Il clan dei Marsigliesi – 2^ parte –

L’approccio dei Marsigliesi ai rapimenti erano molto diverse da quelle che sono state poi dei calabresi ma anche dei sardi, erano molto più umani,  addirittura sceglievano il menù, molti tornavano ingrassati, facevano partita a scacchi con i rapiti, Bellicini, descritto come l’ uomo dell’impermeabile, andava a fare conversazione con le vittime.

Ma quando cambiò il vento, Maffeo Bellicini se ne scappò in Portogallo perché identificato nelle operazioni di riciclaggio. Si faceva chiamare Guido Bellini e appena fu arrestato riuscì ad evadere dal carcere di Oporto per tornare in Italia già alla fine del 1975. Intanto, i Marsigliesi erano andati avanti anche senza di lui e il 9 ottobre 1975 ad essere rapito fu Alfredo Danesi, figlio dell’industriale del caffè. Le modalità erano sempre quelle, fu l’ottavo sequestro dall’inizio dell’anno a Roma. Il 23 ottobre 1975 Alfredo Danesi tornò libero.

Altri 200 milioni la Banda li conquistò con il sequestro di Angelina Ziaco, una farmacista rapita il 24 novembre 1975 e liberata tre settimane dopo. L’anno dopo fu la volta di Marina D’Alessio, figlia di un costruttore come Renato Filippini che poi fu accusato di aver simulato il rapimento  per estorcere denaro al padre. Tutti questi sequestri porteranno delle cifre importanti nelle casse del clan dei Marsigliesi, saranno stimati intorno ai 4 miliardi di lire fino ad arrivare a 6 miliardi se consideriamo anche altri sequestri avvenuti in quel periodo. Gli inquirenti iniziano ad ipotizzare che quelle cifre in realtà possono servire per qualcosa di più grosso e più complesso.

I magistrati facevano bene a seguire il sentiero dei soldi, era l’unico modo per capire cosa si muoveva alle spalle del Clan dei Marsigliesi e ad un certo punto cominciarono degli incroci con i poteri occulti, una zona grigia dove si intrecciava la criminalità con pezzi deviati della polizia e dei servizi segreti. Il lavoro degli inquirenti cominciò a dare i primi frutti, Jacques Berenguer fu sospettato di un nuovo omicidio e fu costretto a scappare prima in Tunisia e poi negli Stati Uniti ed anche per gli altri le cose cominciarono a mettersi male. Il 29 marzo 1976 Albert Bergamelli fu arrestato a Roma. “Se mi avete preso” ringhiò il boss dei Marsigliesi in manette, “vuol dire che qualcuno mi ha tradito ma la pagherà cara perché sono protetto da una grande famiglia”. Bergamelli giungendo in questura fa riferimento ad una grande famiglia e lo fa tra lo sconcerto, da un lato, e la minaccia dall’altro quindi s’aspetta un intervento in suo soccorso. Solo molti anni dopo sembrò più chiaro a chi si riferisse  Bergamelli, ma c’era un uomo che aveva già intuito alcune cose, il giudice Vittorio Occorsio che stava indagando sul filone del terrorismo nero.

Occorsio si occupa dei Marsigliesi e intuisce, probabilmente, anche i legami che li portano  alla destra eversiva e anche a pezzi dei servizi; pare avesse intuito che i soldi utilizzati per i sequestri dovevano essere destinati per operazioni più grandi e più importanti, in particolare legati alla massoneria come rivelerà il giudice Ferdinando Imposimato in un’intervista del 1990: “in realtà stavo istruendo con Vittorio Occorsio alcuni sequestri di persona per scopo di estorsione, tra cui il sequestro Danesi, il sequestro Ortolani, il sequestro Andreuzzi, [il sequestro] Francisci, e ricordo perfettamente che egli, pochi giorni prima, mi aveva fatto una istanza di emissione di alcuni mandati di cattura contro imputati, uno di questi era iscritto alla Loggia P2. Egli aveva anche individuato dei collegamenti tra sequestratori di persona, terroristi neri, appartenenti alla Loggia P2, e aveva anche manifestato delle preoccupazioni. Egli aveva una grande esperienza perché aveva già istruito in parte il processo per la strage di piazza Fontana. All’inizio era stato depistato, purtroppo dai servizi segreti, e poi aveva imboccato la strada giusta. Ricordo anche che la mattina in cui fu ucciso, io, mezz’ora prima dell’assassinio, gli telefonai per chiedergli qual era il suo parere su un’istanza di libertà provvisoria che era stata presentata da un imputato iscritto alla P2, ed egli mi disse che avrebbe espresso parere contrario.” Il 10 luglio 1976 il giudice Occorsio fu assassinato a Roma da Pierluigi Concutelli, un militante di ordine nuovo che aveva avuto contatti anche col Clan dei Marsigliesi.

