, ma anche i viaggi nella storia hanno un calendario che scorre un giorno alla volta e quando torna a Roma, il Papa polacco, ha un dolore forte e immediato da gestire. Allo Stato del Vaticano è stata sottratta una delle sue cittadine più giovani: coincidenza o minaccia? una domanda alla quale, forse, solo lui, il Papa che sta preparando la svolta, avrebbe potuto rispondere, gli altri, i magistrati, inquirenti giornalisti, Mangiafuoco come noi, possono solo continuare a chiederserlo insieme ai familiari che più di tutti non si danno pace.

Pietro Orlandi

“… Le ipotesi che sono state seguite, che sono state diverse, io le ho seguite tutte quante in maniera molto approfondire la cosa assurda è che ogni ipotesi contiene delle parti di verità se tu seguissi una ipotesi e la studi, dici tranquillamente certo questa potrebbe essere quella giusta poi ne segui un’altra allo stesso modo e vedi che anche li ci sono delle verità questa è la cosa che secondo me ha rallentato anche le indagini. Che hanno fatto da tappo per arrivare alla verità, tante ipotesi che non si possono scartare perché in ognuna c’è un particolare importante…”

Ma nella nostra storia c’è anche un altro quando. Un’altra data da studiare e da tenere a mente è il 7 maggio del 1983. Il luogo è sempre lo stesso, Roma, non quella papalina del Vaticano ma quella laica e popolare della Breccia di Porta Pia lì, in via Volturno, c’è un bar di proprietà della famiglia Gregori, in quella famiglia sta per abbattersi un dolore inconsolabile come quello della famiglia Orlandi, ma ad unire Orlandi e Gregori forse non è solo la natura del dolore.

Sono mezzo russo per parte di moglie e durante i primi viaggi di corteggiamento, compravo e regalavo  a parenti e amici le tipiche bambole di quelle parti, le matrioska. Le matrioska più belle, quelle fatte artigianalmente non di plastica, sembrano non finire mai, ogni bambola ne nasconde nel ventre una più piccola con i lineamenti sempre meno definiti. Il caso di Emanuela Orlandi è esattamente così, lo apri e trovi di tutto, i lupi grigi, i servizi segreti, la banda della Magliana e anche la povera Mirella Gregori. Il caso Mirella Gregori poi, è emblematico, perché passato non sotto silenzio, ma sicuramente con poca attenzione dei media, diventa centrale, quando, dopo il rapimento di Emanuela Orlandi, si comincia a parlare anche di lei in connessione con il caso più famoso.

Maria Antonietta Gregori

Il collegamento tra le due ragazze non sono solo io che lo sostengo ma è anche dovuto dai fatti che si sono susseguiti in questi anni… dalle lettere dall’appello che hanno chiesto la liberazione di Alì Agca… da parte di mia madre facendo pressione sullo Stato Italiano tramite il presidente di allora Pertini. La persona che è stata vista vicino a mia sorella e anche la sua amica e poi mia madre lo ha riconosciuto e non ha… la venuta del Papa nella nostra parrocchia è lì per lì mia madre è rimasta un po esterrefatta non sapendo che la persona che parlava con mia sorella era proprio lui… e quello è un altro collegamento che ci collega al filone Emanuela Orlandi.

Ed è qui che i servizi segreti cominciano ad indagare anche sulla ragazza e soprattutto indagano su un’amica di Mirella Gregori, SV, coetanea ed amica di Mirella, figlia del proprietario di un bar in via Nomentana che aveva incontrato Mirella prima che sparisse con il misterioso Sandro o Alessandro che l’aveva chiamata al citofono. SV era già stata indagata, poi prosciolta, ma non per il SISDE, il servizio segreto civile che adesso si chiama AISI, che ha continuato a seguirlo. Agli atti della procura di Roma, nel 2015, viene infatti archiviata la relazione di un agente del SISDE che mercoledì 26 ottobre 1983 dice di aver ascoltato una conversazione tra SV e un coetaneo a proposito della scomparsa di Mirella. Come scritto nel documento venivano udite chiaramente le seguenti frasi: “…certo lui ci conosceva contrariamente a noi che non lo conoscevamo quindi poteva fare tutto quello che voleva come ha preso Mirella poteva prendere anche me visto che andavamo assieme…”. Ora, vista la complessità del caso Orlandi e del caso Gregori, può essere un abbaglio di chi ascolta, ma sta di fatto che questa pista non è stata mai indagata.