Il terreno stava franando sotto i piedi dei Marsigliesi, Bergamelli era in galera, Berenguer latitante in America e Maffeo Bellicini era stato arrestato di nuovo con addosso le banconote dei sequestri e riconosciuto dalla Ziaco. Nel 1976 però, Bellicini riuscì ad evadere dal carcere di Lecce con un gruppo di detenuti guidati dal bandito sardo Graziano Mesina. La storia della Banda dei Marsigliesi si è costellata di evasioni, appena dentro cominciano a studiare il piano per scappare, qualcuno ha descritto che in quegli  anni le carceri erano come se avessero delle porte girevoli dalle quali si entrava e si usciva a piacimento, così Bellicini torno ad essere un’ombra in giro per l’Europa per altri 2 mesi prima di essere nuovamente arrestato. La stessa sorte che era toccata anche a Jacques Berenguer il 20 agosto 1976 in un residence a Manhattan, fu estradato in Italia 2 anni dopo, l’ 11 giugno 1978, dall’aeroporto fu portato in questura, sempre circondato da agenti di polizia e molti cominciano a capire che si metterà male e finirà, o in un bagno di sangue o in una grande tornata di arresti, quindi, parte della mala romana fa un passo indietro e isola. Cominciano così le prime defezioni. Era chiaro che con i grandi boss in galera, qualcosa sarebbe cambiato nella malavita romana ma ad ogni reato che veniva compiuto, si andava a cercare chi, dei Marsigliesi, era ancora a piede libero senza capire che si stava formando una nuova Banda, ideale prosecuzione della stagione delle TreB.

Franco Giuseppucci, Maurizio Abbatino ed Enrico De Pedis, furono loro a mettere insieme una Banda in cui confluì una parte della manovalanza del Clan, quella risparmiata dai processi e tra questi, in prima fila, Danilo Abbruciati, una vecchia conoscenza dei Marsigliesi, che diventa uno dei capi della “Banda della Magliana”.

Giuseppucci
Abbatino
De Pedis

 

 

 

 

 

I Marsigliesi portarono un metodo e questo metodo viene poi recuperato dalla Banda della Magliana che, ovviamente rispetto a quella dei Marsigliesi, ha la sua specificità. La Banda della Magliana non è ancora diventata l’organizzazione criminale che mette il cappello su tutta la città, ha imparato qualcosa dai Marsigliesi, cerca di metterla in pratica, e la mette in pratica naturalmente, con la ferocia che i Marsigliesi non avevano. Il primo banco di prova della Banda è un sequestro, così come era avvenuto in passato con la Banda dei Marsigliesi e la vittima è Massimiliano Grazioli che purtroppo non rientrò mai a casa, nemmeno da morto.

Danilo Abbruciati aveva sicuramente gestito una parte del denaro che era stato ricavato da alcuni sequestri di persona così come una parte dei soldi andarono a Francis Turatello. In verità di prove di una loro partecipazione ai sequestri non ce ne erano. Quando esce dal carcere nel 79, Abbruciati  è un cane sciolto e lui vede che su Roma  si stanno muovendo benissimo i componenti della Banda della Magliana e il cane sciolto ha con se moltissime conoscenze.

Ma oltre alla Banda della Magliana a Roma cominciarono ad operare altre piccole batterie criminali guidate da banditi violenti e fuori controllo come Laudatino De Santis detto Lallo lo Zoppo, quello della rapina a piazza dei Caprettari, lui e il suo gruppo si macchiarono di delitti e rapimenti di una ferocia inaudita uccidendo senza pietà testimoni scomodi e complici infedeli. Tra coloro che finirono sequestrati dalla banda di Lallo De Santis ci fu anche chi non tornò mai a casa come l’imprenditore Giovanni Palombini o la giovane Antonella Montefoschi. Lallo lo zoppo fu catturato nel 1981 nell’operazione che portò alla liberazione della piccola Mirta Corsetti.