La quindicenne Mirella Gregori sparì da casa 45 giorni prima della sua coetanea Emanuela Orlandi, era il 7 maggio del 1983. Ogni giorno, nel mondo, scompaiono adolescenti di cui non si saprà mai più nulla però, è quantomeno improbabile che accade in rapida successione, due volte nel relativamente sicuro centro di Roma ed in entrambi i casi si tratti di brave ragazze legate alla famiglia per le quali era davvero impossibile immaginare una scomparsa volontaria. I nomi di Mirella ed Emanuela da allora sono stati inevitabilmente e per sempre accoppiati pur non essendo mai stata trovata una vera prova della connessione tra i due casi. Questa connessione invece fu ipotizzata dapprima dalla madre di Mirella, cui parve di riconoscere negli identikit degli uomini che forse avevano seguito Emanuela, qualcuno che lei aveva visto chiacchierare con la figlia. Lo dichiarò in un’intervista e pochi giorni dopo, nel comunicato del 4 agosto, i lupi grigi, cioè l’organizzazione turca di estrema destra in cui militava l’attentatore del Papa Ali Agca, inserirono una frase che lasciava intendere che Mirella fosse nelle loro mani così come Emanuela.

Ricordo che all’epoca, avevo 23 anni, immaginavo quelle due poverine legate a una catena rivestita di un chador messe incinta a ripetizione dentro una yurta sotto un gelido cielo stellato nelle steppe dell’Anatolia, lo stesso paesaggio magico del “canto notturno di un pastore errante nell’Asia la meravigliosa poesia di Giacomo Leopardi ma anziché malinconia romantica, solitudine dell’uomo di fronte allo spettacolo dell’universo, io vedevo Emanuela e Mirella schiave sessuali mai rassegnate al destino di ostaggi, col Cuppolone de Roma e Campo dè Fiori stampati negli occhi e nel cuore.

“…tutte e due erano state quasi ingaggiate per proporre l’Avon, i cosmetici Avon…”

Coincidenze, scherzi di un destino crudele o piani d’attacco ben studiati e ben riusciti per colpire un nemico che sa che quel colpo è diretto a lui ma non può dirlo? E’ questa la domanda che da quasi 35 anni aspetta ancora una risposta, una risposta che qualcuno conosce ma, si sa, a volte le risposte sono come la verità, indicibili, troppo forti, come certi amori o certi dolori. Ed in quel caso che arriva in soccorso l’arte.  A firmare il film su Emanuela Orlandi è Roberto Faenza.

 “Signor Procuratore….” “Eminenza buongiorno… Mi permetta di entrare subito in medias res noi sappiamo che lei è un magistrato rigoroso ed anche un cattolico sincero Ed è proprio per questo che ci siamo rivolti a lei per sanare uno scandalo che tanto male sta facendo alla chiesa”. “Si riferisce alla salma del boss sepolto in Sant’Apollinare?”. “Il cardinale Poletti, pace all’anima sua, commise una imprudenza nel concedere l’autorizzazione, come lei ben sa, ove fossimo noi a rimuovere la salma, verremmo accusati di chissà quali nefandezze, invece se al posto nostro…” “fossimo noi…” “se fosse la Magistratura ad agire, bhe allora tutto avverrebbe in modo trasparente” “Eminenza, più che rigoroso io sono un uomo concreto, quale sarebbe la contropartita per la giustizia?” “Noi siamo siamo disponibili a consegnare la documentazione sulla scomparsa della povera ragazza” “Si riferisce ai documenti in vostro possesso che avete sempre negato alle nostre rogatorie?” “Diciamo che sono documentati i passaggi di questa dolorosa vicenda i quali spiegano altresì le ragioni del nostro silenzio in tutti questi anni”