Era ancora il 1978 e quello di Giovanna Amati fu un sequestro di cui si parlò a lungo anche perché fu compiuto a febbraio e andò avanti per due mesi in un periodo in cui l’Italia viveva con angoscia i giorni del rapimento Moro. L’Italia è sotto assedio, l’Esercito è sceso per le strade di Roma, la situazione è complicata e loro tranquillamente rischiano un sequestro di persona. Daniele Nieto detto il Marsigliese, evaso due anni prima da un carcere francese, è stato arrestato per il sequestro di Giovanna Amati ma presto riuscì a scappare facendo perdere le sue tracce. Il 1978 e anche l’anno in cui cominciano i processi alla Banda dei Marsigliesi, qualcuno neanche ci arrivò come Jacques Forcè che morì tentando di evadere da una prigione Svizzera. Ormai i loro volti erano familiari ed era  facile vedere sia Bergamelli che Berenger nelle aule di giustizia da dove continuavano il loro show fatto di sarcasmo e boria.  Quando una testimone indicò Berenguer come uno dei rapinatori di piazza dei Caprettari, lui si difese togliendosi una scarpa in aula per far vedere che non aveva i piedi piatti. L’anno dopo era a Colleferro, in soggiorno obbligato, prima di scappare di nuovo, convocò una conferenza stampa per difendersi dalle accuse del sindaco che non lo voleva in quella città.

I processi inchiodarono i Marsigliesi alle loro colpe, l’elenco dei reati che riguardava ognuno di loro andava dalla rapina al sequestro di persona e anche se non tutto si riusciva a provare nell’aula, si potevano finalmente osservare questi boss in disarmo dentro le gabbie un po’ appesantiti ma ancora con la faccia da duri, forse ancora convinti che chi li aveva protetti, li avrebbe sottratti a una dura condanna. Le loro donne, fuori, con gli occhiali scuri, ancelle sacrificali chiamate in causa come complici e fiancheggiatrici. Provano di tutto per non andare in carcere e furono i precursori, con poco successo, delle infermità di mente, ma che diverranno in seguito risolutive. Chi certificava il tutto era il

Semerari

criminologo psichiatra medico Aldo Semerari. Semerari non faceva perizie a caso, legato ai servizi, ai neofascisti, iscritto  alla P2,eraun crocevia di tutti i mali di quel periodo, uno degli elementi di cerniera tra il mondo dell’eversione e quello della criminalità comune. Finirà ucciso dalla camorra nel 1982 in modo orribile, decapitato e fatto ritrovare dentro una macchina.

Le prime sentenze arrivarono nel 1979: per i sequestri, le rapine e gli omicidi furono condannati a vario titolo tutti gli appartenenti alla Banda tra i quali Bergamelli e Bellicini, Berenguer fu condannato per il solo possesso di armi e soltanto in appello fu riconosciuto colpevole anche per piazza dei Caprettari e per gli altri delitti. Tra gli assolti ci furono Francis Turatello e Danilo Abbruciati che furono poi incriminati per altri reati.

Non seppero fare quel salto di qualità ma perché nessuno di loro prevedeva di vivere a lungo. Il primo a morire fu Francis Turatello nel 1981, ucciso in carcere da Pasquale Barra detto ‘o Animale che lo pugnalò e addentò le sue viscere in segno di spregio. Il 27 aprile del 1982 Danilo Abbruciati fu freddato a Milano mentre cercava di compiere un attentato ai danni di Roberto Rosone vicepresidente del Banco Ambrosiano per conto di oscuri mandanti. Quella del 1982 fu l’ultima estate per Albert Bergamelli, era nel carcere di Ascoli Piceno, quello dove comandava Raffaele Cutolo, fu sgozzato sotto gli occhi di tutti per mano di Paolo Dongo, un detenuto comune. La stessa sorte toccò anche a Jacques Berenguer che morì senza mai uscire di prigione a Nizza nel 1990, un delitto misterioso che non finì neanche sulle pagine dei giornali. Lallo lo zoppo invece non ha mai smesso di fare il bandito anche con un ergastolo sulle spalle. Era ai domiciliari per motivi di salute quando per spaccio di droga tornò in galera dove è morto nel 2004 vecchio e malato.

Anche chi è riuscito a sfuggire alla morte, alla fine ha dovuto fare i conti con il proprio passato. Dopo più di trenta anni Maffeo Bellicini tornò in galera, nel 2006, quando dei Marsigliesi non si ricordava più nessuno.

Oggi Roma è cambiata, ma tutta l’acqua che questo fiume si è portata dietro non ha cancellato il dolore e l’angoscia di chi i delitti del Clan dei Marsigliesi li ha subiti sulla propria pelle. Anche se di quella parabola criminale, breve e intensa, feroce e sfrontata, ormai si ricordano in pochi Roma vive nuove stagioni di vergogna e disonore. Oggi i titoli di coda di questa storia scorrono sui loro volti segnati, su quelle facce da criminali schiacciati dalla loro colpa e stritolati dai tanti segreti che si portavano dietro. La polvere sotto al tappeto di un paese abituato ai misteri.

 

 

Fonte: Diario Civile © RAI – Il clan dei Marsigliesi

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