E’ la forza del cinema che con la leggerezza dell’arte, scaraventa massi pesanti e li lancia più lontano dei tribunali, mette insieme cose apparentemente lontane perché non c’è una verità giudiziaria […], i familiari la cercano da 34 anni senza arrendersi, senza scoraggiarsi anche di fronte a chi la verità ha il dovere di cercarla e senza il macigno del dolore sul cuore, calcola il tempo con un orologio distratto.

“…è un nostro diritto riuscire a capire e sapere cosa è successo… e lui mi disse così… quella frase che io a dire la verità non ho mai sopportato perché l’ho sentita più volte… “eh ma ormai sono passati tanti anni… sono passati quanti? 35 anni? E ne erano passati 28… Quindi lui non sapeva neanche quanti anni erano passati però sentirmi dire, da un Capo della Procura di Roma, che aveva preso in mano questa inchiesta che mi dice ormai sono passati tanti anni mi ha rattristato…”

Le indagini dunque hanno conosciuto alti e bassi e il Vaticano non ha ancora consegnato le carte chieste da tante e tante rogatorie. Anche sull’esistenza di un dossier ci sono tante voci ma ancora nessuna certezza. Di certo c’è che nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela, ad un certo punto entra Mirella e da quel giorno i volti puliti di due quindicenni differenti solo per la natura dei capelli saranno per sempre unite dallo sfondo blu di un manifesto con la scritta SCOMPARSA.

Mirella aveva capelli ricci e lunghi, oggi li stirerebbe con la piastra e quell’aria imbarazzata delle ragazzine pre-instagram e pre-selfie, quando davanti alla macchina fotografica temevano di venire male e le foto andavano impresse sulla pellicola, quindi si faceva un solo scatto e doveva essere quello buono. Il pomeriggio del 7 maggio,  dopo essere stata in un bar vicino a casa a chiacchierare con degli amici, Mirella era risalita e si era messa a studiare. Ad un certo punto aveva risposto al citofono e la madre l’aveva sentita pronunciare una frase tipo “…se non mi dici chi sei non scendo…” Sandro, aveva sentito dire a sua figlia. Quell’ uomo o quel ragazzo doveva proprio chiamarsi Sandro ma nessuno con quel nome è mai stato collegato alla scomparsa di Mirella. A quel punto la ragazza era scesa in strada e da lì il nulla, sparita per sempre. Sembra che poco tempo prima di sparire, Mirella si fosse vantata con la madre, di essere in grado di trovare il denaro necessario all’acquisto di un appartamento che i genitori non potevano permettersi, tuttavia, tale uscita, era stata liquidata come una battuta un po’ spaccona: da adolescente.

La madre di Mirella Gregori credette di riconoscere in Raul Bonarelli, gendarme responsabile della sicurezza del Papa, un uomo che lei aveva visto spesso chiacchierare con la figlia nel loro bar. Il telefono di Bonarelli venne fatto intercettare dalla magistratura ma durante un confronto all’americana la donna non lo riconobbe. Va anche detto che nell’agosto del 1983, Giovanni Paolo II durante l’Angelus, aveva fatto un appello affinché coloro che dicono di trattenere quegli esseri innocenti li liberino. Pochi giorni dopo l’appello del Papa, il fidanzato di Antonietta Gregori, la sorella maggiore di Mirella, aveva risposto al telefono del bar. Un anonimo, che poi venne detto l‘Amerikano, gli dettò una descrizione esatta degli abiti indossati da Mirella il giorno della scomparsa e soprattutto, cosa che solo chi la tratteneva poteva conoscere, descrisse correttamente i marchi di quegli abiti. La stessa voce, quella dell’Amerikano, telefonò in seguito all’ avvocato Egidio ingaggiato sia dai Gregori sia dagli Orlandi dicendo che per Mirella non c’era più nulla da fare. Promise anche di far sapere dove avrebbero potuto trovare il corpo, ma non si fece mai più vivo.

Ma le intercettazioni svolgono un ruolo importante in questa storia, uno spazio lo hanno conquistato anche ieri (17 ott.2017 ndr), in Senato, alla presentazione della proposta di legge del Movimento 5 Stelle per l’apertura di una Commissione di Inchiesta sul caso Orlandi, ed è lì che siamo venuti in possesso di un documento della Questura di Roma che riporta numerose intercettazioni legati alla scomparsa di Emanuela e ai casi collegati, che sono molto di più di quanto non si immagini.

L’informativa della Questura, inviata il 24 maggio 2012 al Sostituto Procuratore Simona Maisto, contiene le intercettazioni del telefono di don Pietro Vergari che dialoga a più riprese, soprattutto con Carla Di Giovanni, la vedova di Enrico De Pedis, nel momento in cui, dopo le rivelazioni di “Chi l’ha visto?”, si scopre che l’ex della banda della Magliana è stato sepolto nella cripta presso la basilica di Sant’Apollinare di cui don Vergari era il rettore. E’ chiaro che tra i due esiste un rapporto di confidenza, al punto che don Vergari insulta a più riprese la famiglia della Orlandi e difende De Pedis, come fosse un bravo ragazzo calunniato. Interessante orribile leggere le intercettazioni, perché, davvero, si ha l’impressione di vedere le ramificazioni dei rapporti tra gli alti prelati che prendono vita. don Vergari che parla con la misteriosa Eccellenza, che lo tratta freddamente, gli consiglia di non usare il telefono perché lui sa che è intercettato, don Vergari che parla con don Ennio Appignanesi, vescovo Emerito di Potenza,  che dopo essere stato coinvolto nel caso dell’omicidio di Elisa Claps è considerato un esperto, e anche lui gli dice di rimanere abbottonato. Dalle telefonate si capiscono due cose, la prima è che don Vergari non era il confessore spirituale di De Pedis, come è stato raccontato, (scusa inventata per coprire una conoscenza nata dopo il rapimento di Emanuela Orlandi) e la seconda è che la vedova di De Pedis sembra sapere benissimo come finirà l’inchiesta: nel nulla.

Laura Sgrò

“…noi abbiamo presentato un istanza lo scorso giugno più o meno in concomitanza col 34° anniversario della scomparsa di Emanuela proprio perché alcune fonti hanno riferito di aver visto un dossier con l’indicazione Emanuela Orlandi in alcuni posti del Vaticano chiedendo al Segretario di Stato di avere copia di tutto l’incartamento che è in possesso della Santa Sede in relazione alla sparizione di Emanuela Orlandi sia quanto già dato anche eventualmente all’autorità italiana. Sono passati 34 anni quindi anche le cassette i file audio registrati nelle audiocassette sarebbe importante anche rianalizzarle alla luce della nuova tecnologia…”

E’ Laura Sgrò, avvocato vaticanista dello studio Bernardini de Pace che, nell’attesa del dossier dal Vaticano, oggi insieme alla famiglia, chiede una Commissione d’Inchiesta sul caso Orlandi.

Ma torniamo a quel documento che sarà, ci scommetto, il perno per l’iter parlamentare di apertura di una Commissione d’ Inchiesta. In questo documento, ad un certo punto, in un’intercettazione entra anche il capo della Procura di Roma, a parlare sono sempre loro Don Pietro Vergari e la vedova di De Pedis e la preoccupazione, siamo nel 2012, è sempre quella: mettere il silenziatore a tutte le polemiche che stanno sollevando le ossa di Renatino nella Basilica di Sant’Apollinare quella accanto, ricordiamo, alla scuola di musica di Emanuela.

Ovviamente, tra la vedova di De Pedis e il Giudice Giuseppe Pignatone, noto per aver aperto l’inchiesta “Mafia Capitale”, teniamo a credere al secondo e non alla prima, ma la vedova De Pedis è perentoria dice per esempio “…tanto il procuratore nostro sta prosciogliendo, sta archiviando tutto, è roba di pochi giorni eh don Piè resista…”. In un’altra telefonata i due parlano della marcia che ci sarà il 27 in favore di Emanuela Orlandi e la vedova De Pedis sostiene che il nuovo magistrato, Pignatone, ha mandato via Capaldo e il poliziotto che ha seguito le indagini e ha preso uomini di sua fiducia. La vedova De Pedis, sicuramente sapeva che il telefono del prete era controllato, può averlo fatto apposta a parlare in questi termini confidenziali del magistrato, ma la famiglia Orlandi vuole sapere la verità. E anche noi.

Ali Agca

“…Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sono state rapite soltanto per ottenere la mia liberazione io ho delle prove per dimostrare questa affermazione mia e questo dato di fatto…

Ma facciamo un passo indietro, torniamo a quel giorno di maggio di due anni prima in cui tutto forse ebbe inizio. Siamo in piazza San Pietro, Giovanni Paolo II è il Papa della gente e infatti la piazza è gremita, non ci sono controlli ne varchi di sicurezza, la piazza è aperta a tutti, fedeli, amici e nemici. Entrano proprio tutti, anche gli emissari dell’impero del male o più laicamente, i rappresentanti del blocco sovietico, quelli che considerano Karol Wojtyla un burattino degli americani e quindi una minaccia da abbattere. E ci provano. Quella domenica, in mezzo alla folla, confuso tra i fedeli, c’è il killer venuto da est che spara ma non uccide. Il Papa si salva e lui va in carcere, dal carcere Ali Agca si fa largo sulla scena del caso Orlandi.

“…Emanuela Orlandi è viva secondo alcune deduzioni logiche...”

Due anni prima della scomparsa di Mirella e poi di Emanuela, Ali Agca aveva attentato alla vita di papa Giovanni Paolo II. L’anno dopo, ormai in carcere, aveva rivelato che il tentativo di uccidere il Papa era stato organizzato in combutta con i servizi segreti della Bulgaria, allora paese satellite dell’impero Sovietico. In seguito, successivamente al rapimento di Mirella ed Emanuela, in una delle sue tante dichiarazioni sempre sull’ ineffabile crinale tra delirio e depistaggio, sostenne che la scomparsa delle due ragazze fosse collegata al caso di Oleg Bitov, un giornalista sovietico accreditato alla quarantesima edizione della mostra del cinema di Venezia quale corrispondente della Literaturnaja Gazeta, famoso periodico culturale Russo. Bitov, il 9 settembre 1983, penultimo giorno della mostra, era scomparso nel nulla. La mostra del cinema si chiuse con una sorpresa, la scomparsa dal lido, di uno zelig in carne e ossa, cioè del giornalista russo Oleg Bitov, spia o forse dissidente. Lo stesso personaggio che poco dopo, Ali Agcà, sosterrà essere nascosto insieme a Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi e che invece riapparirà senza di loro a Mosca, un anno più tardi, sostenendo di essere stato rapito e trattenuto a Londra dai servizi segreti britannici.

C’è Bitov che, prima appare, poi scompare e poi riappare e c’è Antonov, è lui il protagonista della pista bulgara, quella che chiama in causa anche la Stasi.

Pietro Orlandi

…dunque la Stasi si è inserita in questa vicenda, loro hanno scritto delle lettere, questo è stato accertato e si sono mossi, ma secondo me, hanno usato la scomparsa di Emanuela per loro interessi. Loro avevano interesse a far uscire Antonov che era uno degli indagati per l’attentato al Papa che volevano togliere la responsabilità alla Bulgaria ed in effetti bisogna dire che ci sono riusciti perché poi Antonov è stato subito scarcerato e in quel periodo Ali Agca ha ritrattato tutte le cose che aveva detto sulla Bulgaria…

…quando si vuole capire se qualcuno è innocente o colpevole il modo migliore è continuare a interrogarlo finché non ne può più. Compagno di scuola Max Kinkner, siamo andati tutti insieme a casa sua. Notate qualcosa nella sua deposizione? Che ripete le stesse cose? Esatto, che ripete le stesse cose parola per parola. Chi dice la verità a volte sbaglia parole, è naturale, un bugiardo ha studiato prima cosa deve dire e anche quando è sfinito dice sempre le stesse parole…

Pierluigi, Mario e l’Amerikano, ossia i telefonisti che contattarono le famiglie delle ragazze e l’avvocato, scomparvero poi dalla scena. La pista turca e lo scambio di ostaggi con Ali Agca, i lupi grigi il fronte di liberazione anticristiano Turkesh, che nemmeno i servizi segreti turchi avevano mai sentito nominare, sono piste che decaddero senza riscontri. I depistaggi dei servizi segreti della DDR, la pista bulgara, i comunisti che cercano di uccidere il Papa e usano il rapimento delle due ragazzine per distogliere l’attenzione dei media dalle proprie responsabilità, questa altra ipotesi, che per anni andò per la maggiore, alla fine non trovò riscontri. Furono prese in esame anche piste grottesche, la misteriosa organizzazione Phoenix che rivendicò il sequestro, il guerrigliero Paco che, intervistato in TV, sostenne di aver addestrato Ali Agca in un campo militare siriano e millantò una pista Svizzera. Pare che ci sia stato persino uno studente indiano di teologia dell’università Lateranense che indicò una pista americana. Infine le piste interne, con Emanuela, oppure Emanuela e Mirella ostaggi di guerre interne vaticane, magari violentate da Monsignori pervertiti che poi le avevano eliminate, anche qui non si trovò nessun riscontro.

E’ la lista delle coincidenze che si allunga. Il bar dei genitori di Mirella è frequentato da uno delle guardie vaticane, due uomini l’hanno fotografata con insistenza il giorno dell’inaugurazione di quel bar. Il telefonista che chiama a casa Gregori ha lo stesso accento americano del telefonista che chiama per Emanuela. Coincidenze che chiamano in causa la STASI, i lupi grigi, i russi, ma forse i russi non c’entrano oppure i russi c’entrano eccome. E il Vaticano, in quegli anni, di terrorismo e guerra fredda non è un luogo così sereno e sicuro dove vivere, il Vaticano era un luogo pieno di spie complotti e complottisti. Ercole Orlandi segnalò ai magistrati una serie di luoghi dove gli ignari cittadini dello Stato Vaticano erano tenuti sotto controllo, probabilmente gli itinerari delle sorelle Orlandi, tutte le sorelle Orlandi, anzi, tutta la famiglia Orlandi, era controllata da agenti del KGB e della STASI. Passavano e ripassavano sotto le finestre dell’ Osservatore Romano. Il quotidiano della Santa Sede, a quel tempo era pieno di corrispondenti che non erano solo giornalisti. Qualcuno ricorderà Brammertz, corrispondente della Germania dell’ est, intratteneva rapporti con la guardia svizzera Estermann. Esterman sa tutto quello che accade, conserva tutti i documenti ma muore prima di avere il tempo di lasciare il Vaticano. Fu una strage, morirono in tre e quei documenti la famiglia Orlandi, pista bulgara o pista sessuale li sta ancora aspettando.

Intervento Pietro ORLANDI e Maria Antonietta GREGORI

 

 

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